Il Nuoto di confine: il dorso

Nel crawl l’aria si cerca ruotando il capo; nella rana e nel delfino bisogna emergere regolarmente dopo ogni fase subacquea. L’unico stile che abita costantemente il confine tra aria e acqua — e non a caso il primo che si insegna dopo l’ambientamento — è il dorso.

Perché?

Perché nel dorso si mantiene un contatto visivo e uditivo quasi continuo con l’istruttore, che per i principianti non è solo un educatore: è un riferimento, un faro nella nebbia, il tramite verso una nuova dimensione.

E perché nel dorso si respira quasi “come a terra”. Non serve sincronizzare con precisione inspirazione ed espirazione: il volto resta libero, la bocca e il naso fuori dall’acqua, il respiro ritrova una continuità spontanea. Per chi inizia, questo elimina una delle principali fonti di stress: il rapporto con l’aria.

Un problema in meno.

Ma, come spesso accade in acqua, ciò che si semplifica da una parte si complica dall’altra. Il dorso libera il respiro, ma mette in discussione quasi tutto il resto. Sei rivolto verso il cielo ma ti muovi nell’acqua. Avanzi senza vedere la direzione. Nuoti all’indietro.

Non puoi controllare la traiettoria con gli occhi: devi affidarti alla memoria del corpo, alla propriocezione, alle variazioni di pressione, alla visione periferica, ai riferimenti luminosi, alla continuità del gesto. Il dorso diventa così uno stile sorprendentemente interno.

In qualche modo è lo stile più meditativo: hai il viso all’aria aperta, il cielo sopra, ma devi rinunciare al controllo visivo. Scopri che orientarsi non significa necessariamente guardare. Scopri che il corpo possiede strumenti di navigazione che la vista, nella vita quotidiana, tiene in secondo piano.

Per questo il dorso è una forma di fiducia nell’acqua. Non un abbandono romantico, ma un ampliamento del sistema percettivo: smettere di dirigere ogni movimento e iniziare ad ascoltare.

Il paradosso del dorso

Il dorso offre il privilegio respiratorio del terrestre, ma chiede l’orientamento del navigatore. Ti concede il cielo e ti sottrae l’orizzonte. Ti lascia libero il volto ma ti costringe a rinunciare al controllo visivo.

Sembra semplice perché si respira facilmente; in realtà richiede una raffinata integrazione sensoriale. Un po’ come il delfino: da fuori appare potenza, ma senza ascolto e modulazione si blocca tutto. Il dorso è il suo paradosso speculare: appare rilassato, quasi passivo, ma richiede una costruzione interiore finissima.

La dual awareness

Ogni nuotata, qualsiasi nuotata, si fonda su una doppia consapevolezza: in acqua e dell’acqua. Bisogna conoscere l’acqua attraverso il proprio corpo — il proprio, non quello altrui — e comprendere come il corpo funziona immerso, grazie al feedback costante del fluido.

Il dorso è forse il banco di prova più puro di questa dual awareness. Sei immerso ma respiri aria. Il corpo è sostenuto dall’acqua, il volto aperto al cielo. Ricevi informazioni dal basso e dall’alto, ma di natura diversa: Archimede ti spinge, la luce ti guida.

Nessuno dei due mondi viene abbandonato del tutto. Per questo il dorso produce una sensazione particolare: non quella di entrare nell’acqua, ma di abitare il confine. Non più terrestre. Non ancora acquatico. O entrambe le cose insieme.

La navigazione umana

Il dorso è una forma di “astronomia elementare”: l’unico stile in cui ci si orienta leggendo ciò che sta sopra, non ciò che sta davanti. Per millenni, in mare aperto, orientarsi ha significato proprio questo: rinunciare a vedere la meta e imparare a leggere il cielo.

Un naufrago che nuota di notte non può controllare continuamente la direzione: cerca riferimenti stabili — stelle, luna, costa, vento, onde. Non guarda dove va: mantiene una relazione con ciò che resta fermo mentre lui si muove.

Il dorso è una miniatura addomesticata di quella condizione. Una navigazione umana.

Nel dorso il corpo galleggia nel mondo liquido, ma l’orientamento arriva dal mondo aereo. La traiettoria non si costruisce inseguendo un punto davanti al volto, ma mantenendo una continuità di assetto. È una navigazione per allineamento più che per inseguimento.

Sulla terra orientarsi significa quasi sempre: guardare → decidere → muoversi. Nel dorso la sequenza si altera: sentire → mantenere → scoprire di essere già in direzione. e/o correggere…l’ attenzione propriocettiva è sempre sollecitata, molto pìù di quando la vista, anche offuscata, funge da driver.

Forse è per questo che molti principianti lo trovano un pò inquietante: non per la fatica, ma perché richiede qualcosa di poco allenato nella vita quotidiana — avanzare senza questa verifica continua.

Quando il gesto si stabilizza, accade qualcosa: il cielo, il soffitto smettono di essere “quello che guardi” e diventano uno sfondo stabile; il corpo smette di chiedere conferme e inizia a fidarsi dell’acqua e delle proprie capacità di orientamento propriocettivo .

Una forma umana di abitare l’acqua

I pesci sono completamente nel loro elemento. Noi no: restiamo creature di confine. Respiriamo aria, cerchiamo luce, spazi euclidei, riferimenti cartesiani. Il dorso rende visibile questa condizione di frontiera più di ogni altro stile.

Nel crawl cerchi aria girando il capo, torcendo il collo. Nella rana scivoli in subacqquea, emergi e rientri. Nel delfino alterni immersione ed emersione attraverso l’ondulazione. Nel dorso il patto con gli elementi è diverso: il volto non lascia mai il mondo dell’aria, mentre il resto del corpo vive nel mondo dell’acqua.

È quasi una dichiarazione: non devo diventare completamente acquatico per stare bene in acqua. Posso restare, almeno con una parte, terrestre.

L’obiettivo non è allora quello imitare i pesci, ma trovare una forma umana di abitare l’acqua. Questo limite non è certo una debolezza: è la condizione che rende possibile il nostro modo di nuotare a dorso.

Nota di chiusura

Luglio 1985, costa orientale della Sicilia. Notte di luna piena, mare caldo, cielo incredibilmente stellato. Durante un bagno di mezzanotte, senza quasi pensarci, iniziamo tutti a galleggiare “a stella” e poi a nuotare a dorso. E mentre si nuota così, leggeri, si parla. Si indicano le costellazioni, il profilo del vulcano e le lampare al largo, senza doverle cercare più di tanto. Il dorso lo permette: lascia il respiro libero, la bocca aperta, la mente quieta.

Mare, cielo, luna e stelle smettono di essere elementi separati. Le dimensioni d’aria e d’acqua non sono più nettamente divise: se ne percepisce la continuità. E noi, lì, felici, sospesi.

Nuotando a dorso.

Backstroke: the borderline swim

In the crawl stroke, we look for air by rotating the head; in the breaststroke and butterfly, we must regularly emerge after each underwater phase. The only stroke that constantly inhabits the thin border between air and water — and not by chance the first one taught after initial acclimatization — is the backstroke.

Why?

Because in the backstroke, you maintain almost continuous visual and auditory contact with the instructor. For beginners, the instructor is not just a teacher: they are a reference point, a beacon in the fog, the gateway to a new dimension.

And because in the backstroke, you breathe almost “as if on land.” There is no need to precisely synchronize inhalation and exhalation: the face remains free, the mouth and nose are out of the water, and breathing finds a spontaneous continuity. For those just starting out, this eliminates one of the primary sources of stress: the relationship with air.

One less problem.

But, as often happens in the water, what simplifies on one side complicates on the other. The backstroke frees your breath, but it challenges almost everything else. You are facing the sky, yet moving through water. You advance without seeing where you are going. You swim backward.

You cannot control your trajectory with your eyes: you must rely on body memory, proprioception, variations in pressure, peripheral vision, light references, and the continuity of the movement. Thus, the backstroke becomes a surprisingly internal stroke.

In a way, it is the most meditative stroke: your face is open to the air, the sky is above, but you must surrender visual control. You discover that orienting yourself does not necessarily mean looking. You discover that the body possesses navigation instruments that eyesight, in daily life, keeps in the background.

For this reason, the backstroke is a form of trust in the water. Not a romantic abandonment, but an expansion of the perceptual system: ceasing to direct every movement and beginning to listen.

The Paradox of the Backstroke

The backstroke offers the respiratory privilege of a land creature but demands the orientation of a navigator. It grants you the sky and strips away your horizon. It leaves your face free but forces you to relinquish visual control.

It seems simple because breathing comes easily; in reality, it requires a refined sensory integration. It is somewhat like the butterfly: from the outside, it appears to be sheer power, but without listening and modulation, everything grinds to a halt. The backstroke is its mirror paradox: it appears relaxed, almost passive, but requires a highly refined inner architecture.

Dual Awareness

Every swim is founded on a double awareness: in the water and of the water. We must know the water through our own body — our own, not someone else’s — and understand how the body functions when immersed, thanks to the constant feedback of the fluid.

The backstroke is perhaps the purest testing ground for this dual awareness. You are immersed, yet you breathe air. The body is supported by the water, the face open to the sky. You receive information from below and from above, but of entirely different natures: Archimedes pushes you, the light guides you.

Neither world is entirely abandoned. Because of this, the backstroke produces a peculiar sensation: not that of entering the water, but of inhabiting the threshold. No longer a land creature. Not yet aquatic. Or both things at once.

Human Navigation

The backstroke is a form of “elemental astronomy”: the only stroke in which we orient ourselves by reading what lies above, rather than what lies ahead. For millennia, on the open sea, orienting oneself meant precisely this: giving up on seeing the destination and learning to read the sky.

A shipwrecked sailor swimming at night cannot constantly check their direction: they look for stable reference points — stars, the moon, the coast, the wind, the waves. They do not look where they are going: they maintain a relationship with what remains still while they move.

The backstroke is a tamed miniature of that condition.

In the backstroke, the body floats in the liquid world, but orientation comes from the aerial world. The trajectory is not built by chasing a point in front of your face, but by maintaining a continuity of trim. It is navigation by alignment rather than by pursuit.

On land, orienting oneself almost always means: look $\rightarrow$ decide $\rightarrow$ move. In the backstroke, the sequence is altered: feel $\rightarrow$ maintain $\rightarrow$ discover you are already in the right direction. Or correct it.

Perhaps this is why many beginners find it unsettling: not because of the physical fatigue, but because it requires something rarely trained in daily life — advancing without continuous verification.

When the movement stabilizes, something happens: the sky, the ceiling, cease to be “what you look at” and become a stable backdrop; the body stops asking for confirmation and begins to trust the water and its own proprioceptive sense of direction

A Human Way of Inhabiting the Water

Fish belong entirely to their element. We do not: we remain creatures of the threshold. We breathe air, we seek light, spaces, Cartesian references. The backstroke makes this condition more visible than any other stroke.

In the crawl, you seek air by turning your head. In the breaststroke, you glide, emerge, and re-enter. In the butterfly, you alternate immersion and emersion. In the backstroke, the pact is different: the face never leaves the world of air, while the rest of the body lives in the world of water.

It is almost a declaration: I do not have to become completely aquatic to feel at peace in the water. I can remain, at least a little, a land creature.

The goal is not to imitate fish, but to find a human way of inhabiting the water. Our limitation is not a weakness: it is the very condition that makes our way of swimming possible.

Closing Note

July 1985, eastern coast of Sicily. A night with a full moon, warm sea, an incredibly starry sky. During a midnight swim, without even thinking about it, we all began to float in a “star” position and then to swim backstroke. And while swimming like that, weightless, we talked. We pointed out the constellations, the silhouette of the volcano, and the fishing lights out at sea, without having to search for them. The backstroke allows it: it leaves the breath free, the mouth open, the mind still.

Sea, sky, moon, and stars ceased to be separate elements. The dimensions of air and water were not sharply divided: one could perceive their continuity. And there we were, happy, suspended.

Swimming backstroke.




Dorso — il confine abitabile tra aria e acqua

Nel crawl l’aria si cerca ruotando il capo; nella rana e nel delfino, per respirare,  si deve emergere regolarmente e ritmicamente dopo ogni fase subacquea.

L’unico stile natatorio che abita costantemente il confine tra due dimensioni — aria e acqua — è spesso, e non a caso, il primo dei quattro stili olimpici che viene insegnato ai principianti nelle scuole nuoto, subito dopo il periodo propedeutico di ambientamento: il dorso.

Perché?

Perché nuotando a dorso si riesce a mantenere un contatto visivo ed uditivo quasi continuo con l’istruttore, che nelle fasi di apprendimento, dai principianti che non sono ancora completamente autosufficienti viene percepito come molto più di un educatore: è il faro nella nebbia, il guru che inizia l’allievo ad una nuova dimensione.

E anche perché nel dorso si può respirare quasi “come a terra”:
Non è necessario sincronizzare con precisione inspirazione ed espirazione con il ritmo della nuotata, come accade nello stile libero o nella farfalla. Il volto rimane libero, la bocca e il naso fuori dall’acqua, il respiro può ritrovare una continuità spontanea. Per chi inizia, questo significa eliminare una delle principali fonti di stress: il rapporto con l’aria.

Un grosso problema in meno.

Ma come spesso accade in acqua, ciò che viene semplificato da una parte si complica dall’altra.
Perché il dorso, mentre libera il respiro, mette in discussione quasi tutto il resto.
Sei rivolto verso il cielo ma ti muovi nell’acqua.
Avanzi senza vedere la direzione.
Nuoti all’indietro.
Non puoi controllare continuamente la traiettoria con gli occhi; devi iniziare ad affidarti ad altri sistemi di orientamento: alla memoria del corpo, alla propriocezione, alle variazioni di pressione sull’acqua, alla visione periferica, ai riferimenti luminosi, alla continuità del gesto.
Il dorso diventa così uno stile sorprendentemente interno;

In qualche modo è lo stile più “meditativo” in assoluto — paradossalmente proprio perché hai il viso all’aria aperta e il cielo sopra, ma sei costretto a rinunciare al controllo visivo della traiettoria.
Il nuotatore scopre che orientarsi non significa necessariamente guardare.
Scopre che il corpo possiede strumenti di navigazione che normalmente il dominio della vista tiene in secondo piano.
Per questo il dorso può essere considerato, forse più di ogni altro stile, una forma di fiducia nell’acqua.
Non nel senso romantico dell’abbandono, ma nel senso molto concreto di lasciare che il sistema percettivo si allarghi.
Smettere di dirigere ogni movimento e iniziare ad ascoltare.

Il paradosso del dorso

Ed è qui che compare il suo paradosso.
Il dorso offre il privilegio respiratorio del terrestre, ma chiede l’orientamento del navigatore.
Ti concede il cielo e ti sottrae l’orizzonte.
Ti lascia libero il volto ma ti costringe a rinunciare al controllo visivo.
È probabilmente lo stile che più esplicitamente mostra una caratteristica comune a tutta l’esperienza acquatica:
in acqua non vinci aumentando il controllo.
Funzioni meglio quando distribuisci il controllo.
Il dorso sembra semplice perché si respira facilmente; in realtà richiede una sofisticata integrazione sensoriale.
Un po’ come il delfino.
Il delfino, visto da fuori, appare potenza, energia, perfino aggressività del gesto.
Poi entri in acqua e scopri che senza ascolto, sensibilità e modulazione si blocca tutto.
Il dorso produce il paradosso speculare: appare rilassato, quasi passivo, ma richiede una raffinatissima costruzione dello spazio interiore.

La dual awareness

Essenzialmente, ogni nuotata – agonistica o meno, codificata o spontanea, ortodossa, canonica o creativa etc,  si costruisce sulla doppia consapevolezza: in acqua, e dell’acqua. La dual awareness.

Bisogna conoscere l’acqua attraverso il proprio corpo – il proprio, non quello altrui – e simmetricamente, comprendere come funziona in nostro corpo immerso, grazie al puntuale ed inesorabile feedback acquatico.

E il dorso potrebbe essere il banco di prova più puro della dual awareness.
Sei immerso in acqua ma respiri liberamente aria.
Hai il corpo sostenuto dall’acqua ma il volto aperto al cielo.
Ricevi informazioni dal basso  e dall’alto contemporaneamente, ma di tipo diverso. Ti spinge Archimede ma gli stimoli visivi sono di tipo terrestre, e c’entrano ben poco con la tua traiettoria e con il tuo procedere

Nessuno dei due mondi viene abbandonato completamente.
Forse per questo il dorso produce spesso una sensazione particolare: non quella di entrare nell’acqua, ma quella di abitare il confine.
Non più terrestre.
Non ancora acquatico.
Oppure entrambe le cose insieme.
Ed è forse proprio qui che il dorso smette di essere semplicemente uno stile natatorio e diventa un vero laboratorio di consapevolezza: un esercizio di fiducia, orientamento e presenza , immersi in due elementi contemporaneamente.

La navigazione umana

il dorso come  “astronomia elementare” — l’ unico stile in cui il nuotatore impara a orientarsi non guardando davanti ma leggendo il soffitto, la luce, il ritmo, quasi come un navigatore antico che usa il cielo per muoversi. 

Il dorso è l’unico stile in cui il riferimento naturale non è davanti a te ma sopra di te.

Per millenni, in mare aperto, orientarsi ha significato proprio questo: rinunciare a vedere la meta e imparare a leggere il cielo.
Un naufrago che nuota di notte non può controllare continuamente la direzione con lo sguardo immerso nell’acqua; se ha abbastanza calma e condizioni favorevoli, cerca riferimenti esterni stabili — stelle, luna, costa, vento, onde. Non guarda “dove va”: mantiene una relazione con qualcosa che resta fermo mentre lui si muove.
Il dorso è quasi una miniatura addomesticata di quella condizione.

Il dorso come navigazione celeste

Nel dorso il corpo galleggia nel mondo liquido, ma l’orientamento arriva dal mondo aereo.
Lo sguardo si apre verso l’alto.
La traiettoria non si costruisce inseguendo un punto davanti al volto, ma mantenendo una continuità di assetto.
È una navigazione per allineamento più che per inseguimento.
Un po’ come i navigatori antichi: non puntavano continuamente il porto — spesso invisibile — ma,seguendo la rotta,  custodivano una direzione.
In questo senso il dorso potrebbe essere descritto come lo stile dell’orizzonte assente.
E quando l’orizzonte sparisce, per mantenere la rotta emergono altri strumenti:
il ritmo;
la simmetria;
la memoria del gesto;
il senso della rotazione;
la percezione della deriva;
i riferimenti luminosi.

Nel dorso il nuotatore scopre una cosa antica quanto il mare: non sempre ci si orienta guardando dove si va. A volte ci si orienta mantenendo una relazione con ciò che resta fermo mentre noi ci muoviamo. E con il controllo del proprio assetto e delle proprie azioni.

Sulla terra orientarsi significa quasi sempre: guardare → decidere → muoversi.
Nel dorso la sequenza si altera:

sentire → mantenere → scoprire di essere già in direzione.
Forse è anche per questo che molti principianti all’inizio lo trovano stranamente inquietante. Non per la fatica — spesso minore rispetto ad altri stili — ma perché viene chiesto qualcosa di poco allenato nella vita quotidiana: continuare ad avanzare senza verifica continua.
E quando il gesto si stabilizza succede una cosa curiosa: il cielo smette di essere “quello che guardi” e diventa uno sfondo stabile; il corpo smette di chiedere conferme e inizia a fidarsi delle informazioni che arrivano dall’acqua.

E forse il dorso occupa una posizione speciale tra gli stili proprio perché arriva presto nella didattica ma introduce un tema molto maturo: la fiducia operativa.
Non passività.
Non lasciarsi andare.
Piuttosto quella condizione in cui il corpo smette di chiedere continuamente: “ci sono ancora?” e comincia a dire: “sì, ci sono — continua.”

Il riferimento ai naufraghi e alle stelle non è fuori luogo;,  nel dorso c’è qualcosa di antico: galleggiare, respirare, guardare il cielo e continuare a muoversi.

Una forma di navigazione umana.

Non una navigazione da pesce.

I pesci sono completamente dentro il loro elemento: vedono, respirano, si orientano nell’acqua senza frattura.
Noi no.
Noi, quando entriamo in acqua, restiamo creature di confine.
Respiriamo aria. Cerchiamo luce. Cerchiamo riferimenti. Portiamo sopra di noi il cielo.
Forse il dorso rende visibile questa condizione più di tutti gli altri stili.
Nel crawl giri il capo per cercare aria.
Nella rana emergi e rientri.
Nel delfino alterni immersione ed emersione.
Nel dorso invece il patto è diverso: il volto non lascia mai il mondo dell’aria, mentre il resto del corpo vive nel mondo dell’acqua.
È quasi una dichiarazione:
non devo diventare completamente acquatico per stare bene in acqua.
Posso anche restare un pò terrestre.

L’obiettivo è trovare una forma umana di abitare l’acqua.
Una forma che non neghi il nostro limite ma ne faccia una risorsa.
Respirare aria non è una debolezza. Avere bisogno di orientamento non è una debolezza.
Sono queste le condizioni che rendono possibile il nostro modo di nuotare.

Nota di chiusura

Ricordo un episodio, reale, che per me è rimasto una sorta di rivelazione silenziosa del dorso.
Notte di luna piena, luglio 1985. Costa orientale della Sicilia. Festa di laurea di un amico, in una casa affacciata sul mare. Il cielo era incredibilmente stellato, la luna quasi irreale per intensità e presenza.
A un certo punto si decide di fare il bagno di mezzanotte.
Entriamo in acqua.
Il mare è calmo, sorprendentemente caldo. E accade qualcosa di semplice e insieme difficile da dimenticare: senza quasi pensarci, tutti iniziamo a galleggiare “a stella”, come piccole isole sospese, e poi a nuotare a dorso.
E mentre si nuota così, in quella sospensione notturna, succede anche un’altra cosa: si parla. Si parla tra di noi, si commentano le costellazioni, si indica il cielo senza doverlo cercare. Il dorso, in qualche modo, lo permette: non richiede silenzio né sforzo, lascia il respiro libero e il volto aperto.
Mare, cielo, luna e stelle non sono più elementi separati. Non c’è più sopra e sotto in senso netto. C’è una continuità.
E noi, lì, felici, sospesi.
Nuotando a dorso.




Dal “quinto stile” ad Aquawareness: la ricerca della sicurezza e l’esplorazione delle libertà in acqua

Dopo aver seguito quattro scie distinte del nuoto — il crawl della velocità e dell’efficienza, la rana dell’adattamento silenzioso, il dorso del confine e della doppia consapevolezza, il delfino dell’onda integrata — arriviamo al punto in cui le rotte storiche  tracciate convergono e, apparentemente, si dissolvono.

Le nuotate che abbiamo raccontato sono solo le quattro codificate dai comitati olimpici; ma quelle alternative possibili sono infinite, e tutte condividono lo stesso DNA: il fondamento di tutte — la capacità di muoversi in sicurezza in acqua, che evolvendosi diventa libertà abitativa dell’elemento liquido.

Oltre le nuotate agonistiche c’è di più. Molto di più. Un insieme illimitato di possibilità di vivere l’acqua. Potremmo chiamarlo “quinto stile”, o “stile a piacere”.

Di cosa si tratta? Non si tratta più di eseguire correttamente una tecnica diversa, ma di tornare alla sorgente: a quel rapporto originario, primordiale, tra corpo e acqua da cui ogni stile “classico” è nato come risposta storica e individuale a regolamenti, vincoli e libertà interpretative.

Il quinto stile è la possibilità di inventarsi, nel momento, un gesto nuovo, personale, necessario. È sicurezza che diventa libertà, e libertà che diventa creatività.
Come ci si arriva? Destrutturando le abilità e gli schemi motori complessi, lasciando andare per un istante le tecniche codificate e tornando alle esperienze acquatiche più elementari e al contempo essenziali. Significa recuperare l’attenzione verso il proprio corpo e, contemporaneamente, verso l’acqua, per attivare con l’elemento liquido una relazione  relazione fondata su una consapevolezza doppia,del proprio corpo attraverso l’acqua – e dell’acqua attraverso il proprio corpo.

Una relazione che non può che essere intima, insostituibile, non delegabile.

L’acqua è infatti uguale per tutti, ma noi siamo tutti diversi: ciascuno porta con sé una storia, una cultura, una complessione fisica, una sensibilità — tutte, inoltre,  in continuo mutamento nel tempo. Il rapporto con l’acqua ci riporta necessariamente al momento presente, perché la dual awareness non può prescindere dall’istante dell’esperienza.

È solo grazie a questa attivazione della consapevolezza che si può costruire quella indispensabile sfera di competenze acquatiche di base — che potremmo chiamare basic swimming — prima di poter costruire qualsiasi stile, codificato o meno.

A questo approccio personale, libero e consapevole all’acqua, è stato dato, oltre venti anni fa, il nome aquawareness. Non è un metodo né un protocollo, non è codificabile, né brevettabile o certificabile. Eppure si pratica in tutto il mondo, ogni qualvolta un essere umano si rapporta con l’acqua per imparare qualcosa di nuovo dall’acqua stessa, scoprendo nuove possibilità o prendendo coscienza di inaspettati limiti

In questo stato, il nuotatore non “fa”  Aquawareness: semplicemente ha un atteggiamento Aquawareness.

Da lì può scegliere, in ogni vasca o in mare aperto, di esprimersi attraverso qualsiasi forma — o attraverso nessuna.
Nel crawl abbiamo imparato a guardare avanti e a muoverci velocemente; nella rana a spostarci con economia, silenzio e discrezione; nel dorso a fidarci del cielo e dell’allineamento interno; nel delfino a diventare onda. Nella libertà in acqua impariamo a passare fluidamente da uno all’altro, a mescolarli, a inventarne di nuovi, a non averne bisogno. Il corpo non esegue più uno stile: è stile, momento per momento.
È il ritorno al gioco primordiale del bambino nell’acqua, vissuto però con la consapevolezza dell’adulto. È galleggiare, scivolare, rotolare, ondulare, fermarsi, accelerare senza nome e senza sforzo. È sentire che l’acqua non è più un ambiente esterno, ma un partner ideale e sensibile per il proprio corpo.

Un ritorno alle origini prenatali? Si chiude un cerchio? In un certo senso. Ma solo apparentemente. In realtà si apre, trasformandosi in spirale. Ogni ritorno alla sorgente non è una ripetizione, ma un approfondimento. Ogni volta che ci immergiamo consapevolmente nell’acqua, il rapporto si arricchisce, si espande, genera nuove possibilità di movimento, di presenza, di gioia. E di maggior sicurezza.

Con un atteggiamento Aquawareness,  sospesi tra aria e acqua, possiamo finalmente nuotare non per eseguire una tecnica, o arrivare da qualche parte, oppure per ridurre i tempi di percorrenza: ma per essere pienamente consapevoli di dove già siamo — e per sorprendersi, ogni volta, che c’è ancora tanto da scoprire.




Dal “quinto stile” ad Aquawareness: la ricerca della sicurezza e l’esplorazione delle libertà in acqua

La ricerca della sicurezza e l’esplorazione delle libertà in acqua, origine e orizzonte di tutti gli stili

Dopo aver seguito quattro scie distinte del nuoto — il crawl della velocità e dell’efficienza, la rana dell’adattamento silenzioso, il dorso del confine e della doppia consapevolezza, il delfino dell’onda integrata — arriviamo al punto in cui le rotte convergono e, apparentemente, si dissolvono.

Le quattro nuotate – che potrebbero essere quaranta, quattrocento o quattromila ed oltre, sono infatti infiniti i modi di nuotare oltre a quelli regolamentati – condividono infatti il medesimo dna che non è uno stile in più ma il fondamento di tutti: la sicurezza in acqua. Sicurezza che poi, evolvendosi naturalmente, si traduce in libertà abitativa dell’elemento liquido.

Possiamo chiamare questa potenzialità il “quinto stile”, o “Stile a piacere”, e sappiamo che ne “contiene moltitudini”

Nel quinto stile, non si tratta più di eseguire correttamente una tecnica, ma di tornare alla sorgente. A quel rapporto originario, primordiale, tra corpo e acqua da cui ogni stile è nato come evoluzione e risposta storica e individuale a regolamenti, vincoli e  libertà interpretative

Il quinto stile è proprio questo:
la possibilità di inventarsi, nel momento, un gesto nuovo, personale, necessario.
È sicurezza che diventa libertà, e libertà che diventa creatività

Come? Destrutturando le abilità e gli schemi motori complessi, lasciando andare per un momento le tecniche codificate, e tornando alle esperienze acquatiche più elementari ed essenziali.
Significa recuperare l’attenzione verso il proprio corpo e, contemporaneamente, verso l’acqua, per attivare con l’elemento liquido un dialogo intimo, insostituibile, non delegabile.
Aquawareness è un possibile nome di questo stato di consapevolezza -doppia e fluida – Non un metodo, ma il riconoscimento di una dimensione che precede e contiene tutti gli stili: la capacità di essere pienamente presente in acqua dialogando con essa in ogni istante.

L’acqua è uguale per tutti, ma noi no: ciascuno porta con sé una storia, una cultura, una complessione fisica, una sensibilità — tutte in continuo mutamento.
Il rapporto con l’acqua ci riporta necessariamente al momento presente, perché la doppia consapevolezza, la dual awareness, non può prescindere dall’istante dell’esperienza.

È grazie a questa attivazione che si può costruire quella sfera di competenze acquatiche di base che garantisce la sicurezza — il basic swimming — prima di qualsiasi stile codificato: quattro, e infiniti altri.
In questo stato il nuotatore non “fa” più aquawareness: semplicemente è aquawareness. Da lì può scegliere, in ogni vasca o in mare aperto, di esprimersi attraverso qualsiasi forma — o attraverso nessuna.

Nel crawl abbiamo imparato a guardare avanti e a muoverci velocemente; nella rana a spostarci con economia, silenzio e discrezione; nel dorso a fidarci del cielo e dell’allineamento interno; nel delfino a diventare onda. Nella libertà in acqua impariamo a passare fluidamente da uno all’altro, a mescolarli, a inventarne di nuovi, a non averne bisogno. Il corpo non esegue più uno stile: è stile, momento per momento.

È il ritorno al gioco primordiale del bambino nell’acqua, vissuto però con la consapevolezza dell’adulto. È galleggiare, scivolare, rotolare, ondulare, fermarsi, accelerare senza nome e senza sforzo. È sentire che l’acqua non è più un ambiente esterno ma un prolungamento sensibile del proprio corpo.

Un ritorno alle origini? Si chiude un cerchio?

Il cerchio si chiude solo apparentemente. In realtà si apre, trasformandosi in spirale. Ogni ritorno alla sorgente non è una ripetizione, ma un approfondimento. Ogni volta che ci immergiamo consapevolmente nell’acqua, il rapporto si arricchisce, si espande, genera nuove possibilità di movimento, di presenza, di gioia.
E noi, sospesi tra aria e acqua, possiamo finalmente nuotare non per arrivare da qualche parte, ma per essere pienamente dove già siamo — e per scoprire, ogni volta, che c’è ancora altro da abitare.

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Pigafetta Day

Giovedì 9 luglio 2026✍️

Nave Vespucci è in rotta verso Boston

9 LUGLIO
PIGAFETTA DAY

Come ogni 9 luglio, anche oggi si celebra il Pigafetta Day per ricordare il famoso “giorno perduto” annotato nel diario di bordo dal navigatore vicentino Antonio Lombardo, detto Pigafetta, durante la prima circumnavigazione del globo.

Questa data commemora lo stupore dell’esploratore, che si accorse, al rientro in Spagna, dopo quasi 3 anni di navigazione, di essere rimasto indietro di un giorno rispetto al resto del mondo; un’intuizione fondamentale che ha contribuito alla scoperta della linea del cambio di data e allo studio dei fusi orari.

IL GIORNO “PERDUTO”

Il 9 luglio del 1522 Pigafetta, sbarcando dopo tutto quel tempo, si rese conto, dai primi scambi di parole, di aver “perso un giorno”, trovandosi sorprendentemente al 10 luglio (giovedì) ovvero 1 giorno dopo rispetto alla data (mercoledì 9 luglio) che lui aveva scrupolosamente annotato sul suo diario di bordo.

Ecco come lo racconta:

“Commettessimo a li nostri del battello, quando andarono in terra, [che] domandassero che giorno era: me dissero come era a li portoghesi giove”. [giovedì]

“Se meravigliassemo molto perché era mercore [mercoledì] a noi;
e non sapevamo come avessimo errato: per ogni giorno, io, per essere stato sempre sano, aveva scritto senza nissuna intermissione”.

L’esploratore trovò la spiegazione del fatto: stava nella rotazione della Terra intorno al Sole e della Terra su se stessa.
I pochi reduci della spedizione avevano infatti calcolato i giorni rispetto alla circumnavigazione del globo, compiuta verso ovest nella stessa direzione del Sole. La Terra, però, ruotando sul proprio asse verso est, aveva fatto accumulare, ogni giorno, un po’ di ritardo alla nave.
In conclusione il Sole era “transitato” sulla nave una volta in meno rispetto a quante volte era transitato sopra il porto di partenza.

Oggi, quando una nave compie una navigazione intorno al mondo verso Ovest, si spostano gli orologi di bordo indietro di un’ora ad ogni fuso orario attraversato (circa 15° di longitudine) e si ‘salta’ un giorno nell’attraversamento dell’antimeridiano di Greenwich.
Se non si operasse così, al ritorno della nave, i calendari di bordo segnerebbero un giorno in meno rispetto ai calendari di coloro rimasti a terra. Proprio come accadde a Pigafetta!

CURIOSITÀ
Questa esperienza ha gettato le basi per elaborare i fusi orari e facilitare viaggi e comunicazioni del mondo globalizzato, oltre ad affascinare vari autori, come nel caso di Jules Verne e del suo celebre romanzo Il Giro del Mondo in 80 giorni: fatto invece verso est (incontro al Sole), il protagonista della storia, il gentleman inglese Phileas Fogg, inconsapevolmente, “guadagna” un giorno al termine del suo viaggio e, scoprendolo in extremis, risulterà vincitore della scommessa.
( Bitta scripsit VI IX MMXXIV )

Cieli sereni
PG




Nessun dorme?

*NESSUN DORME ?*

Oggi, *mercoledì 8 luglio*, intorno alle 13:40 (ora italiana), la quasi totalità della popolazione umana sulla Terra è stata esposta, *nello stesso momento*, ai raggi solari: questo grazie alla particolare posizione del nostro pianeta rispetto al Sole (Vedi figura da _timeanddate_).

🌞 = Posizione del Sole
⚪ = Posizione della Luna

È una circostanza che si verifica annualmente in questa data: non è quindi particolarmente insolito o speciale, ma è comunque poco conosciuto.
A quell’ora il *99%* delle persone sulla Terra (circa *8 miliardi* di individui) ha ricevuto la luce solare, anche se non tutti sono stati illuminati allo stesso modo: nei paesi più a oriente come il Giappone c’è stata solamente la debole luce del crepuscolo dopo il tramonto, mentre molto più a ovest come in California lo stesso fenomeno si è verificato con il tenue bagliore dell’alba. Per tutto ciò che rimane in mezzo, come il resto delle Americhe, l’Europa, l’Africa e una parte importante dell’Asia, c’è stata piena luce. Le uniche terre emerse che sono rimaste al buio sono state la Nuova Zelanda, l’Australia e le altre isole dell’oceano Pacifico.

Il comandante Bitta ha realizzato che, secondo le normali abitudini di vita, quello e stato l’unico momento nel quale quasi tutto il genere umano…NON STAVA DORMENDO ! 🥹

(_Bitta tunc primum scripsit VIII VII MMXXII_)

Cieli sereni
PG




Il dorso: storia, tecnica e filosofia di uno stile “di confine”

Prima di diventare uno stile agonistico, il dorso è stato per secoli la tecnica di sopravvivenza per eccellenza: chi si trovava in difficoltà in mare aperto, lontano dalla riva, sapeva che rovesciarsi supino significava guadagnare energie e tempo preziosi — vie respiratorie libere, minor affaticamento, la possibilità di orientarsi utilizzando il senso della vista invece di annaspare verso un orizzonte confuso. È da questa origine marina, più che sportiva, che vale la pena ripartire per raccontare la storia di questo stile natatorio “di confine“

Sospeso tra cielo e mare: la quintessenza dello stile, interpretato da Carlo Cuccioletta

Le origini: il “dorso a rana” come nuoto di salvamento

Nuotare sul dorso era, quindi, una attività utilitaristica. Rappresentava il modo più antico, naturale e istintivo per spostarsi in acqua o per riposare in galleggiamento supino, mantenendo le vie respiratorie libere, la possibiltà di poter comunicare a voce e conservare il contatto visivo con la riva, con le imbarcazioni o con l’orizzonte..

L’idea del nuoto come “salvavita” nel mondo occidentale, almeno da Virgilio in poi (basti pensare ai celebri versi dell’Eneide: “Rari nantes in gurgite vasto”), è rimasta viva nei secoli, fino ad arrivare al Rinascimento e alla pubblicazione del Colymbetes, il primo trattato moderno dedicato al nuoto.

Il primo trattato: Colymbetes, di Nicolaus Wynman, 1538

Il Colymbetes, sive de arte natandi, dialogus et festivus et iucundus lectu è stato scritto dall’umanista tedesco Nicolaus Wynman e pubblicato ad Augusta nel 1538. Il testo descrive in forma di dialogo le tecniche natatorie dell’epoca. Fino allora, il nuoto era spesso visto quasi con sospetto e comunque legato unicamente alla sopravvivenza. Il lavoro di Wynman ha contribuito a rivalutare l’attività natatoria anche come disciplina educativa, salutare e ricreativa.

Frontespizio del Colymbetes

Il libro (il cui titolo latino si traduce come “Il nuotatore, o l’arte del nuoto: un dialogo tanto festoso quanto piacevole da leggere”) è considerato una pietra miliare nella letteratura sportiva e acquatica.

L’opera è strutturata come un dialogo vivace tra due personaggi, Erotes e Colymbetes, che discutono i benefici fisici e morali del nuoto, quindi andando oltre il mero aspetto della sicurezza. Contiene le prime descrizioni pratiche per muoversi in acqua, ma non contiene illustrazioni o disegni tecnici al suo interno. Si tratta di un lavoro interamente testuale, composto da un fitto dialogo in caratteri tipografici dell’epoca (fraktur e caratteri latini).

Quando si parla del dorso, Nicolaus Wynman affronta il tema del galleggiamento e del movimento in posizione supina, descrivendo la tecnica di galleggiare e muoversi sulla schiena muovendo leggermente le mani sotto il pelo dell’acqua (una prima forma di “sculling”). Wyman, facendo parlare uno dei suoi personaggi – il Maestro Pampirus – ne sottolinea soprattutto l’aspetto tanto naturale quanto “spettacolare”, riportando a tal fine il curioso aneddoto del “finto morto” sul Danubio. Per spiegare quanto sia naturale il galleggiamento statico sul dorso, Pampirus racconta una sua divertente esperienza personale ambientata a Vienna:

  • Racconta che amava tuffarsi nel fiume Danubio (e nel suo affluente Wienfluss) lasciandosi semplicemente trasportare dalla corrente in posizione supina.
  • Poiché era completamente rilassato e manteneva solo il viso fuori dall’acqua, alcune lavandaie radunate sulla riva lo scorsero immobile sulla superfice del fiume.
  • Convinte che si trattasse di un cadavere che galleggiava, le donne iniziarono a urlare disperate chiedendo aiuto per recuperare il corpo.
  • Sentendo le grida, Pampirus fu colto da una tale crisi di risate che fece fatica a ricomporsi per non rovinare l’illusione e continuare lo scherzo.

Le prime illustrazioni: De Arte Natandi di Everard Digby, 1587

Le prime immagini storiche famose sul nuoto provengono invece dal trattato inglese De Arte Natandi di Everard Digby (pubblicato cinquant’anni dopo, nel 1587), che include xilografie dimostrative dei diversi stili.

In questo trattato, la nuotata supina veniva ampiamente consigliata, ma con una tecnica lontana da quella odierna

Le braccia eseguivano una trazione‑spinta simultanea sott’acqua, lungo i fianchi, mentre le gambe si muovevano con una spinta a forbice o con un calcio a rana. Era, a tutti gli effetti, una rana rovesciata.

Illustrazione tratte da “De Arte Natandi (1587)”. Seguono trascrizione e traduzione dal latino

N. Id qui sit? G. Ventre sinates, simul contrahens pedes, & contractos contrario modo ejiciens, poné etiam expansis manibus, aquas atrahe retocidens ac una supinus natans. Sic.

Che cos’è questo? — Sul ventre ti lasci andare, mentre insieme ritrai i piedi e, ritratti, li spingi in avanti nel modo opposto; allo stesso modo, con le braccia distese, richiami l’acqua all’indietro e, supino, nuoti. Così.

Il debutto olimpico, 1900 e il crawl capovolto di Hebner, 1912

Il debutto olimpico e la svolta del crawl capovolto (1900-1912)

Il dorso agonistico fece il suo esordio ai Giochi Olimpici di Parigi del 1900, sulla distanza dei 200 metri. Anche in quel contesto, la quasi totalità degli atleti utilizzava ancora la vecchia tecnica della rana invertita.

La rivoluzione arrivò nel 1912, ai Giochi di Stoccolma, grazie allo statunitense Harry Hebner. Hebner intuì che per aumentare la velocità occorreva applicare al dorso i principi che stavano decretando il successo del neonato crawl anteriore: recupero alternato delle braccia fuori dall’acqua e battuta di gambe continua sul piano verticale, ma invertita con il “calcio” propulsivo dal basso verso l’alto. Con questa intuizione conquistò l’oro nei 100 metri, mandando definitivamente in soffitta la tecnica tradizionale e segnando la nascita del dorso moderno.

Nella clip che segue (del 1933) estratta dal filmato didattico della British Pathé “Swimming Strokes – And How They Evolved, Arranged by W.J. Howcroft and demonstrated by Miss Kathleen Huxley“, Miss Huxley ci mostra in maniera esemplare la rana rovesciata sul dorso e, sdi seguito, la sua evoluzione nel “back-crawl”

Riportiamo di seguito le scritte che appaiono nella clip:

“In the same way the double-arm backstroke has developed…into the back-crawl. Here the legs work up and down, and do not impede, while the arms are actuated alternately“

È interessante notare, nella rana rovesciata di Miss Huxley, la netta separazione tra bracciata e gambata, intervallate da uno scivolamento accentuato ed elegante. Ancora più curioso è il recupero aereo della bracciata: a braccia tese nella rana rovesciata, mentre nel suo “dorso evoluto” il gomito si piega nella fase di recupero, restando aperto durante la fase propulsiva subacquea – esattamente il contrario di quanto avviene oggi.

L’evoluzione biomeccanica: dalla rigidità alla rollata (1930-1960)

Fino agli anni ’30 i dorsisti nuotavano mantenendo il corpo estremamente “piatto” sulla superficie. Le braccia, tese sott’acqua come remi, limitavano l’efficacia propulsiva alla sola fase centrale della bracciata, generando sbandamenti laterali e maggiore resistenza all’avanzamento.

L’introduzione della rollata cambiò radicalmente la biomeccanica: il tronco iniziò a ruotare sull’asse longitudinale a ogni bracciata. Questa oscillazione controllata permetteva alla spalla del braccio in recupero di uscire dall’acqua riducendo l’attrito, e alla mano in presa di affondare più agevolmente per fare leva sull’acqua ferma. Con l’avvento del gomito piegato australiano, la fase superficiale della nuotata raggiunse la configurazione biomeccanica attuale.

Roland Matthes: la forma ideale del dorso (1967-1974)

Su questo assetto stabilizzato si innesta l’espressione massima, tecnica ed estetica, dello stile classico: Roland Matthes. Nella storia del nuoto — non solo del dorso — non c’è mai stato un fuoriclasse capace di dominare la scena in modo così assoluto, rimanendo imbattuto per sette anni consecutivi.

Roland Matthes vince la medaglia d’oro nei 100 dorso alle Olimpiadi di Mexico 1968

Il campione di Erfurt aveva adattato la nuotata alle proprie caratteristiche fisiche: alto, longilineo, naturalmente leggero. Non cercava la potenza pura, ma la via della minima resistenza. Mentre gli avversari americani puntavano sulla forza muscolare, Matthes coltivava una sublime sensibilità acquatica.

Un’immagine proverbiale — attribuita a Gary Hall Senior, sebbene senza fonte scritta o certa — descrive la sua nuotata come talmente fluida da poter trasportare sul petto una coppa colma di champagne senza versarne una goccia.

Era la sintesi di uno stile elegante e dinamico al tempo stesso, sospeso tra acqua e aria.

Nei video d’epoca si assiste spesso a un paradosso visivo: Matthes scivola avanti con tale naturalezza che l’inquadratura televisiva finisce per “perdersi” gli avversari, evidenziando un vuoto imbarazzante tra lui e il resto del mondo. Matthes non è stato solo il più grande interprete dello stile: ne è stato l’incarnazione pura, la forma ideale, tuttora inavvicinabile.

Roland Matthes batte il record del Mondo dei 200 dorso nel 1972

La rivoluzione subacquea: il Dolphin Kick (Anni ’80)

L’ultima grande trasformazione del dorso agonistico e competitivo è avvenuta — paradossalmente — sott’acqua. Tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80, atleti come Jesse Vassallo, Daichi Suzuki e David Berkoff compresero che la posizione supina offriva un vantaggio enorme nelle fasi successive alla partenza e alla virata se abbinata a una potente battuta di gambe a delfino.

Nacque il celebre Berkoff Blastoff, un’immersione totale che permetteva all’atleta di rimanere sott’acqua fino a 35 metri su una vasca da 50, sfruttando l’assenza di onde superficiali. Poiché le gare rischiavano di trasformarsi in prove di apnea, dopo i 2mbGiochi di Seoul 1988 la FINA introdusse un limite di 10 metri per la fase subacquea, portato poi a 15 metri nel 1991 — soglia tuttora in vigore.

Ancora oggi, il kick subacqueo è il momento più veloce e adrenalinico della gara. Però, a dirla tutta, è una tecnica più vicina allo stile a delfino o all’apnea competitiva che al “dorso puro”, che desideriamo approfondire in questo articolo, evidenziandone gli aspetti filosofici, psicologici e pedagogici.

Nella clip che segue sono messe a confronto sincronico le finali olimpiche dei 100 dorso femminili, a distanza di 96 anni: Amsterdam 1928 e Parigi 2024. Mentre la nuotata in superficie è rimasta sostanzialmente la stessa, la differenza più evidente è l’implementazione della fase subacquea.

Filosofia e pedagogia della linea di galleggiamento

Analizzato da un punto di vista antropologico e pedagogico, il dorso – intendiamo quello “classico”, non competitivo, “da passeggio”, si rivela uno stile unico. Se nel crawl l’aria si cerca ruotando il capo, e nella rana o nel delfino bisogna emergere ritmicamente, il dorso abita la linea di galleggiamento in modo permanente.

Non a caso è tra i primi stili che si insegnano dopo l’ambientamento: offre al principiante il privilegio di mantenere un contatto visivo e uditivo continuo con l’istruttore — un vero faro nella nebbia della nuova dimensione liquida — e permette una respirazione spontanea, quasi “terrestre”. Sul piano della sicurezza, la posizione supina educa alla calma e all’autoprotezione: insegna che in caso di affaticamento o disorientamento è sempre possibile rallentare, galleggiare e recuperare il controllo senza cambiare assetto. La stessa logica di sopravvivenza, come ricordato in apertura, da cui tutto ha avuto origine.

La doppia consapevolezza – aumentata – e il paradosso sensoriale

Tuttavia, ciò che si semplifica sul piano respiratorio si complica su quello percettivo. Il dorso offre la libertà del terrestre, ma esige l’orientamento del navigatore; concede il cielo e sottrae l’orizzonte.

Avanzando all’indietro senza poter controllare la traiettoria con gli occhi, il nuotatore deve rinunciare al controllo visivo cui si va incontro e affidarsi a una complessa integrazione sensoriale: memoria del corpo, propriocezione, visione periferica, variazioni di assetto e di equilibrio.

Sappiamo che ogni nuotata consapevole si fonda essenzialmente su una dual awareness: una doppia consapevolezza del proprio corpo e del fluido, attraverso un feedback costante e immediato. Il dorso è il banco di prova più puro di questa frontiera: il corpo è sostenuto dalla spinta di Archimede, mentre la vista è guidata dalla luce che attraversa lo spazio “asciutto”. Le sollecitazioni tattili sono differenziate: si è immersi nel liquido per buona parte del corpo, ma l’altra parte, nello stesso momento, si lascia accarezzare dall’aria e dalla luce.

La navigazione umana

Nel dorso, infatti, non si entra completamente nell’acqua: si abita stabilmente il suo confine. È una forma di navigazione astronomica elementare: come i marinai dell’antichità che rinunciavano a vedere la meta per orientarsi leggendo la mappa del cielo, il dorsista mantiene la rotta non inseguendo un punto davanti a sé, ma preservando la continuità del proprio allineamento interno.

Quando il gesto si stabilizza, l’ansia dell’avanzare “al buio” scompare. Il soffitto o il cielo smettono di essere qualcosa da fissare e diventano uno sfondo indifferente, mentre il corpo scopre strumenti di navigazione interni che la vista, nella vita quotidiana, tende a soffocare.

Questo equilibrio dinamico tra aria e acqua trova la sua declinazione più intima lontano dalle corsie cronometrate.

Frammenti di una notte siciliana

Luglio 1985, costa orientale della Sicilia. Una notte di luna piena, il mare caldo e un cielo incredibilmente stellato. Durante un bagno di mezzanotte, senza quasi pensarci, ci ritrovammo tutti a galleggiare a stella e poi a scivolare lentamente supini per poter guardare all’insù.

E mentre si nuotava così, leggeri, le dimensioni dell’aria e dell’acqua sembravano perdere i loro confini netti. Parlavamo, indicando le costellazioni, l’ombra imponente del vulcano e le luci delle lampare al largo, senza neanche lo sforzo di doverle cercare.

Noi, con il respiro libero, la bocca aperta alla meraviglia e alle esclamazioni di stupore, la mente presente, eravamo sospesi – e felici.


Nuotando a dorso.