Sono “solo” 2775! ( 21 aprile, natale di Roma)

foto di Tolomeus

Oggi si festeggia il Natale di Roma che, secondo la leggenda, sarebbe stata fondata da Romolo il 21 aprile del 753 avanti Cristo.

Da questa data in poi derivava la cronologia romana, definita con la locuzione latina Ab Urbe condita, ovvero “dalla fondazione della Città”, che contava gli anni a partire da tale presunta fondazione.

CURIOSITÀ
Molti siti e testate annunciano la data di oggi come il 2776° compleanno di Roma perchè vengono sommati, istintivamente, il numero degli anni “a. C.” con quelli “d. C.” ottenendo, appunto (753 + 2023) 2776.

IN REALTÀ LA CITTÀ ETERNA COMPIE QUEST’ANNO 2775 ANNI !!

L’operazione corretta da fare è:

(753 + 2023) – 1 = 2775 anni !

La sottrazione di un anno è dovuta al semplice fatto che… NON ESISTE L’ ANNO 0 (“zero”)!: in altre parole tra il 21 aprile dell’ 1 a. C. e il 21 aprile dell’ 1 d. C. trascorse un solo anno e NON DUE!

Cieli sereni e Buon Natale Roma!
PG




Go East

Abu Dhabi, Dubai, Singapore, Hong-Kong, Tokyo




I villaggi di Asterix, quello vero.

Breden, (Lippe), Nordrhein-Westfalen, Deutschland

58-52 a.C.: Giulio Cesare conquista la Gallia. Tutta? (cit.) Si, proprio tutta, con buona pace dei galli e galletti di cartone Goscinny, Uderzo, Asterix e Obelix. I limiti orientali della Gallia, e quindi del dominio di Roma, vengono fissati sul Reno. Reno che comunque viene occasionalmente passato almeno un paio di volte dalle legioni romane (grazie ad incredibili ponti allestiti in pochi giorni, descritti accuratamente dallo stesso Cesare) solo – per “convincere” i Germani, diciamo con modi un tantinello spicci – di rimanere più tranquilli nei loro villaggetti al di là del fiume, evitando di commettere scorribande in Gallia. Ecco, appunto, villaggetti. Al di là del Reno non c’erano infatti delle città, ma degli insediamenti abitativi molto più rarefatti: come Giulio Cesare aveva già notato, e come spiega ancor meglio Tacito (98 d.c.) nel suo “De origine et situ Germanorum”:

“È notorio che le popolazioni germaniche non hanno vere e proprie città e che non amano neppure case fra loro contigue. Vivono in dimore isolate e sparse, a seconda che li attragga una fonte, un campo, un bosco. Non costruiscono, come noi, villaggi con edifici vicini e addossati gli uni agli altri: ciascuno lascia uno spazio intorno alla propria casa o per precauzione contro possibili incendi o per imperizia nella costruzione.
Non impiegano pietre tagliate o mattoni: per ogni cosa si servono di legname grezzo, incuranti di assicurare un aspetto accogliente.
“

Ehrsen (Lippe), Nordrhein-Westfalen, Deutschland

Testimoniando così l’esistenza di edifici simili a quella che sarebbe poi diventata la fachwerkhaus, la casa caratteristica dei popoli germanici. Per rendere l’idea, nell’odierna Geimar-Fritzlar, in Turingia, esiste una ricostruzione di un insediamento abitativo tipico della tribù dei Catti, allora posizionati tra il Reno e il Meno al tempo di Augusto.

(fonte: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c3/Geismar_Mittelalterdorf.jpg)

Come sappiamo, i programmi di Cesare che, secondo Plutarco, dopo queste escursioni dimostrative aveva in mente di rimettere le cose definitivamente a posto nella “Germania Magna” (quella oltre il Reno), furono bruscamente interrotti da Bruto e Cassio nelle ben note Idi di Marzo del 44 a.C.

A sua volta Augusto, dopo qualche anno e una volta “chiarita” nel Mediterraneo la situazione con Marco Antonio e Cleopatra, riprese il programma di Cesare nel nord Europa, spostando il confine orientale dell’Impero dal Reno all’Elba e provando ad imporre il “lifestyle” romano anche alle tribù barbariche dislocate tra questi due grandi fiumi. Fu decisamente un fallimento: il governatore Varo, avido ed ottuso, proveniente dalla Siria e abituato alle corruzioni e alle mollezze dei regni mediorentali, non capì nulla dello spirito libero, selvaggio ed indomito dei Germani che nel 9 d.c. si unirono sotto la guida di Arminio (Hermann der Cherusker) per ribellarsi a Roma, annientando tre legioni in quella che sarebbe diventata la “Clades Variana”, la disfatta di Teutoburgo. La peggiore sconfitta subita da Roma dai tempi di Annibale.

Si è giustamente detto che queste circostanze (la congiura contro Cesare, la ribellione – o il vile tradimento, a seconda del punto di vista – di Arminio) abbiano radicalmente cambiato il corso della Storia, sottolineando che se Roma ha perso la Germania, allo stesso modo la Germania perse Roma, con tutte le conseguenze del caso: tralasciando gli aspetti politici, filosofici, religiosi, culturali e linguistici che ne sarebbero conseguiti, tra Reno ed Elba non furono più costruiti edifici pubblici, terme, ponti, strade, acquedotti, fortificazioni, accampamenti, mura, città. Quindi, niente “Insulae”, nessuna “Domus”. Le abitudini dei Germani sarebbero infatti rimaste sostanzialmente quelle descritte da Cesare e Tacito ancora per diversi secoli se non millenni; ancora oggi possiamo facilmente rintracciare il DNA delle abitazioni di duemila anni fa nell’ odierna “casa a graticcio”, la fachwerkhaus.

Gutersloh, (Lippe), Nordrhein-Westfalen, Deutschland

Ehrsen (Lippe), Nordrhein-Westfalen, Deutschland

Fachwerk, in tedesco, è il termine che si usa per definire questa artigianale e plurisecolare metodologia costruttiva in cui l’edificio è sorretto da una struttura lignea portante, fatta di montanti, travi e puntelli, sapientemente assemblati tra loro. Lo scheletro a vista – che si direbbe oggi “eco-friendly” – grazie all’elasticità propria del legno riesce a resistere anche a grandi sollecitazioni di neve e vento. Le tamponature tra le travi e i pannelli (Gefach), sono di norma riempite con un graticcio o una cannicciata di rami sottili rivestita di argilla su entrambi i lati, oppure – meno frequentemente – con un impasto di ciottoli e/o laterizi.

Presso Hollenstein (Lippe), Nordrhein-Westfalen, Deutschland

La struttura così evidente, non diversamente da quella propria della tradizione giapponese alla quale per certi versi un poco assomiglia, assume anche una forte valenza decorativa, smentendo così l’ingeneroso giudizio estetico di Tacito (nota a sua discolpa: era abituato a ben altro stile, quello imperale di bronzi e marmi; si pensi che allora il Colosseo era nuovo di zecca…)

Bad Salzuflen (Lippe), Nordrhein-Westfalen, Deutschland

Questo principio costruttivo, di uso corrente fino all’Ottocento, è stato declinato in molte variazioni e trasformazioni influenzate dalle caratteristiche storiche e geografiche delle diverse regioni tedesche (e anche francesi: già Cesare aveva scritto che le case dei Galli, dei Britanni e dei Germani si assomigliavano: la continua osmosi culturale tra le due rive del Reno ha fatto il resto),

Gutersloh, (Lippe), Nordrhein-Westfalen, Deutschland

Le case a graticcio in Germania si trovano ancora in una stupefacente varietà di forme, intrecci e decorazioni, a volte figurative, altre puramente ornamentali, tutte diverse tra loro a causa delle caratteristiche spiccatamente artigianali; anche a cercarle col lanternino, non si trovano infatti due case Fachwerk uguali tra loro.

Bad Salzuflen (Lippe), Nordrhein-Westfalen, Deutschland
Bad Salzuflen (Lippe), Nordrhein-Westfalen, Deutschland

Bad Salzuflen (Lippe), Nordrhein-Westfalen, Deutschland

Bad Salzuflen (Lippe), Nordrhein-Westfalen, Deutschland

Bad Salzuflen (Lippe), Nordrhein-Westfalen, Deutschland

Il periodo di massimo splendore dell’edificio a graticcio è senz’altro quello tra il XVI e l’inizio del XVII secolo. Esiste addirittura una strada delle case a graticcio (“Fachwerkstraße”) che attraversa per 2.800 km tutta la Germania, dal nord al sud, collegando quasi 100 città tedesche, attraversando ben 6 Lander: Bassa Sassonia, Sassonia-Anhalt, Turingia, Assia, Baden-Württemberg, Baviera. Ma, e questo per noi è davvero tanto sorprendente quanto incomprensibile, escludendo proprio la Renania settentrionale-Vestfalia, cioè proprio quella regione appena al di là del Reno, e cioè quella più direttamente interessata dalle vicende descritte da Cesare e Tacito.

Nel cuore della Nordrhein-Westfalen (questo il nome attuale del Land, in tedesco) e segnatamente nella provincia della Lippe, sono invece conservati un gran numero di edifici a graticcio, nei piccoli centri storici o dispersi tra boschi e campi: ne abbiamo quindi fotografati alcuni che si trovano fuori delle grandi rotte turistiche, nelle località di Ehrsen, Breden, Bad Salzuflen, Schotmar, Gutersloh, Bergkirchen, Hollenstein, Schwalenberg, Herford. Edifici che, non a caso, si trovano disseminati nella Selva di Teutoburgo, sì, proprio la foresta teatro della battaglia tra Germani e Romani del 9.d.C.

Al centro della quale, sulla sommità di una collina, svetta un ciclopico monumento dedicato ad Arminio, l’Asterix teutone capo della resistenza militare – e culturale – contro i Romani: in ultima analisi, è anche merito suo se le case a graticcio si sono continuate a costruire e sono arrivate fino a noi secondo la tradizione locale, quella raccontataci da Giulio Cesare e Publio Cornelio Tacito.

Monumento ad Arminio presso Detmold (Lippe), Nordrhein-Westfalen, Deutschland © Tourismus NRW e.V.\/Teutoburger Wald Tourismus



Art for free!

Created to geotag some artistic/architectural/panoramic beauties that do not require entrance tickets. Original pics by Tolomeus/Zum Zug/and Gregory. Enjoy!

https://maps.app.goo.gl/Hbk3uxz1quxQ7dSQ7




LA CLESSIDRA PIÙ GRANDE DEL MONDO⏳

A Oda, in Giappone, si trova il Museo della Sabbia (Nima Sand Museum), costruito nel 1991 su progetto dell’architetto Shin Makamatsu.
È costituito da sei piramidi di varie dimensioni e al centro della piramide maggiore è ospitata la CLESSIDRA PIÙ GRANDE DEL MONDO che è alta più di 5 m e pesa 560 kg.
Ha un diametro di 1 m ed è riempita con 629.100.000.000 (più di 629 miliardi!) di granelli di sabbia che pesano 1.000.368 g (più di una tonnellata!).
Si tratta della sabbia della vicina spiaggia di Kotogahama, famosa per essere tra le poche al mondo ad avere una “sabbia che canta”. (Bitta ne ha parlato il 19 settembre scorso).
Prima di essere sigillata nella clessidra è stata setacciata in modo tale che ogni granello misurasse in media 0,11 mm e scorresse continuamente attraverso un ugello di 0,84 mm di diametro. L’enorme clessidra viene capovolta ogni 31 dicembre a mezzanotte, dopo che l’ampolla superiore ha impiegato esattamente un anno per svuotarsi in quella inferiore.

Cieli sereni
PG




Allineamenti

dialoghi architettonici a distanza (apparente)

Barcelona



Straight!

Architetture che ci mettono la faccia …(ta).

Kōfuku-ji Chukondo 興福寺 中金堂



Foro.. Italico sì, ma alla maniera greca!

Piscine coperte del CONI e Università del Foro Italico, Roma. Arch. Costantino Costantini.

Foro.. Italico sì, ma alla maniera greca!

I numerosi campioni stranieri di nuoto, tennis, atletica e rugby che hanno partecipato al Trofeo Settecolli, agli Internazionali, al Golden Gala o al Sei Nazioni concordano nel ritenere gli impianti sportivi del Foro Italico tra i più affascinanti al mondo. È difficile contraddirli. Tuttavia, è un peccato che questa straordinaria parte di Roma, incastonata tra le pendici di Monte Mario e l’ansa del Tevere, non sia ancora stata esaminata con l’attenzione critica che meriterebbe. A più di novant’anni dai primi progetti, continua infatti a risentire della sua forte connotazione simbolica.​​

Indubbiamente, il Foro Italico rappresenta una testimonianza imponente dell’architettura del periodo fascista, in cui la gioventù doveva disporre delle migliori strutture, oltre che di “luce, aria, acqua e sapone”. Tuttavia, l’ideologia non dovrebbe oscurare l’evidente qualità degli edifici originali e dell’intero complesso urbanistico, che possono essere considerati veri capolavori.

In passato si parlava spesso, talvolta impropriamente, di “impatto ambientale”; oggi prevalgono espressioni come “sostenibilità” e “ecologia”, termini ormai inflazionati (qui evitiamo, per rispetto nazionale, le loro discutibili controparti anglofone). In questo dibattito si dimentica quasi sempre il primo grande esempio storico di architettura in armonia con il paesaggio: gli insuperabili teatri e stadi greci, progettati per essere scavati nel terreno, evitando così strutture sopraelevate. Questa era la vera sensibilità “green” dell’epoca.

Era anche la cultura dell’Ellade, raffinata e sofisticata, ben più di quella dei conquistatori romani. Possiamo immaginare che un cittadino di Atene, Sparta o Delfi del VII secolo a.C., proiettato nel futuro, avrebbe perfino considerato il Colosseo (I sec. d.C.) un vero e proprio “ecomostro…”

La lezione greca: architettura che scompare nel paesaggio

I teatri greci, da Epidauro a Siracusa, da Dodona a Segesta, rappresentano un modello insuperato di integrazione paesaggistica. La cavea veniva scavata nel fianco della collina, sfruttando il declivio naturale senza bisogno di imponenti strutture autoportanti. Il teatro greco di Epidauro, costruito da Policleto il Giovane nel IV secolo a.C., con la sua capacità di 13.000-15.000 spettatori, conserva un’acustica perfetta ancora oggi, grazie proprio alla conformazione naturale del terreno. A Siracusa, il teatro è “quasi interamente scavato nella roccia”, formando un tutt’uno organico con il colle Temenite.

Questa scelta non era solo estetica o acustica: era profondamente ecologica, nel senso più autentico del termine. I Greci comprendevano che l’architettura doveva dialogare con la natura, inserirsi discretamente nel paesaggio, rispettarne l’harmonia e il kosmos. Non a caso, i teatri erano dedicati a Dioniso e si trovavano in luoghi sacri: la terra stessa era considerata divina, e sfregarla con costruzioni monumentali sarebbe stato un atto di hybris, di tracotanza.​

L’approccio romano: potenza e monumentalità

I Romani, al contrario, ribaltarono questa logica. Il teatro romano divenne una struttura autonoma, autoportante, costruibile ovunque, anche in pieno centro urbano pianeggiante. La cavea non si appoggiava più al pendio naturale ma poggiava su complessi sistemi di arcate, volte e pilastri in travertino, tufo e laterizio. L’orchestra, circolare nel teatro greco per accogliere il coro danzante, divenne semicircolare, poiché l’azione si spostò interamente sul palcoscenico.

Il Colosseo rappresenta l’apice di questa concezione. Un’ellisse gigantesca di 189 metri per 156, alta quasi 50 metri, con 80 arcate per ogni ordine, costruita con circa 100.000 metri cubi di travertino estratti dalle cave di Tivoli. Una macchina scenografica impressionante, simbolo del potere imperiale, ma profondamente invasiva dal punto di vista ambientale. Pensate all’enorme quantità di materiali estratti, trasportati, lavorati; alla manodopera schiavile impiegata; ai complessi ipogei sotterranei con montacarichi e tunnel per gladiatori e bestie. Tutto questo per creare uno spettacolo cruento, lontano anni luce dalla funzione educativa e catartica del teatro greco.

Un greco antico, teletrasportato nella Roma imperiale, avrebbe probabilmente storto il naso di fronte a tanta ostentazione di potenza costruttiva, a quell’architettura che non si nasconde ma si impone, che non dialoga con il paesaggio ma lo domina. Il Colosseo, pur nella sua innegabile grandiosità ingegneristica, sarebbe apparso ai suoi occhi come un’opera sproporzionata, un monumento all’arroganza umana più che all’equilibrio cosmico.

Il Foro Italico: un classicismo “mediterraneo”

Ed eccoci al Foro Italico. Quando Enrico Del Debbio ricevette l’incarico nel 1927 di progettare il complesso sportivo alle pendici di Monte Mario, si trovò di fronte a un’area straordinaria: una fascia di terra compressa tra il fiume Tevere e la collina, un paesaggio già fortemente connotato. La sua risposta fu sorprendentemente vicina alla sensibilità greca, pur partendo da presupposti ideologici completamente diversi.

Lo Stadio dei Marmi, inaugurato nel 1932, è il cuore pulsante del complesso. Del Debbio lo concepì come un’evocazione diretta degli stadi greci: la pista è completamente interrata, e le gradinate furono ottenute sopraelevando il terreno di circa 5,50 metri. In altre parole, invece di costruire una struttura autoportante alla romana, Del Debbio scavò e modellò il terreno, creando un catino naturale rivestito in marmo bianco di Carrara. Il risultato è un’architettura che si fonde con il paesaggio, che sfrutta la conformazione naturale del suolo, che dialoga con le pendici di Monte Mario sovrastanti.​

Le sessanta statue in marmo di Carrara, alte 4 metri, che coronano le gradinate sono diventate l’icona dello stadio. Donate dalle province del Regno, rappresentano atleti in varie discipline sportive, richiamando esplicitamente la statuaria greca classica e la tradizione del serto, la corona di alloro per i vincitori. Quattro statue in bronzo di Aroldo Bellini completano l’apparato decorativo, raffigurando lottatori e arcieri.

L’intero Foro Italico, con la sua Accademia di Educazione Fisica (oggi sede del CONI) in rosso pompeiano, con i mosaici bianchi e neri del Piazzale dell’Impero, con la Fontana della Sfera e il Palazzo delle Terme, rivela un approccio progettuale che Del Debbio stesso definì “di più ampio respiro, di ispirazione mediterranea”. Il riferimento non è solo alla Roma imperiale, ma a un classicismo più vasto, che guarda alla Grecia, all’armonia tra architettura e natura, alla “misura italiana” che equilibra modernità e tradizione.

Razionalismo mediterraneo

Del Debbio fu anche un esponente del razionalismo italiano, quel movimento architettonico degli anni ’20 e ’30 che cercava di coniugare funzionalità moderna e proporzioni classiche. Nella sua opera, gli elementi razionalisti – geometrie pure, volumi essenziali, assenza di decorativismo superfluo – si fondono con un profondo rispetto per i materiali naturali (marmo, travertino, pozzolana romana) e per il contesto paesaggistico.​

Luigi Moretti, che subentrò a Del Debbio come direttore tecnico dell’Opera Nazionale Balilla, portò avanti questa linea con la Casa delle Armi (1934-1936), capolavoro razionalista caratterizzato da spazi fluidi, una scala elicoidale scultorea e un’astrazione lirica che ancora oggi stupisce. Purtroppo, l’edificio ha subito pesanti manomessioni quando fu trasformato in “aula bunker” negli anni ’80, perdendo gran parte della sua coerenza originaria.

Una lezione dimenticata

Il paradosso del Foro Italico è che, pur essendo stato concepito come celebrazione del regime fascista, contiene una lezione di architettura sostenibile che precede di decenni i dibattiti contemporanei. Del Debbio dimostrò che è possibile costruire grandi impianti sportivi senza devastare il territorio, sfruttando la morfologia naturale del suolo, usando materiali locali di qualità, creando un dialogo armonioso tra architettura e paesaggio.​

Oggi parliamo ossessivamente di “sostenibilità”, “impatto zero”, “architettura verde”, spesso brandendo questi concetti come slogan vuoti. Dimentichiamo che gli antichi Greci, duemilacinquecento anni fa, avevano già capito tutto: costruire significa innanzitutto ascoltare il luogo, rispettarne il genius loci, inserirsi con discrezione. Non è questione di tecnologia o di certificazioni ambientali, ma di cultura, di sensibilità, di sophrosyne – quella saggezza della misura che i Greci consideravano la virtù suprema.​

Il Foro Italico, nonostante le contraddizioni ideologiche del suo tempo, ci ricorda questa lezione. È un esempio – raro per il Novecento – di come l’architettura monumentale possa comunque dialogare con la natura, sfruttando principi millenari riscoperti da un architetto colto come Del Debbio.​

E chissà, forse quel cittadino greco del VII secolo a.C., teleportato non nella Roma imperiale ma nella Roma del 1932, di fronte allo Stadio dei Marmi avrebbe annuito con approvazione. Avrebbe riconosciuto in quelle gradinate scavate nel terreno, in quel candido marmo che dialoga con il verde di Monte Mario, un’eco lontana ma fedele della sua amata Ellade. E avrebbe forse mormorato, con un sorriso complice: “kalòs kai agathós” – bello e buono, come deve essere ogni opera umana che aspiri all’armonia con il cosmo.

(cliccare sulle immagini per vederle per intero ed ingrandite)

E per finire… 😉




Divulgare la scienza: in ricordo di Piero Angela

In ricordo di Piero Angela trascriviamo letteralmente l’articolo/intervista “Divulgare la scienza“, a firma Giancarlo De Leo per Poliziamoderna, rivista ufficiale della Polizia di Stato, pubblicata il 01/03/2012.

Autore di fortunati programmi di informazione, Piero Angela, uno dei protagonisti del calendario della polizia, parla di sè e di come vede il futuro della televisione

Uno dei volti televisivi più noti e popolari presso il grande pubblico, considerato il “divulgatore scientifico” per eccellenza della televisione italiana, Piero Angela è il protagonista del mese di marzo del calendario della Polizia di Stato. Vero pioniere dell’informazione radiotelevisiva (il suo programma SuperQuark, in onda dal 1995, è il punto di riferimento nel campo dei documentari scientifici, storici e naturalistici), autore di molti libri – alcuni dei quali tradotti in inglese, tedesco, francese e spagnolo – venduti in milioni di copie, racconta a Poliziamoderna la sua esperienza professionale rispetto alla televisione e ad alcuni temi di attualità.

Nell’immagine di marzo del calendario lei è ritratto accanto alla Lamborghini e all’aereo P180, due mezzi adibiti anche al trasporto di organi. Lei è a conoscenza di questa attività della polizia? Cosa pensa della donazione di organi in Italia?
Ne ero a conoscenza e penso sia un merito per la polizia. Riguardo questo punto credo che in Italia ci sia ancora molto da fare soprattutto in termini di corretta comunicazione. Sull’argomento circolano infatti molte chiacchiere infondate, veicolate con estrema leggerezza da personaggi famosi, che purtroppo arrivano a milioni di persone. In questo senso, una volta commesso un grosso danno, risulta difficile ripararlo; la smentita di un serio scienziato non ha mai l’eco di una corbelleria firmata da un personaggio popolare. Voi della Polizia di Stato difendete i cittadini dai malfattori e dalle truffe, noi giornalisti cerchiamo di difenderli dalle false informazioni: una missione parallela che ci rende in qualche modo affini e che in fondo credo “legittimi” anche la mia presenza nel vostro calendario.

La sua passione non è sempre stata solo il giornalismo, sappiamo che uno dei suoi amori giovanili è stata la musica, in particolare quella jazz. Cosa c’è in comune tra questi suoi interessi?
In effetti da giovane sono stato un musicista dilettante con potenzialità professionali. Ho fatto anche dei piccoli tour suonando in giro per l’Italia facendo parte di trii e quartetti che si esibivano nei jazz club. Una esperienza di cui ho fatto tesoro nel mestiere di giornalista. Il linguaggio della musica mi ha insegnato i cambiamenti di ritmo, di intensità, le variazioni sul tema e le digressioni che tuttora utilizzo nelle mie comunicazioni per non apparire – appunto – monocorde. È assolutamente essenziale, per ogni divulgatore, non annoiare mai chi guarda e ascolta, a maggior ragione se gli argomenti trattati sono molto seri.

In una televisione generalista è possibile mantenere un’identità riconoscibile? SuperQuark o Ulisse potranno migrare verso qualche canale tematico per non correre il rischio di essere confusi con programmi che non hanno alcuna validità scientifica?
Come giornalista per me è assolutamente naturale rivolgersi ad un pubblico che sia il più vasto possibile, anche per stimolare l’attenzione di chi non si orienterebbe autonomamente verso i temi che proponiamo. In fondo è proprio questa la funzione del divulgatore: dapprima far sorgere un interesse e poi aumentare il livello di consapevolezza del “normale” telespettatore relativamente ad un tema che altrimenti rimarrebbe circoscritto a pochi addetti ai lavori o cultori della materia e del tutto ignoto ai più. Per questo stesso motivo non vedo il futuro di Superquark o di Ulisse in palinsesti specializzati: questi canali potrebbero essere utili soprattutto agli studiosi e agli appassionati di questo o quell’argomento, ma corrono il rischio di diventare dei club per pochi, delle vere riserve indiane mediatiche.

Pensa che la televisione generalista rischi di perdere il pubblico più giovane?
È incontestabile che i giovani si stiano allontanando dalla televisione, dirigendosi sempre più verso altri terminali come i tablet e gli smartphone: ma è vero che anche loro continuano a guardare la tv, magari veicolata da Internet, sul proprio pc. Poi ci sono i tanti anziani – e la popolazione invecchia sempre di più – che non si servono delle nuove tecnologie e rimangono fedeli alla televisione tradizionale. Se si guardano i dati di ascolto delle trasmissioni televisive si vede che il bacino di utenza complessivo in realtà è aumentato, in particolare le ore quotidiane di fruizione pro capite – si arriva ad una media oltre quattro ore –, e questo è un dato veramente rilevante. È da tenere presente poi che purtroppo nel nostro Paese è il tubo catodico a tenere banco rispetto per esempio ad altre attività come la lettura. Per molte persone il piccolo schermo è rimasto l’unico gancio culturale disponibile e proprio per questo l’offerta dovrebbe essere sempre più aperta, strutturata e stimolante. Al contrario la moltiplicazione dei canali meramente tematici rischierebbe di condizionare la scelta dello spettatore solo sull’argomento che gli interessa, fiction o trasmissioni calcistiche o altro, impoverendo il ventaglio di informazioni che potrebbe ottenere. Detto questo, sicuramente in un contenitore generalista ci può essere il rischio di confondere l’utente con proposte solo in apparenza somiglianti. Non resta che confidare nella maturità dello spettatore e nella sua capacità di discernimento. D’altra parte, ognuno è responsabile in toto per i propri prodotti e personalmente posso garantire solo per i miei… per concludere in leggerezza, vogliamo infine dire che “il mondo è bello perché è vario?”

Lei è tra i fondatori del Cicap (Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale) un’organizzazione per promuovere un controllo sui fenomeni scientificamente inspiegabili. In una società dove spesso sedicenti maghi e veggenti approfittano delle persone psicologicamente deboli quanto valore ha l’affermazione di George Santayana “lo scetticismo è la castità dell’intelletto”?
La speculazione a discapito dei creduloni è assolutamente reale e si manifesta in forme più o meno gravi, l’oroscopo ne costituisce l’espressione più diffusa e meno dannosa. Purtroppo, per contrastare efficacemente il problema ci vorrebbe una campagna di informazione collettiva con numerosi testimonial qualificati e conosciuti. Personalmente, anche come scrittore, sono molto impegnato in questo senso, (ndr: ha scritto anche un libro sull’argomento :Viaggio nel mondo del paranormale e ha una rubrica fissa: “L’altra campana” sulla rivista Scienza e Paranormale), ma la mia voce è sempre stata piuttosto isolata.

Lei è anche autore di numerosi libri che spesso approfondiscono gli argomenti trattati nelle sue trasmissioni. Che ne pensa delle nuove tecnologie applicate all’editoria? Legge anche i libri in formato digitale sui tablet o sugli e-book reader?
Sono assolutamente consapevole dei vantaggi offerti dalle nuove tecnologie come l’economicità, il risparmio di spazio, di peso e la conseguente disponibilità di una intera biblioteca in pochi centimetri quadri, ma ritengo che questi strumenti siano perlopiù destinati alle nuove e alle nuovissime generazioni, i cosiddetti “nativi digitali”; personalmente continuo ad apprezzare maggiormente la tradizionale carta stampata, facendo parte della generazione dei “nativi gutemberghiani!”.

data pubblicazione articolo originale: 01/03/2012

link articolo originale sul sito ufficiale di Poliziamoderna; Divulgare la scienza (poliziadistato.it)




Sono solo dettagli