Il Nuoto di confine: il dorso

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La storia dello stile natatorio a dorso è affascinante perché, tra i quattro stili ufficiali del nuoto agonistico, è l’unico ad aver ribaltato completamente la prospettiva del nuotatore, trasformando un gesto istintivo e di pura sopravvivenza in una raffinatissima forma di nuotata tecnica.

1. Le origini: il “dorso a rana o a forbice”

Prima di diventare uno stile codificato, nuotare sul dorso era un nuoto di salvamento: semplicemente il modo più antico, naturale e istintivo per spostarsi in acqua tra le fasi di necessario riposo in galleggiamento supino,  respirando liberamente e mantenendo il contatto visivo con le imbarcazioni più prossime, con la riva o semplicemente con l’orizzonte.


Nei primi trattati di nuoto della storia occidentale — come il celebre De Arte Natandi di Nicolas Wynman (1538) o il Colymbetes di Everard Digby (1587) — il nuoto sul dorso veniva già descritto e consigliato, ma con una tecnica molto diversa da quella regolamentata odierna. Le braccia effettuavano le fasi di trazione e spinta contemporaneamente, sott’acqua  lungo i fianchi, e le gambe si muovevano con una spinta a forbice o a calcio di rana e si riportavano nella posizione di appoggio/presa con recupero subacqueo. Era, a tutti gli effetti, una rana, rovesciata.

2. Il debutto olimpico e la prima svolta (1900-1912)

Il dorso agonistico fa il suo esordio ufficiale ai Giochi Olimpici di Parigi del 1900, con una gara sui 200 metri. Anche in quel contesto, quasi tutti gli atleti utilizzavano ancora il vecchio stile a “rana rovesciata”.
La vera rivoluzione tecnica arriva nel 1912, ai Giochi di Stoccolma, grazie al nuotatore statunitense Harry Hebner. Hebner intuì che per andare più veloci bisognava applicare al dorso i principi che stavano decretando il successo del neonato crawl (lo stile libero anteriore). Introdusse così una tecnica rivoluzionaria:

  • Un recupero delle braccia alternato e fuori dall’acqua.
  • Una battuta di gambe continua dall’alto verso il basso (la gamba a crawl capovolta).
    Grazie a questa intuizione, Hebner vinse l’oro nei 100 metri dorso, mandando definitivamente in soffitto la vecchia tecnica e segnando la nascita del dorso moderno.

3. L’evoluzione della rollata (Anni ’30 – ’50)

Fino agli anni ’30, i dorsisti nuotavano mantenendo il corpo estremamente piatto e rigido sulla superficie dell’acqua. Le braccia, ad imitazione dei remi, rimanevano tese e per questo motivo l’efficacia della propulsione rimaneva limitata alla fase media della bracciata, quando l’angolo di direzione della spinta è ottimizzata, diventando opposta a quella della traiettoria da seguire.

Questo approccio, tuttavia, creava molta resistenza, sbandamenti laterali controproducenti e limitava la profondità della bracciata.


Nel corso dei decenni successivi, gli allenatori compresero l’importanza della rollata: il tronco non doveva restare necessariamente in assetto, ma poteva ruotare sull’asse longitudinale a ogni bracciata. Questo permetteva alla spalla di uscire dall’acqua riducendo l’attrito, consentendo alla mano di orientarsi meglio, affondare più agevolmente per trovare “acqua ferma” e più profonda su cui fare leva, aumentando drasticamente l’efficacia propulsiva.

E da lì, il Gomito piegato australiano. Da quel momento Il dorso classico, inteso come la nuotata in superficie raggiunge la configurazione attuale e il suo punto massimo di espressione tecnica ed estetica, con un ragazzo ….Roland Matthes.

Lo stile del “confine”

Da un punto di vista antropologico e pedagogico, la storia del dorso è la storia di un compromesso perfetto. Se gli altri stili richiedono di “immergersi nel fluido” per poi cercare l’aria con movimenti precisi di rotazione o emersione, il dorso ha scelto fin dalle origini di abitare la linea di galleggiamento in modo permanente. Ha barattato il controllo visivo dello spazio davanti a sé con il privilegio di mantenere il volto costantemente aperto verso il cielo, trasformando il nuotatore in un navigatore che si muove nello spazio affidandosi interamente alla propria sensibilità interna e ai riferimenti sopra di lui.

Nella storia del nuoto, in qualsiasi stile, non c’è mai stato un fuoriclasse che abbia dominato la scena come Roland Matthes. Nuotava a dorso. Non solo per le vittorie — imbattuto per oltre 110 gare consecutive, un primato che sfida l’immaginazione — ma per la qualità del gesto, per quella sua eleganza che sembrava appartenere a un’altra specie acquatica.

Matthes non vinceva: scivolava via. E mentre gli altri nuotavano, lui sembrava limitarsi a occupare il suo elemento naturale.

Gary Hall, campione olimpico americano, lo disse con un’immagine rimasta proverbiale: Matthes, nuotando, avrebbe potuto trasportare sul petto una coppa colma di champagne senza versarne una goccia. Era la sintesi perfetta del suo stile: immobile e dinamico, leggero e inesorabile, sospeso tra acqua e aria.

Per questo, quando si parla di dorso, non si può che partire da lui. Perché Matthes non è stato solo il più grande dorsista di sempre: è stato la forma ideale del dorso, la sua incarnazione più pura.

A questo punto, prima ancora delle parole, basta guardare i 200 dorso delle Olimpiadi: una gara che sembra un paradosso visivo. Matthes scivola avanti con tale naturalezza che la telecamera, a un certo punto, si perde nelle corsie vuote tra lui e gli altri. Non è un dettaglio tecnico: è un’immagine simbolica. Dice tutto della distanza — fisica, stilistica, mentale — che separava Matthes dal resto del mondo.

Quella clip è il miglior preludio possibile a ciò che segue. Perché mostra, senza bisogno di commento, che il dorso non è solo uno stile: è un modo di abitare l’acqua. E Matthes ne è stato il primo, irripetibile interprete.

Il dorso di Matthes è letteralmente esemplare, ma quasi impossibile da imitare. Perché il campione di Erfurt (allora Germania orientale) aveva adattato perfettamente il suo stile lo alle proprie particolari caratteristiche fisiche: alto e longilineo, molto leggero, trovava  naturalmente assetto, linea di galleggiamento e sezione frontale ottimizzati. Più che allenare la potenza, cercava la via della minima resistenza dell’acqua. Mentre gli avversari americani “pompavano” senza sosta in palestra e piscina, lui si dedicava perlopiù alla sensibilità, trasformata in tecnica sublime.

4. La rivoluzione subacquea: il “Dolphin Kick” (Anni ’80)

La più grande trasformazione dell’era moderna è avvenuta a pancia in giù, ma ha cambiato per sempre il dorso. Tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80, alcuni atleti iniziarono a sfruttare le partenze e le virate per rimanere a lungo sott’acqua, utilizzando non la classica gambata a dorso, ma una potentissima battuta di gambe a delfino in posizione supina (o laterale).
Il pioniere di questa tecnica fu l’americano Jesse Vassallo, ma fu portata all’estremo da nuotatori come Daichi Suzuki (oro a Seul 1988) e David Berkoff. Berkoff, in particolare, perfezionò il cosiddetto “Berkoff Blastoff”, rimanendo in immersione subacquea quasi fino ai 35 metri su una vasca da 50.
Poiché le gare stavano diventando più una prova di apnea subacquea che di nuoto in superficie, la Federazione Internazionale (FINA) intervenne nel 1988, introducendo un limite rigoroso: i nuotatori non potevano rimanere sott’acqua per più di 15 metri dopo la partenza e dopo ogni virata. Ancora oggi, quei 15 metri subacquei in cui si esegue il kick a delfino rappresentano la fase più veloce ed emozionante della gara.

Nel crawl l’aria si cerca ruotando il capo; nella rana e nel delfino bisogna emergere regolarmente dopo ogni fase subacquea. L’unico stile che abita costantemente il confine tra aria e acqua — e non a caso il primo che si insegna dopo l’ambientamento — è il dorso.

Perché?
Perché nel dorso si mantiene un contatto visivo e uditivo quasi continuo con l’istruttore, che per i principianti non è solo un educatore: è un riferimento, un faro nella nebbia, il tramite verso una nuova dimensione.

E perché nel dorso si respira quasi “come a terra”. Non serve sincronizzare con precisione inspirazione ed espirazione: il volto resta libero, la bocca e il naso fuori dall’acqua, e il respiro ritrova una continuità spontanea. Per chi inizia, questo elimina una delle principali fonti di stress: il rapporto con l’aria. Un problema in meno.

C’è poi un altro motivo, meno evidente ma decisivo, per cui il dorso viene spesso insegnato tra i primi stili: la sicurezza acquatica. La posizione supina abitua fin dall’inizio a riconoscere che, anche in una situazione di affaticamento o disorientamento, è possibile rallentare, galleggiare staticamente, respirare e ristabilire il controllo. E ripartire con gesti propulsivi, se necessario, senza mai cambiare assetto.

In questo senso il dorso non è solo uno stile di nuotata, ma anche una prima educazione pratica alla calma, all’autoprotezione e alla fiducia nell’acqua.

Ma, come spesso accade in acqua, ciò che si semplifica da una parte si complica dall’altra. Il dorso libera il respiro, ma mette in discussione quasi tutto il resto. Sei rivolto verso il cielo, ma ti muovi nell’acqua. Avanzi senza vedere la direzione. Nuoti all’indietro.

Non puoi controllare la traiettoria con gli occhi: devi affidarti alla memoria del corpo, alla propriocezione, alle variazioni di pressione, alla visione periferica, ai riferimenti luminosi, alla continuità del gesto. Il dorso diventa così uno stile sorprendentemente interno.

In qualche modo è lo stile più meditativo: hai il viso all’aria aperta, il cielo sopra, ma devi rinunciare al controllo visivo. Scopri che orientarsi non significa necessariamente guardare. Scopri che il corpo possiede strumenti di navigazione che la vista, nella vita quotidiana, tende a lasciare in secondo piano.

Per questo il dorso è una forma di fiducia nell’acqua. Non un abbandono romantico, ma un ampliamento del sistema percettivo: smettere di dirigere ogni movimento e iniziare ad ascoltare.

Il dorso offre il privilegio respiratorio del terrestre, ma chiede l’orientamento del navigatore. Ti concede il cielo e ti sottrae l’orizzonte. Ti lascia libero il volto, ma ti costringe a rinunciare al controllo visivo.

Sembra semplice perché si respira facilmente; in realtà richiede una raffinata integrazione sensoriale. Il suo paradosso è tutto qui: appare rilassato, quasi passivo, ma richiede una costruzione interiore finissima.

Ogni nuotata si fonda su una doppia consapevolezza: in acqua e dell’acqua. Bisogna conoscere l’acqua attraverso il proprio corpo — il proprio, non quello altrui — e comprendere come il corpo funziona immerso, grazie al feedback costante del fluido.

Il dorso è forse il banco di prova più puro di questa dual awareness. Sei immerso, ma respiri aria. Il corpo è sostenuto dall’acqua, il volto aperto al cielo. Ricevi informazioni dal basso e dall’alto, ma di natura diversa: Archimede ti spinge, la luce ti guida.

Nessuno dei due mondi viene abbandonato del tutto. Per questo il dorso produce una sensazione particolare: non quella di entrare nell’acqua, ma di abitare il confine. Non più terrestre. Non ancora acquatico. O entrambe le cose insieme.

Il dorso è una forma di navigazione astronomica elementare: l’unico stile in cui ci si orienta leggendo ciò che sta sopra, non ciò che sta davanti. Per millenni, in mare aperto, orientarsi ha significato proprio questo: rinunciare a vedere la meta e imparare a leggere il cielo.

Un naufrago che nuota di notte non può controllare continuamente la direzione: cerca riferimenti stabili — stelle, luna, costa, vento, onde. Non guarda dove va: mantiene una relazione con ciò che resta fermo mentre lui si muove.

Il dorso è una miniatura addomesticata di quella condizione. Una navigazione umana.

Nel dorso il corpo galleggia nel mondo liquido, ma l’orientamento arriva dal mondo aereo. La traiettoria non si costruisce inseguendo un punto davanti al volto, ma mantenendo una continuità di assetto. È una navigazione per allineamento più che per inseguimento.

Sulla terra orientarsi significa quasi sempre: guardare, decidere, muoversi. Nel dorso la sequenza si altera: sentire, mantenere, scoprire di essere già in direzione; e, se necessario, correggere. L’attenzione propriocettiva è sempre sollecitata, molto più di quando la vista, anche offuscata dall’acqua, funge da guida.

Mare, cielo, luna e stelle smettono di essere elementi separati. Le dimensioni d’aria e d’acqua non sono più nettamente divise: se ne percepisce la continuità. E noi, lì, felici, sospesi.

Forse è per questo che molti principianti lo trovano un po’ inquietante: non per la fatica, ma perché richiede qualcosa di poco allenato nella vita quotidiana — avanzare senza verifica continua.

Quando il gesto si stabilizza, accade qualcosa: il cielo o il soffitto smettono di essere “quello che guardi” e diventano uno sfondo stabile; il corpo smette di chiedere conferme e inizia a fidarsi dell’acqua e delle proprie capacità di orientamento.

I pesci sono completamente nel loro elemento. Noi no: restiamo creature di confine. Respiriamo aria, cerchiamo luce, spazi euclidei, riferimenti cartesiani. Il dorso rende visibile questa condizione di frontiera più di ogni altro stile.

Nel crawl cerchi aria girando il capo. Nella rana scivoli in subacquea, emergi e rientri. Nel delfino alterni immersione ed emersione attraverso l’ondulazione. Nel dorso il patto con gli elementi è diverso: il volto non lascia mai il mondo dell’aria, mentre il resto del corpo vive nel mondo dell’acqua.

È quasi una dichiarazione: non devo diventare completamente acquatico per stare bene in acqua. Posso restare, almeno in parte, terrestre.

L’obiettivo non è allora imitare i pesci, ma trovare una forma umana di abitare l’acqua. Questo limite non è una debolezza: è la condizione che rende possibile il nostro modo di nuotare a dorso.

Luglio 1985, costa orientale della Sicilia. Notte di luna piena, mare caldo, cielo incredibilmente stellato. Durante un bagno di mezzanotte, senza quasi pensarci, iniziamo tutti a galleggiare “a stella” e poi a nuotare a dorso.

E mentre si nuota così, leggeri, si parla. Si indicano le costellazioni, il profilo del vulcano, le lampare al largo, senza doverle cercare più di tanto. Il dorso lo permette: lascia il respiro libero, la bocca aperta, la mente quieta.

E noi, felici, sospesi.

Nuotando a dorso.

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