«Se credi alla verità, venendo mi sembra di essere nuotatore, tornando mi sembra di essere un naufrago. E se mi credi, verso di te la via mi sembra in discesa, quando parto da te, è un monte di acqua insensibile» Ovidio, Eroidi, Lettera XVIII (di Leandro ad Ero)
A Roma, nel Museo Nazionale Romano, è conservata una lunetta del 30 a.C. che raffigura la scena mitologica del giovane Leandro che attraversa a nuoto lo stretto dell’Ellesponto (l’odierno stretto dei Dardanelli) per raggiungere sulla costa opposta l’amata Ero, rappresentata in cima a una torre. Nelle sue traversate notturne da Abydos a Sestos, Leandro era guidato da una lucerna accesa da Ero. Una notte, una tempesta spense la lampada, disorientando Leandro che annegò tra le onde.
immagine di Leandro che nuota, foto dell’autore
Quando, all’alba, Ero vide il suo corpo senza vita sulla spiaggia, affranta, si tolse la vita. La pittura, per datazione e stesura, può essere classificata come un’opera del “secondo stile pompeiano avanzato“. A margine, rileviamo come la torre di Ero e la struttura a ponte che la accompagna assomiglino curiosamente agli edifici razionalisti del Foro Italico a Roma, che ospitano le piscine del CONI, costruiti quasi duemila anni dopo. Ma qui non ci interessa tanto lo stile architettonico dell’edificio, né quello pittorico con il quale Leandro è stato rappresentato, quanto, piuttosto, lo stile natatorio che il giovane sembrerebbe esibire. Da questo punto di vista, rimangono ben pochi dubbi: l’anonimo artista di età Augustea ci mostra la bracciata a stile libero, o più correttamente, a “crawl” di Leandro: braccio allungato in avanti, mano destra in fase di appoggio-presa, gomito e polsi correttamente piegati per ottimizzare la trazione.
Osservate, braccio sinistro indietro lungo il fianco, leggermente flesso e rilassato all’inizio della fase di recupero aereo. Sebbene la posizione della testa, un pò troppo alta e ruotata in direzione del braccio avanzato, potrebbe essere considerata un errore tecnico, presumibilmente, il giovane e romantico Leandro stava cercando con lo sguardo la sua luce guida tra le onde. E’ anche probabile che lo stesso Ovidio, a sua volta, sapesse nuotare: la sua “via in discesa” e il suo “monte di acqua insensibile” somigliano in maniera più che sospetta alle descrizioni degli atleti quando raccontano le sensazioni proprie delle fasi inziali e finali di una gara in vasca.
Se le abilità acquatiche di Ovidio rimangono nell’ambito delle nostre supposizioni, quelle di un altro poeta, stavolta di età romantica, Lord Byron, sono invece ben documentate; il 3 maggio 1810 volle ripetere proprio l’impresa di Leandro, traversando a nuoto l’Ellesponto insieme ad un Ufficiale della Marina Britannica, Mr. Ekenhead.
Un dettaglio della mappa dell’Ellesponto di Barbie du Bocage. Ci mostra Sestos, il Tour de Hero e Abydos. La regione ha una ricca storia: in basso a sinistra è l’ipotesi settecentesca sulla posizione della città di Troia, a pochi chilometri dalle rovine moderne, la cui posizione venne determinata per la prima volta nel 1822.
All’impresa natatoria Lord Byron dedicò ovviamente alcuni versi (auto) celebrativi:
For me, degenerate modern wretch, Though in the genial month of May, My dripping limbs I faintly stretch, And think I’ve done a feat to-day. But since he crossed the rapid tide, According to the doubtful story, To woo,—and—Lord knows what beside, And swam for Love, as I for Glory;
Lord Byron scriveva versi certamente glorificanti (visto che il suo scopo era quello di tuffarsi – letteralmente – anche lui nel mito) però del tutto privi di indicazioni tecnico-natatorie; non ci risultano descrizioni riguardo il suo stile e possiamo solo supporre che nuotasse a rana, come ogni rispettabile britannico di quei tempi, visto che lo “stile di Eton“, questo sì ben descritto con dovizia di particolari e che andò per la maggiore nella prima metà del XIX secolo era sostanzialmente un antenato tranquillo e scivolato della rana odierna.
LEAHY, “Sergeant” (John Corbitt). The Art of Swimming in the Eton Style. With a Preface by Mrs Oliphant. Macmillan; Nottingham: Shepherd Bros. 1875
Di questa nuotata però ne parleremo ampiamente in un prossimo articolo, perché oggi trattiamo, appunto, la storia del “crawl”.
Il Crawl
Sappiamo per certo che la bracciata alternata, tipica del crawl, che in seguito sarebbe stata perfezionata da nuotatori americani, fu vista e raccontata per la prima volta nel mondo occidentale moderno solo nel 1844 a Londra, per merito dei nuotatori nativi americani della tribù Ojibwe Flying Gull e Tobacco. Costoro erano stati invitati dalla British Swimming Society per un’esibizione ai bagni di High Holborn a Londra, gareggiando l’uno contro l’altro (sfida e rivincita) per una medaglia d’argento. Per la cronaca Flying Gull vinse entrambe le sfide. Riportiamo testualmente la cronaca d’epoca:
“At a signal, the Indians jumped into the bath, and, on a pistol being discharged, struck out and swam to the other end, a distance of 130 feet, in less than half a minute. The Flying Gull was the victor by seven feet. They swam back again to the starting-place, where Flying Gull was a second time the victor. Their style of swimming is totally un-European. They lash the water violently with their arms, like the sails of windmill, and beat downwards with their feet, blowing with force, and fanning grotesque antics. They then dived from one end of the bath to the other with the rapidity of an arrow, and almost as straight tension of limb. They afterwards entered the lists with Mr. Kenwerthy, one of the best swimmers in England, and who beat them with the greatest ease.“
Le indicazioni cronometriche forniscono per Flying Gull una velocità di circa 1,3 metri al secondo. Tutto considerato senz’altro una buona prestazione, visto che l’attuale primatista mondiale dei 50 stile libero, l’americano Caeleb Dressel, 175 anni di progresso dopo, viaggia ad una velocità neanche doppia, pari a 2,38 m/sec.
Il campione locale, il nuotatore inglese Harold Kenworthy, che era furbo, fresco e riposato, utilizzò poi lo stile rana per sfidare i due stanchi Ojibwe in una terza gara, vincendola facilmente: come prevedibile, questo risultato fu utilizzato per giustificare la presunta superiorità dello stile britannico con il risultato che gli Inglesi, già conservatori per attitudine culturale, continuarono imperterriti a nuotare solamente a rana per altri 30 anni; precisamente fino al 1873 quando John Arthur Trudgen (1852-1902), anche lui britannico, apprese da altri indigeni del Sud America un’altra versione del crawl: stavolta caratterizzato dalle gambe a forbice e dalla bracciata “successiva”, ovvero con un braccio che completa il proprio ciclo prima che parta l’altro.
Trudgen’s style
Il successo del nuovo stile di Trudgen fu tale che la nuotata “gambe a forbice – bracciata a crawl” viene tuttora chiamata col suo nome. Il Trudgen viene ancora utilizzato per alcune tecniche di salvamento a nuoto. Il Trudgen venne ulteriormente modificato agli inizi del ‘900 da un australiano, Dick Cavill, che sviluppò la bracciata ispirandosi ad alcuni nuotatori delle Isole Salomone, che enfatizzavano rollio del corpo e allungamento della bracciata, lasciando le gambe semplicemente libere di coordinarsi naturalmente con un movimento a “serpentina”; tale stile venne chiamato “il gattonare australiano“. La serpentina si ottiene facilmente, lasciando libere le gambe di fluttuare senza cercare la propulsione; è uno stile energeticamente scivolato, non dispendioso, quindi adatto a fondisti e mezzofondisti, a “trazione anteriore”, dove l’avanzamento è affidato sostanzialmente alle sole braccia.
Poco dopo Il nuotatore americano Charles Daniels (1885 – 1973), invece, per aumentare sensibilmente la velocità sulle brevi distanze, pur a prezzo di un consumo energetico non sostenibile a lungo, reintrodusse il movimento di gambe di Flying Gull e Tobacco, che oggi chiameremmo canonico. In pratica, specificando la necessità di coordinare sei tempi di battuta per ogni ciclo di bracciata e definendo così, una volta per tutte, il nuovo stile che combinava la bracciata allungata ed articolata di Cavill con la poderosa battuta di gambe degli OJibwe. Daniels, con questa tecnica vinse varie medaglie d’oro alle Olimpiadi di St. Louis (1904) e Londra (1908).
ritratto di Charles Meldrum Daniels (1885 – 1973), freestyle swimmer statunitense, medaglia d’oro olimpica – Autore e Fonte Bain News Service, publisher – Public domainCharles Meldrum Daniels.jpg – Wikimedia Commons
Charles Daniels, da allora, viene considerato il fondatore del “front crawl americano“. Americano come, peraltro, americani (sebbene l’uno di origine hawaiana, l’altro di natali austro-ungarici) furono i due più grandi campioni ed interpreti di questo stile, negli anni dieci e venti del secolo scorso, Duke Kahanamoku (1890-1968) e Johnny Weissmuller (1904-1984), due star assolute, la cui celebrità debordava ben al di là del mondo del nuoto, nonostante le numerose medaglie d’oro vinte da entrambi nelle olimpiadi che vanno dal 1912 al 1928.
Nel video potete vedere l’americano di origine Hawaiana Duke Kahanamoku vincere i 100 metri stile libero ai Giochi Olimpici di Anversa del 1920.
La fantastica carriera di Duke si concluse a Parigi nel 1924 dove conquistò l’argento nei 100 m dietro a Johnny Weissmuller, il più famoso Tarzan cinematografico di sempre.
Nella clip, potete vedere una ripresa subacquea della nuotata di Johnny Weissmuller nei panni di Tarzan.
Dai tempi di Daniels, Kahanamoku e Weissmuller, quindi da oltre un secolo, la nuotata a crawl è rimasta sostanzialmente la stessa e le differenze di prestazioni tra i campioni di allora e quelli odierni sono da attribuirsi esclusivamente ai naturali progressi medico-scientifici (teorie dell’allenamento, alimentazione) e tecnologici (costumi, frangi-corsie) che sono nel frattempo intervenuti. Ad esempio, ritengo che un talento naturale ed assoluto come Weissmuller, che chiuse la carriera imbattuto, a parità di materiali e di allenamento potrebbe competere ancora con i migliori campioni di oggi.
Una curiosità Tornando al mitico Leandro, il suo front crawl “americano” fu definito tale dagli americani, che forse non conoscevano i miti classici, e quindi non potevano sapere nemmeno che lo stile del giovane eroe era in uso fin da tempi ancora più antichi di quelli di Augusto.
C’è un bassorilievo mesopotamico del IX sec. a.C. conservato al British Museum di Londra, proveniente dal palazzo di Ashurnasirpal II a Nimrud (Irak) che rappresenta dei guerrieri “assaltatori”, che nuotano verso il nemico con la copertura degli arcieri Assiri.
Notate nel dettaglio, che mentre i due personaggi in basso si avvalgono ad un otre, a modo di salvagente gonfiato con la bocca, il terzo nuotatore mostra un crawl praticamente perfetto con tanto di corretto posizionamento dei piedi … tanto per confermare, ancora una volta, che “non c’è mai nulla di nuovo sotto il sole“, soprattutto in acqua.
Giancarlo De Leo
Come un delfino / Like a dolphin (it/en)
Come un delfino (it)
Abstract
Lo stile a delfino è spesso considerato il più faticoso e tecnicamente complesso del nuoto competitivo, ma nasconde una profondità che va oltre la semplice biomeccanica. Questo articolo esplora il delfino come linguaggio corporeo antico, fondato su un’onda continua che percorre l’intero corpo: dalla testa alle punte dei piedi, senza segmenti che agiscano isolatamente. Partendo dalla storia evolutiva dello stile (dalla rana alla farfalla) e dalla sua fisica ondulatoria, l’analisi mostra come il delfino richieda non solo forza, ma soprattutto sensibilità e capacità di ascoltare l’acqua. Il movimento correttamente eseguito nasce dal capo, si propaga lungo la colonna vertebrale e si manifesta come una sinusoide ininterrotta, in cui rigidità e flessibilità, spinta e abbandono si bilanciano in un’armonia dinamica yin–yang. Attraverso esercizi immaginativi (come quello della “coda di corda”) e un lavoro specifico sulla fase subacquea, il nuotatore può trasformare il delfino da “stile difficile” a pratica di consapevolezza: un modo per nuotare non contro l’acqua, ma con essa. In questa ottica, il delfino diventa una metafora di come muoversi nella vita: non opporsi alle correnti, ma accordarvisi, coordinando forza e ascolto, e ritrovando nel gesto acquatico una forma di presenza e integrazione corpo–mente–acqua.
Premessa
Vi siete mai chiesti perché i pesci hanno la pinna caudale in posizione verticale e i mammiferi marini l’hanno in posizione orizzontale? A uno sguardo superficiale potrebbe sembrare un dettaglio puramente anatomico, ma in realtà ha molto a che fare con il modo in cui respirano. I pesci oscillano la coda lateralmente in continuità con l’assetto del loro scheletro, ma anche perché questo tipo di propagazione dell’onda facilita il passaggio dell’acqua attraverso le branchie, organizzate sui lati del capo. I mammiferi marini, al contrario, devono emergere per respirare: la loro colonna vertebrale si flette soprattutto sul piano verticale e l’oscillazione su‑giù della pinna caudale è funzionale a un avanzamento che prevede, ciclicamente, il ritorno in superficie per prendere aria. In questo semplice dettaglio anatomico e respiratorio è già scritta, in filigrana, la storia dello stile a delfino: il tentativo, tutto umano, di imitare la potenza fluida ed elegante dei mammiferi marini con un corpo che è nato per camminare, ma che può anche saper nuotare… come un delfino!
Il paradosso del delfino: quando la potenza nasce dall’ascolto
Tra tutti gli stili del nuoto moderno, il delfino è forse quello che inganna di più lo spettatore. Dalla tribuna di una piscina olimpica appare come pura dimostrazione di forza esplosiva: braccia che emergono e fendono l’acqua simultaneamente, un’onda che attraversa il corpo dalla testa ai piedi, l’esplosione di schiuma a ogni immersione e a ogni gambata. Una danza energica e potente, che sembra quasi maltrattare l’elemento liquido.
Eppure, chi ha davvero imparato a nuotare a delfino sa che questa lettura è profondamente ingannevole. Dietro quella spettacolarità esteriore si nasconde il più intimo dei dialoghi tra corpo e acqua.
Il delfino non si nuota “contro” l’acqua, né semplicemente “attraverso” l’acqua: si nuota con l’acqua, in una conversazione, quasi una danza, fatta di penetrazioni, rilasci, scambi di ruolo, attese in scivolamento e accelerazioni.
La nuotata a delfino funziona solo quando il nuotatore comprende che il suo corpo deve rimanere flessibile, continuo, capace di modificare la propria forma in sincronia perfetta con i flussi che genera e subisce.
Un’ondulazione troppo progettata, articolata, meccanica, spezzata; un colpo di gambe anticipato o ritardato – anche solo di una frazione di secondo – una trazione di braccia che non coglie il momento giusto: e l’intero movimento collassa, perde la coordinazione, l’eleganza, la traiettoria sinusoidale, trasformandosi in fatica goffa, pesante e inefficace.
Il delfino perdona poco o niente, perché richiede qualcosa che va oltre la tecnica: richiede sensibilità, la capacità di sentire l’acqua e di risponderle con un corpo che “sa” quando farsi concavo o convesso; quando rimanere rigido e quando flessibile; quando tirare o spingere, e quando scivolare, in profondità o tornando in superficie.
Dalla rana alla farfalla: un’evoluzione “anfibia”
Per capire la storia del delfino bisogna tornare alla rana, madre di tutti gli stili moderni.
Per secoli, la nuotata di riferimento è quella “anfibia”: testa fuori, bracciata poco incisiva, gambe protagoniste assolute, come raccontavano i manuali ottocenteschi che vedevano nella rana lo stile più naturale, elegante ed efficace. Gli inglesi, che per primi codificarono una didattica sistematica del nuoto, guardavano alla rana come a un modello quasi intoccabile, imitato osservando le vere rane dentro tinozze a bordo vasca, per copiare la caratteristica azione “a elica” delle zampe. Lo stile era ancora profondamente terrestre: al corpo veniva chiesto soprattutto di non affondare e di mantenere il “portamento” più che di dialogare con l’acqua.
La crisi del “recupero”
E nella rana “signorile”, quella da “nuotatina”, il portamento è effettivamente manifesto: testa sempre fuori dall’acqua, gambata seguita da una breve scivolata con le braccia in avanti, seguita da una bracciata subacquea in sola fase di trazione con richiamo dei gomiti e unione delle mani davanti al petto… e proprio qui, nella fase chiamata di “recupero”, cominciano i problemi! Perché, a quel punto, per preparare la fase propulsiva della trazione, si è costretti necessariamente a compiere un’azione frenante. La massa d’acqua che si sposta in avanti quando allunghiamo le braccia, infatti, ci “restituisce il favore” spingendoci indietro, inesorabilmente, secondo la legge di Newton.
La nascita della “Farfalla”
È proprio in questo contesto che, tra le due guerre mondiali, cominciano a comparire nuotatori che, partendo dalla rana, proprio per evitare il “rimbalzo” all’indietro, sperimentano un recupero delle braccia fuori dall’acqua. Le gambe rimangono a rana, ma le braccia iniziano a disegnare un arco potente in avanti, staccandosi dalla superficie come le ali di una creatura che tenta un decollo. Nella finale dei 200 metri rana alle Olimpiadi di Berlino del 1936, questo nuovo movimento — che inizialmente rimane formalmente “rana” — appare in maniera clamorosa e inaugura, di fatto, la stagione dello stile “a farfalla”.
La nascita del delfino come stile autonomo comincia da lì… Ma, all’inizio, farfalla e rana coesistono in una sorta di zona grigia regolamentare: le braccia volano fuori dall’acqua, ma le gambe rimangono a rana.
È una nuotata potentissima, ma anche poco naturale e molto dispendiosa: la simultaneità di un’azione delle braccia così propulsiva con una gambata molto divaricata e quindi poco idrodinamica crea una sorta di conflitto interno nel gesto: come, in automobile, poter disporre di un motore di grossa cilindrata ma con il freno a mano sempre tirato.
Quando le federazioni internazionali stabiliscono la distinzione formale tra rana e farfalla, e quest’ultima evolve definitivamente nel delfino come oggi lo intendiamo, la “firma” dello stile non è più soltanto nella bracciata simmetrica ma nel modo in cui il corpo intero si organizza in un movimento ondulatorio.
Vero è, d’altra parte, che lo stile a rana è l’unico tra i quattro “olimpici” dove la propulsione delle gambe ha un’importanza pari a quella delle braccia; negli altri (crawl, dorso e appunto delfino) la percentuale del contributo degli arti superiori è nettamente superiore. Ma nel caso della ibrida “farfalla”, con una maggiore velocità comunque assicurata dalla bracciata, la spinta degli arti inferiori a rana diventa irrilevante… al contrario, l’attrito resistente dovuto all’apertura delle gambe risulta invece determinante, ma in senso negativo: di fatto è un piccolo paracadute frenante.
Per alcuni anni, intorno agli anni Trenta del secolo scorso, si sperimenta, si prova, ci si adatta; allenatori e nuotatori cercano una coordinazione più fluida, meno “strappata”, di assumere una forma sempre più scorrevole e meno resistente all’avanzamento.
Probabilmente, qualcuno di questi pionieri deve aver compreso, forse inconsciamente, la necessità di abbandonare del tutto l’eredità “anfibia” e di ispirarsi direttamente ai cetacei, alla loro forma idrodinamica e alla loro ondulazione dorso‑ventrale.
La svolta arriva quando la gambata a rana viene, progressivamente, prima annullata (semplicemente “lasciando andare” le gambe unite) e poi sostituita da una sorta di frustata, un colpo di coda elastico che, assecondando naturalmente la curvatura della spina dorsale, parte dal bacino, attraversa le cosce e si concentra nelle caviglie, evocando più la coda di un mammifero marino che le zampe di un anfibio.
Questione di feeling
È davvero una questione di feeling… con l’acqua (esterocezione) e con se stessi (propriocezione). Ma non basta il feeling. È anche una questione di timing. Come nelle arti marziali più raffinate, come il judo e il jujitsu, per sfruttare a proprio vantaggio l’energia dell’avversario non basta il movimento giusto, se non viene applicato al momento giusto. Con un vantaggio aggiuntivo non da poco: l’acqua, se la si conosce bene, smette di essere un avversario e si trasforma nel più affidabile dei partner… quello che ti fornisce sempre la risposta attesa, quella giusta e che non tradisce mai. Un partner davvero trasparente, in tutti i sensi.
L’onda nel corpo: imparare a “dimenticarsi” delle articolazioni
L’onda del corpo comincia così a diventare protagonista. In parallelo, la subacquea dopo la partenza e le virate si allunga sempre di più, fino a trasformarsi nella vera frontiera dello stile: là dove la regolamentazione pone un limite di metri, gli atleti e i tecnici vedono un laboratorio di sperimentazione sul rapporto tra forma del corpo, resistenza dell’acqua e continuità dell’onda.
Se si osserva un delfino in mare aperto, colpisce il fatto che non si vedono segmenti che lavorano separatamente: ciò che si percepisce è una continuità, un’unica curva che si flette e si distende.
Per un nuotatore umano il passaggio fondamentale, dal punto di vista della consapevolezza, è esattamente questo: smettere di pensare il corpo come un assemblaggio di segmenti rigidi — spalle, gomiti, anche, ginocchia — e cominciare a sentirsi come una canna flessibile, elastica, senza spigolosità.
Nelle prime fasi didattiche del delfino è utile quasi “dimenticare” la tecnica nel senso tradizionale del termine, e concentrarsi invece sulle sensazioni di continuità: non braccia che tirano, tronco che si piega e gambe che spingono, ma un’onda che nasce nella posizione del capo, si propaga alla colonna, arriva al bacino e termina nei piedi. Più il nuotatore abbandona l’idea di comandare pezzi di corpo separati e più l’acqua restituisce una risposta morbida e coerente. Il compito della didattica, in questo, non è tanto introdurre geometrie articolari, quanto guidare l’esperienza di una forma che cambia senza spezzarsi mai.
L’elemento chiave è il capo, che nel delfino lento di apprendimento non è un blocco rigido ma il timone sensibile dell’onda. Una minima inclinazione in avanti favorisce l’inizio della discesa, una leggera risalita prepara il ritorno verso la superficie. Il resto del corpo segue, con un ritardo fluido, come la coda di una canna scossa delicatamente dal vento: non si tratta di “costruire” l’ondulazione, ma di lasciarla accadere, evitando di bloccare o spezzare il movimento con irrigidimenti inutili.
La fase subacquea: il cuore silenzioso dello stile
La fase subacquea del delfino è il suo cuore, non solo in senso tecnico ma anche percettivo. Lontano dalla superficie, senza il rumore del respiro né la frammentazione visiva del bordo vasca, il nuotatore può percepire con maggiore chiarezza la continuità tra ciò che il corpo fa e ciò che l’acqua restituisce. Negli esercizi propedeutici al delfino lento di apprendimento, ogni ciclo subacqueo può essere vissuto come una piccola immersione meditativa: scivolamento, piccola discesa dell’onda, frustata morbida dei piedi, ritorno in superficie.
In questa fase, tronco e gambe seguono naturalmente le convessità e le concavità della parte anteriore del corpo, guidata dalla testa, che nelle fasi di scivolamento viene anticipata dalle braccia distese in avanti a cuneo.
Il petto che scende crea una curva concava davanti e una convessità lungo la schiena; quando il petto risale, le polarità si invertono. L’acqua reagisce continuamente a questi cambiamenti di forma, favorendo la discesa del corpo o sostenendone la riemersione. L’abilità del nuotatore sta nel non opporsi a queste sollecitazioni, ma nel lasciarsi guidare: più il corpo diventa simile a un tubo flessibile, meno l’onda si disperde in turbolenze e resistenze inutili.
A un livello di sensibilità ancora più fine, nelle fasi di scivolamento si può percepire come l’onda venga guidata dalle dita: una minima variazione dell’angolo della mano — o di un solo dito — basta a cambiare direzione e qualità della traiettoria, modulando l’ondulazione che percorre la colonna, scende lungo le gambe e arriva fino ai piedi. Il breve video qui sotto mostra questa guida tattile in azione; osserva come piccole regolazioni dell’“antenna” braccio‑mano‑dita influenzino l’intera onda. L’esercizio che segue, la “mezza balena”, è pensato per affinare proprio questa sensibilità.
Da questa prospettiva, la tecnica non è un insieme di punti da controllare, ma una grammatica di trasformazioni di forma. L’attenzione si sposta dal “cosa devo muovere adesso” al “che curva sto disegnando nel mio corpo e nell’acqua in questo momento”. È un cambiamento di sguardo sottile, ma decisivo, che apre la strada a una nuotata più economica, più armoniosa e, soprattutto, più consapevole.
L’armonia yin‑yang del delfino
Nel pensiero antico cinese, i principi attivo e ricettivo yin e yang non sono due forze contrapposte, ma due aspetti complementari della stessa realtà: uno non esiste senza l’altro e insieme generano il movimento e l’armonia del tutto.
È nella fase lenta dell’apprendimento del delfino, quando si comincia a esplorare l’ondulazione scivolata, che la nuotata rivela forse più chiaramente la sua duplice natura yin‑yang. La testa guida, le braccia accompagnano, e il resto del corpo “ascolta” la risposta dell’acqua.
Nella fase subacquea, il cuore dello stile, il tronco e le gambe non forzano la direzione, ma si lasciano modellare dalle convessità e concavità della parte anteriore del corpo, adattandosi alla reazione del fluido, che a sua volta si riorganizza intorno a ogni minima variazione di forma.
Quando le mani e le braccia scendono a cuneo, la porzione anteriore del corpo è, per così dire, yang: attiva, penetrante; l’acqua, in quel momento, è yin, si lascia attraversare e accogliere. Ma lungo la colonna vertebrale, nello stesso istante, l’intensità di yang si attenua progressivamente, fino a diventare yin nella punta dei piedi, che si fanno riportare verso l’alto dall’acqua divenuta yang, sostenente.
Raggiunta la massima profondità, all’istante infinitesimo in cui comincia la risalita, i ruoli si invertono: le mani e le braccia tornano yin, si lasciano condurre verso la superficie dall’acqua yang, mentre la colonna si organizza di nuovo, si fa via via più compatta, fino a concentrarsi in uno yang deciso nei piedi che spingono verso il basso un’acqua tornata yin.
In questa alternanza continua, senza strappi, tra attivo e ricettivo, tra spinta e abbandono, il delfino smette di essere solo uno stile regolamentato e diventa una pratica di consapevolezza.
Il nuotatore che riesce a “dimenticare” le proprie articolazioni, a non pensarsi più come un insieme di segmenti rigidi ma come una canna flessibile che trasmette l’onda dall’estremità del capo alla punta dei piedi, scopre che ogni gesto efficace in acqua nasce dall’equilibrio dinamico di opposti che non si annullano, ma si generano a vicenda. In quell’istante, la pinna caudale orizzontale dei mammiferi marini non è più solo un dato anatomico: diventa la metafora vivente di un modo diverso di abitare l’acqua, e forse anche se stessi.
Una coda di corda
Scena realmente accaduta nei primi anni Ottanta, piscina pensile del Foro Italico, Roma. È in corso un esperimento didattico “piagetiano‑montessoriano” che coinvolge un piccolo gruppo di bambini di sette anni, al loro primo vero incontro sistematico con l’acqua. Nel secondo semestre, dopo una fase di ambientamento “allungata, allargata, approfondita”, come veniva definita allora, il lavoro in vasca si trasferisce per qualche minuto sul bordo, durante un breve momento di confronto collettivo in accappatoio.
La domanda è semplice solo in apparenza: «Perché, secondo voi, l’ondulazione comincia dalle mani e dalla testa e non dalle gambe?». Il silenzio che segue non è di imbarazzo, ma di concentrazione. Poi Chiara (di nome e di fatto) prende la parola e offre una risposta che non ha bisogno di essere corretta, solo custodita:
«Perché quando giochiamo con la corda e voglio disegnare nell’aria un serpente, devo prenderla per un capo; se la prendo a metà, non funziona».
In quell’immagine infantile c’è, in nuce, tutta la logica profonda del delfino: l’onda nasce dove il corpo incontra per primo l’acqua, alle estremità più distanti e sensibili, e solo se la “corda” del corpo rimane continua e flessibile l’ondulazione può viaggiare senza spezzarsi fino ai piedi. È la stessa intuizione che guida il nuotatore adulto quando impara a sentire il proprio corpo non più come un assemblaggio di segmenti rigidi, ma come una frusta elastica che trasmette, dall’estremità delle dita alla punta delle dita dei piedi, il passaggio di un’unica, ininterrotta sinusoide.
Foto di apertura: Alfredo Dorata, 1980. Circolo Tennis Belle Arti, Roma. Un giovane istruttore chiede a un amico di fotografarlo nell’istante esatto in cui la testa entra in acqua prima delle mani. Voleva vedere da fuori ciò che sentiva da dentro. Tempismo, luce e pellicola hanno fatto il resto — e un cappuccino inavvertitamente rovesciato sulla stampa ha aggiunto un tocco di bokeh.
🌊 LIKE A DOLPHIN
Abstract
The butterfly stroke is often considered the most demanding and technically complex style in competitive swimming, yet it hides a depth that goes far beyond biomechanics. This article explores butterfly as an ancient bodily language, built on a continuous wave that travels through the entire body — from the head to the tips of the feet — without isolated segments acting on their own. Starting from the evolutionary history of the stroke (from breaststroke to butterfly) and its wave‑based physics, the analysis shows that butterfly requires not only strength, but above all sensitivity and the ability to listen to the water. When performed correctly, the movement begins in the head, propagates along the spine, and unfolds as an uninterrupted sinusoid in which rigidity and flexibility, drive and release, balance each other in a dynamic yin–yang harmony. Through imaginative exercises (such as the “rope‑tail” metaphor) and specific work on the underwater phase, the swimmer can transform butterfly from a “difficult stroke” into a practice of awareness: a way of swimming not against the water, but with it. In this sense, butterfly becomes a metaphor for moving through life: not resisting currents, but attuning to them — coordinating strength and sensitivity, and rediscovering in the aquatic gesture a form of presence and integration of body, mind, and water.
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Article
Have you ever wondered why fish have a vertical tail fin while marine mammals have a horizontal one? At first glance it may seem like a purely anatomical detail, but it is deeply connected to how they breathe. Fish swing their tails sideways, in continuity with the structure of their skeleton — and because this lateral wave helps water flow through the gills, positioned on the sides of the head. Marine mammals, on the other hand, must surface to breathe: their spine flexes mainly in the vertical plane, and the up‑and‑down motion of the tail is functional to a forward movement that includes, cyclically, a return to the surface for air. In this simple anatomical and respiratory difference, the story of the butterfly stroke is already written in filigree: the human attempt to imitate the fluid, powerful elegance of marine mammals with a body designed for walking, yet capable of learning to swim… like a dolphin.
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The paradox of butterfly: when power is born from listening
Among all modern swimming styles, butterfly is perhaps the most deceptive to the spectator. From the stands of an Olympic pool, it appears as pure explosive force: arms breaking the surface in unison, a wave running through the body from head to feet, foam bursting at every entry and every kick. A powerful, energetic dance that seems almost to assault the water.
And yet, anyone who has truly learned to swim butterfly knows how misleading this impression is. Behind that external spectacle lies the most intimate of dialogues between body and water.
Butterfly is not swum against the water, nor simply through it: it is swum with the water — a continuous conversation, almost a dance, made of entries, releases, role reversals, gliding pauses, and accelerations.
The stroke works only when the swimmer understands that the body must remain flexible, continuous, capable of changing shape in perfect synchrony with the flows it generates and receives.
An undulation that is too “designed”, segmented, mechanical, or broken; a kick delivered a fraction of a second too early or too late; an arm pull that misses the right moment — and the entire movement collapses, losing coordination, elegance, and its sinusoidal trajectory, turning into clumsy, heavy, ineffective effort.
Butterfly forgives almost nothing, because it requires something beyond technique: sensitivity — the ability to feel the water and respond with a body that “knows” when to become concave or convex, when to stiffen and when to soften, when to pull or push, and when to glide, whether descending or returning to the surface.
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From breaststroke to butterfly: an “amphibious” evolution
To understand butterfly, we must return to breaststroke — the mother of all modern strokes.
For centuries, the reference style was “amphibious”: head above water, modest arm action, legs doing most of the work. Nineteenth‑century manuals described breaststroke as the most natural, elegant, and efficient style. The English, pioneers of systematic swimming instruction, treated it almost as an untouchable model, imitating real frogs kept in tubs by the pool to study the characteristic “propeller‑like” action of their legs. It was still a profoundly terrestrial approach: the body was asked mainly not to sink and to maintain “good posture”, rather than to converse with the water.
And in the “gentleman’s breaststroke”, the one for a leisurely swim, posture is indeed central: head always above water, kick followed by a brief glide with arms extended, then a subaqueous pull with elbows drawn in and hands meeting in front of the chest… and right there, in the so‑called “recovery” phase, the problems begin. To prepare the next propulsive pull, one is forced into a braking action. The mass of water displaced forward when the arms extend “returns the favor” by pushing the swimmer backward — Newton’s law in action.
It is in this context that, between the two World Wars, swimmers began experimenting with recovering the arms out of the water to avoid that backward rebound. The legs remained in breaststroke, but the arms started to sweep forward in a powerful arc, lifting out of the surface like the wings of a creature attempting takeoff. In the 1936 Berlin Olympics, during the 200‑meter breaststroke final, this new movement — still officially “breaststroke” — appeared dramatically, inaugurating the era of the “butterfly” style.
At first, butterfly and breaststroke coexisted in a regulatory grey zone: arms flying out of the water, legs still in breaststroke.
It was a powerful but unnatural and very costly stroke: the simultaneous combination of a highly propulsive arm action with a wide, drag‑heavy leg movement created an internal conflict — like driving a high‑powered car with the handbrake partially engaged.
When international federations formally separated breaststroke and butterfly, and the latter evolved into the dolphin‑kick‑based stroke we know today, the “signature” of the style was no longer just the symmetric arm recovery, but the way the entire body organized itself into a wave.
Breaststroke remains the only Olympic stroke where leg propulsion equals arm propulsion; in the others (freestyle, backstroke, and butterfly), the arms dominate. But in the hybrid early butterfly, the breaststroke kick became irrelevant — and its drag became decisive, in the worst way: a small parachute slowing the swimmer down.
For several years in the 1930s, swimmers and coaches experimented, adapted, searched for a smoother, less “jerky” coordination — a more streamlined, less resistant shape.
Some pioneer must have sensed — perhaps unconsciously — the need to abandon the amphibious heritage entirely and look directly to cetaceans, to their hydrodynamic form and their dorsoventral undulation.
The turning point came when the breaststroke kick was first minimized (simply letting the legs stay together) and then replaced by a whip‑like motion: an elastic tail strike that, following the natural curvature of the spine, began in the hips, travelled through the thighs, and concentrated in the ankles — evoking the tail of a marine mammal far more than the legs of an amphibian.
It is truly a matter of feeling — with the water (exteroception) and with oneself (proprioception). But feeling is not enough. It is also a matter of timing. As in refined martial arts such as judo or jujitsu, the right movement is useless if applied at the wrong moment. With one major advantage: water, once understood, ceases to be an opponent and becomes the most reliable of partners — always giving the expected response, the right one, never betraying. Transparent, in every sense.
The body‑wave thus becomes the protagonist. Meanwhile, the underwater phase after starts and turns grows longer and longer, becoming the true frontier of the stroke: where regulations impose a limit in meters, athletes and coaches see a laboratory for exploring the relationship between body shape, water resistance, and wave continuity.
The stroke becomes a gesture that begins in the head, not in the extremities.
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The wave in the body: learning to “forget” the joints
Watching a dolphin in open water, one notices that no segment seems to work independently: what appears is continuity — a single curve bending and extending.
For a human swimmer, the fundamental shift in awareness is exactly this: to stop thinking of the body as an assembly of rigid segments — shoulders, elbows, hips, knees — and begin to feel like a flexible, elastic reed, without sharp angles.
In the early stages of learning butterfly, it is almost useful to “forget” technique in the traditional sense and focus instead on sensations of continuity: not arms pulling, trunk bending, and legs kicking, but a wave born from the position of the head, propagating along the spine, reaching the hips, and ending in the feet. The more the swimmer abandons the idea of commanding separate body parts, the more the water responds with coherence and softness. The task of instruction is not to introduce joint geometries, but to guide the experience of a shape that changes without ever breaking.
The key element is the head, which in slow‑learning butterfly is not a rigid block but the sensitive rudder of the wave. A slight downward tilt initiates the descent; a gentle lift prepares the return to the surface. The rest of the body follows with a fluid delay, like the tail of a reed shaken lightly by the wind: the goal is not to construct the undulation, but to let it happen, avoiding unnecessary stiffness that blocks or fractures the movement.
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The underwater phase: the silent heart of the stroke
The underwater phase is the heart of butterfly — not only technically, but perceptually. Away from the surface, without the noise of breathing or the visual fragmentation of the pool edge, the swimmer can perceive more clearly the continuity between what the body does and what the water returns. In preparatory exercises for slow‑learning butterfly, each underwater cycle can be experienced as a small meditative immersion: glide, slight descent of the wave, soft foot whip, return to the surface.
In this phase, trunk and legs naturally follow the concavities and convexities created by the front of the body. When the chest drops, it creates a concave curve in front and a convex one along the back; when the chest rises, the polarities reverse. The water continuously reacts to these shape changes, aiding the descent or supporting the ascent. The swimmer’s skill lies in not resisting these impulses, but in letting them guide the movement: the more the body becomes like a flexible tube, the less the wave dissipates into turbulence and unnecessary drag.
At an even finer level of sensitivity, during the gliding phases you can actually feel the wave being steered by the fingers: even the slightest change in the angle of a hand — or of a single finger — is enough to alter the direction and quality of the trajectory, modulating the undulation that travels through the spine, flows down the legs, and reaches all the way to the feet. The short clip below demonstrates this tactile steering in real time. Watch how minimal adjustments of the arm‑hand‑finger “antenna” change the whole wave; the following exercise, called “half‑whale”, will help you refine that sensitivity by varying the position, shape, and orientation of the arm‑hand‑finger system.
From this perspective, technique is not a checklist of points to control, but a grammar of shape transformations. Attention shifts from “what should I move now?” to “what curve am I drawing in my body and in the water at this moment?”. It is a subtle but decisive shift — one that opens the way to a more economical, harmonious, and above all more aware stroke.
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The yin–yang harmony of butterfly
In ancient Chinese thought, the active and receptive principles of yin and yang are not opposing forces but complementary aspects of the same reality: one cannot exist without the other, and together they generate movement and harmony.
It is in the slow phase of learning butterfly, when one begins to explore gliding undulation, that the stroke reveals most clearly its yin–yang nature. The head leads, the arms accompany, and the rest of the body “listens” to the water’s response.
In the underwater phase — the heart of the stroke — the trunk and legs do not force direction, but allow themselves to be shaped by the concavities and convexities of the front of the body, adapting to the fluid’s reaction, which reorganizes itself around every minimal variation of form.
When the hands and arms descend in a wedge, the front of the body is, so to speak, yang: active, penetrating; the water is yin, receptive, allowing passage. But along the spine, in that same instant, yang gradually fades, becoming yin at the tips of the feet, which are carried upward by the water now acting as yang, supportive. At maximum depth, in the infinitesimal moment when the ascent begins, the roles reverse: hands and arms become yin, letting themselves be guided toward the surface by the water’s yang, while the spine reorganizes, becoming progressively more compact, concentrating into a decisive yang in the feet pushing downward against water that has returned to yin.
In this continuous alternation — without jerks — between active and receptive, between drive and release, butterfly ceases to be merely a regulated stroke and becomes a practice of awareness.
The swimmer who learns to “forget” their joints, no longer thinking of themselves as a set of rigid segments but as a flexible reed transmitting the wave from the head to the feet, discovers that every effective aquatic gesture is born from a dynamic balance of opposites that do not cancel each other, but generate each other. In that moment, the horizontal tail fin of marine mammals is no longer just an anatomical fact: it becomes a living metaphor for a different way of inhabiting the water — and perhaps oneself.
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A rope‑tail
A scene that truly happened in the early 1980s, in the suspended pool of the Foro Italico in Rome. A “Piaget‑Montessori‑inspired” teaching experiment was underway with a small group of seven‑year‑old children, at their first systematic encounter with water. In the second semester, after a phase of “extended, widened, deepened” familiarization — as it was called at the time — the work in the pool moved for a few minutes to the deck, during a brief collective discussion in bathrobes.
The question seemed simple only in appearance: “Why do you think the undulation begins with the hands and the head, and not with the legs?”. The silence that followed was not embarrassment, but concentration. Then Chiara (in name and in fact) spoke up and offered an answer that needed no correction, only preservation: “Because when we play with a rope and I want to draw a snake in the air, I have to hold it by one end; if I hold it in the middle, it doesn’t work.”
In that child’s image lies, in essence, the deep logic of butterfly: the wave begins where the body first meets the water — at its most distant and sensitive extremities — and only if the “rope” of the body remains continuous and flexible can the undulation travel unbroken all the way to the feet. It is the same intuition that guides the adult swimmer who learns to feel their body not as an assembly of rigid segments, but as an elastic whip transmitting, from the fingertips to the tips of the toes, the passage of a single, uninterrupted sinusoid.
Opening photo: Alfredo Dorata, 1980. Circolo Tennis Belle Arti, Rome. A young instructor asks a friend to photograph him at the exact moment when his head enters the water before his hands. He wanted to see from the outside what he felt from the inside. Timing, light, and film did the rest — and a cappuccino accidentally spilled on the print added a touch of bokeh.
Il “profumo” della Primavera del Mare
In Toscana il giorno 21 febbraio è tradizionalmente considerato l’inizio della Primavera del Mare, un momento speciale, preludio alla primavera meteorologica, che ha inizio il 1 marzo e a quella astronomica che prenderà il via con l’equinozio del prossimo 20 marzo.
Perchè viene chiamata “Primavera del Mare”?
I pescatori e la gente di mare hanno da sempre notato che tutte le forme di vita marina sono già in fermento un mese prima di quelle dell’ambiente terrestre: il mare, prima della terra, avverte dell’arrivo della nuova stagione: il 21 febbraio il clima è generalmente mite, le acque cominciano a riscaldarsi e, nel mare, è già primavera. In questo periodo si osservano cambiamenti nei comportamenti e nelle attività della fauna, come ad esempio la migrazione o il proliferare di alcune specie marine. Tra queste ci sono le Barchette di San Pietro (le Velelle nella foto), che “veleggiano” sulla superficie del mare trasportate dal vento.
Descrizione Le barchette di San Pietro fanno parte della famiglia degli cnidari (meduse, anemoni e coralli): sono caratterizzate da un disco ovale che trattiene l’aria permettendone il galleggiamento e da una piccola vela sottile, da cui appunto il nome “velella”, in grado di sfruttare il vento per muoversi.
CURIOSITÀ …Ma cos’è questa puzza?🤭
In questo periodo dell’anno, l’aumento delle ore di luce favorisce lo sviluppo della fotosintesi: si ha di conseguenza un’eccezionale crescita degli organismi vegetali del plancton (fitoplancton) ed in risposta, un altrettanto rapido aumento degli organismi zooplanctonici erbivori che se ne nutrono, tra cui proprio le velelle! Queste formano delle vaste praterie violacee galleggianti in mare aperto ma spesso ci si accorge di loro quando (purtroppo) vengono trasportate in gran numero sulla battigia dove spiaggiano per poi morire e farsi notare, non solo per il colore, ma soprattutto per lo sgradevole odore! D’ora in poi quindi, quando sentiremo quell’odore non storceremo più il naso perchè, in fondo, è… primavera!
Cieli sereni PG
Caroline Mikkelsen e la “sua” montagna in Antartide
Venerdì 20 febbraio 2026✍️
ACCADDE OGGI… …il 20 febbraio 1935
Il 20 febbraio 1935 il capitano norvegese Klarius Mikkelsen scopre una montagna alta 235 metri (foto) durante il suo viaggio in Antartide sulla baleniera “Thorshavn”. Mikkelsen le diede il nome della moglie Caroline che lo stava accompagnando nel viaggio: quando la spedizione approdò sulla piattaforma continentale Caroline lasciò la nave e partecipò all’innalzamento della bandiera norvegese su un cumulo di pietra commemorativo che ancora oggi è possibile vedere non lontano dall’attuale stazione australiana Davis. Risultò così la prima donna a mettere piede nel continente antartico. Caroline Mikkelsen morì nel 1998 e in Antartide il monte a lei dedicato mantiene ancora il suo nome nella toponomastica ufficiale. (Bitta scripsit XX II MMXXI et MMXXIV)
Cieli sereni PG
Mikołaj Kopernik – Niccolò Copernico
Giovedì 19 febbraio 2026✍️
ACCADDE OGGI… …il 19 febbraio 1473 (553 anni fa)
Il 19 febbraio 1473 nasce a Torùn, nel cuore della Polonia, Niccolò Copernico (trascrizione italiana del polacco Mikołaj Kopernik). Niccolò Copernico è stato l’artefice di una rivoluzione che mise in discussione le conoscenze astronomiche dei precedenti 1500 anni svelando i basilari meccanismi dell’Universo.
Dopo i primi studi a Cracovia venne in Italia per approfondire il diritto civile e canonico alle Università di Bologna, Padova e Ferrara. Ma la sua passione era l’astronomia e nella città emiliana, dopo aver incontrato il celebre Domenico Maria Novara, ne divenne allievo e collaboratore facendo le prime osservazioni astronomiche nel 1497. Copernico riprese il modello eliocentrico di Aristarco di Samo (c. 300 a.C.!) che poneva al centro del sistema il Sole, immobile, intorno al quale si muovono i pianeti lungo orbite circolari. Partendo da quella tesi, raccolse i risultati delle sue osservazioni in un’opera che fu pubblicata soltanto dopo la morte, con il titolo De Revolutionibus Orbium Coelestium (Sulle rivoluzioni dei corpi celesti). Il suo lavoro ebbe un impatto dirompente nel mondo scientifico e teologico, ispirando le successive scoperte dei suoi discepoli, sopprattutto Galileo e Keplero. Quest’ultimo avrebbe poi svelato l’ellitticità (NON circolarità) delle orbite dei pianeti, formulando le 3 leggi fondamentali sul movimento dei pianeti.
CURIOSITÀ Copernico, alla sua morte avvenuta nel 1543, fu sepolto nella cattedrale di Frombork, ma la sua tomba non riportava né il nome né segni che potessero ricondurla a lui. Dopo lunghe ricerche, grazie alla prova del DNA, la tomba fu individuata, e lo scienziato fu di nuovo sepolto nella cattedrale, nel 2010, con una importante cerimonia.
Cieli sereni PG
Asperger day
Mercoledì 18 febbraio 2026✍️
CHI SONO QUESTI PERSONAGGI ? COSA HANNO IN COMUNE?
Oggi 18 febbraio si celebra la Giornata Mondiale della Sindrome di Asperger in ricordo del giorno della nascita (nel 1906) del pediatra austriaco Hans Asperger, che per primo osservò in alcuni bambini tratti comuni come intelligenza brillante, capacità di concentrazione elevata e, allo stesso tempo, grandi difficoltà nel relazionarsi con gli altri.
La Sindrome di Asperger è un disturbo del neurosviluppo all’interno dello spettro autistico caratterizzato da difficoltà nell’interazione sociale, comportamenti ripetitivi e interessi ristretti ma a differenza dell’autismo non presenta ritardi nel linguaggio o nello sviluppo cognitivo e un’intelligenza spesso superiore alla norma.
Si ritiene che molti personaggi famosi siano (siano stati) affetti da questa sindrome (immagine da abilitychannel).
Albert Einstein: fisico e filosofo;
Isaac Newton: matematico, fisico, filosofo, astronomo, teologo inglese.
Bob Dylan: cantautore e compositore statunitense;
Steve Jobs: imprenditore, informatico e creatore della Apple;
Alfred Hitchcock: regista cinematografico britannico;
Henry Ford: imprenditore e fondatore della Ford Motor Company;
Graham Bell: inventore del telefono scozzese-americano;
Thomas Jefferson: 3° presidente degli Stati Uniti d’America;
Vincent Van Gogh: pittore impressionista fiammingo;
Charles Darwin: naturalista, celebre per aver formulato la teoria dell’evoluzione;
CURIOSITÀ È nato in Italia, precisamente a Milano, il primo “Aspie Cafè”, un luogo d’incontro dedicato proprio alle persone con la sindrome di Asperger: un progetto promosso e organizzato da associazioni e familiari per dare supporto e fare informazione. C’è da chiedersi se, in futuro, usciranno da questo laboratorio altri nuovi straordinari talenti italiani ?
Cieli sereni PG
17 febbraio – Capodanno Cinese!
Martedì 17 febbraio 2026✍️
OGGI È IL CAPODANNO CINESE
Oggi 17 febbraio 2026 si celebra il Capodanno cinese (chiamato Festa di Primavera in Cina). Questa festività è sempre legata alla data della Luna Nuova: tradizionalmente, i cinesi celebrano il Capodanno alla seconda Luna Nuova dopo il Solstizio d’Inverno che si è verificata oggi 17 febbraio alle 12.01 GMT (13.01 ora italiana).
La Luna Nuova odierna ha generato anche un’eclissi solare anulare, detta anche “ad anello di fuoco” ed è stata vista in Antartide e, come eclissi parziale, nel Sud America e in Africa. Le celebrazioni del Capodanno lunare termineranno con la Luna Piena del prossimo 3 marzo, giorno della Festa delle Lanterne.
Caratteristica degli anni cinesi è quella di essere rappresentati da un animale, con un ciclo di 12 anni. I segni sono nell’ ordine: Topo🐭, Bue🐂, Tigre🐯, Coniglio🐰, Drago🐲, Serpente🐍, Cavallo🐴, Pecora🐑, Scimmia🐒, Gallo🐓, Cane🐶 e Maiale🐷. L’anno che è appena cominciato è dedicato al CAVALLO più precisamente al Cavallo di Fuoco perchè gli anni del calendario cinese sono associati, oltre i 12 animali dello zodiaco, anche ai 5 elementi di natura (Legno, Fuoco, Terra, Metallo, Acqua), creando un ciclo completo di 60 anni. L’ anno del Cavallo di Fuoco, ritornerà il 14 febbraio 2086.
CURIOSITÀ Secondo gli astrologi, le persone nate nell’anno del Cavallo di Fuoco sono considerate laboriose, generose e indipendenti. Il Cavallo è anche associato al successo e alla buona fortuna.
Cieli sereni 🔥🐎 新年快乐 PG
Darwin day!
Giovedì 12 febbraio 2026✍️
DARWIN DAY
La Giornata di Darwin (Darwin Day) è la celebrazione in onore di Charles Darwin che si tiene ogni 12 febbraio in occasione dell’anniversario della sua nascita (1809).
Charles Robert Darwin è stato un biologo, naturalista, geologo ed esploratore britannico, celebre per aver formulato la teoria dell’evoluzione delle specie per selezione naturale agente sulla variabilità dei caratteri ereditari e della loro diversificazione occorsa per discendenza da un comune antenato.
Nel 1859 pubblicò quella sua teoria nel libro L’Origine delle Specie: molti dei dati su cui basò la sua tesi furono raccolti durante un viaggio intorno al mondo sulla nave HMS Beagle. Vi imbarcò a 22 anni come naturalista ed esplorò il Sud America, le Isole Galapagos e altre regioni, accumulando reperti, fossili e dati geologici che misero in discussione la stabilità delle specie. La missione del Beagle, iniziata il 27 dicembre 1831 e conclusa il 2 ottobre 1836 (quasi cinque anni!), aveva come obiettivo il rilevamento idrografico delle coste sudamericane. Darwin trascorse la maggior parte del tempo sulla terraferma, studiando la geologia e la biodiversità comprese le famose tartarughe delle Galapagos. Il materiale raccolto, in particolare il collegamento tra specie estinte (come il megaterio) e viventi (l’armadillo), portò Darwin a teorizzare la selezione naturale, poi pubblicata nel suo diario di viaggio, The Voyage of the Beagle.
CURIOSITÀ Una delle frasi più celebri di Darwin è “Non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella che si adatta meglio al cambiamento.”
Cieli sereni PG
La Bandiera della Bosnia ed Erzegovina
*Mercoledì 4 febbraio 2026*✍️
*ACCADDE OGGI…* *…il 4 febbraio 1998*
Il *4 febbraio 1998* lo Stato della *Bosnia ed Erzegovina* adotta la sua bandiera.
LA BANDIERA 🇧🇦 L’attuale bandiera della Bosnia ed Erzegovina, che il 4 febbraio 1998 sostituì la precedente bandiera, è blu con un triangolo giallo (che ricorda la forma dello Stato) ed ha una fila di stelle bianche a cinque punte allineate lungo l’ipotenusa. I tre vertici del triangolo rappresentano le tre etnie del paese (Serbi, Croati e Bosgnacchi). Le stelle rappresentano l’Europa e sono disegnate ‘in continuo’ (per questo le stelle in alto ed in basso sono a metà). I colori bianco, blu e giallo sono tradizionalmente legati alla Bosnia Erzegovina e associati alla neutralità e alla pace.
UNA COMPLESSA SUDDIVISIONE🤔
La BOSNIA-ERZEGOVINA è uno Stato sovrano indipendente, abitato da tre popoli (bosgnacchi, serbi, croati): ha una presidenza tripartita e istituzioni centrali che gestiscono la politica estera e la difesa ma è diviso in *2 unità principali* con alto grado di autogoverno.
1) La *Repubblica Serba di Bosnia* (_Republika Srpska_), creata dagli Accordi di Dayton nel 1995, copre circa il 50% del territorio (la parte nord ed est) ed ha una maggioranza serbo-ortodossa (in rosso).
2) La *Federazione di Bosnia ed Erzegovina* è invece abitata prevalentemente da bosgnacchi e croati (nelle varie tonalità di azzurro).
Esiste poi il *Distretto di Brčko*, un piccolissimo territorio nella zona nord-orientale che funge da distretto autonomo, appartenente a entrambe le entità, mantenuto sotto supervisione internazionale (in giallo).
CURIOSITÀ La Bosnia Erzegovina ha una linea di costa tra le più corte al mondo: solamente *20 km!*. Superiore solamente a Gibilterra (12 Km) e Monaco (4 Km).
Cieli sereni PG
Terzo giorno della Merla!
*Sabato 31 gennaio 2026*✍️
*TERZO GIORNO DELLA MERLA*🐦⬛
Secondo la tradizione, gli ultimi tre giorni di gennaio (29, 30 e 31) sono considerati i giorni più freddi dell’anno e sono detti *I GIORNI DELLA MERLA*. La ragione di questo appellativo va ricercata in una antica leggenda secondo la quale una merla decise di fare provviste per quei giorni durante i quali, nell’anno precedente, aveva sofferto la fame. Un gennaio molto rigido, infatti, le aveva recato non pochi patimenti e così decise che, facendo una buona scorta di cibo, sarebbe potuta restare sicura al caldo fino alla fine del mese. Quando uscì pensò finalmente di aver scampato quei giorni più freddi e iniziò a cantare felicemente deridendo quel Gennaio tanto crudele. Gennaio però, che prima aveva 28 giorni, si risentì e decise di scatenare l’inverno chiedendo “in prestito” a Febbraio tre giorni di intenso gelo. La merla dovette di nuovo ripararsi dentro ad un comignolo insieme ai suoi pulcini e quando il 1 febbraio, dopo che il freddo se ne era andato, tornò allo scoperto, si ritrovò le piume grigie per sempre.
In passato, si osservavano le condizioni meteorologiche di questi 3 giorni e si diceva che il tempo del giorno 29 rispecchiava le condizioni dello stesso mese di gennaio ormai al termine; quelle del giorno 30 indicavano le condizioni previste per il mese di febbraio; infine le caratteristiche del 31 anticipavano l’andamento del successivo mese di marzo. In sintesi la previsione era che, se i _Giorni della Merla_ erano freddi, la primavera sarebbe stata bella, se caldi, la primavera sarebbe arrivata in ritardo. A questo proposito un antico proverbio recitava _Dolce invernata, poca derrata._