La nave da crociera _Costa Concordia_ urta degli scogli a 500 metri dal porto dell’Isola del Giglio, provocando nello scafo una falla e causando *32 morti, 80 feriti e 2 dispersi*, con la conseguente evacuazione totale delle *4229 persone*, tra equipaggio e passeggeri, presenti a bordo della nave. 🫣
*L’ “INCHINO”*
Il cosiddetto “inchino”, del quale si è tanto parlato in seguito a quell’ incidente di 14 anni fa, altro non è che un passaggio sottocosta di una nave per omaggiare con luci e segnali acustici gli abitanti della zona. NON è una regola, ma una tradizione marinaresca che affonda le proprie origini ai tempi delle repubbliche marinare: una tradizione radicata anche nella marina militare, a tal punto che anche Nave Vespucci talvolta fa sosta alla fonda di fronte alle cittadine costiere che incontra sulla sua rotta per omaggiarle e mostrarsi in tutta la sua bellezza.
L’ “inchino” oggi ha assunto un significato molto meno poetico: una “rotta turistica” sottocosta per passeggeri ed ospiti da intraprendere sulla base di valutazioni e considerazioni da parte del Comandante in base a svariati criteri che tengono conto, ad esempio, della pericolosità dei fondali, la conformazione della costa, il traffico, le condizioni meteo marine e altro. Tutto DEVE essere eseguito in conformità alle norme di SICUREZZA ed il cambio rotta va registrato come variazione al piano di navigazione.
*COME E’ NATO L’INCHINO ?*
Con il trascorrere degli anni, l’inchino ha avuto tante interpretazioni. In passato, nel Golfo del Leone o nelle Bocche di Bonifacio, tanto per citare due esempi, in presenza di forte maestrale (vento da NW) la rotta più breve prevedeva di tagliare il golfo, facendo l’INCHINO, ovvero, navigare verso l’interno del golfo per prendere meno mare. Questo perché nei golfi, con il vento forte che soffia da terra, il mare a largo si ingrossa in maniera considerevole; quindi, fare l’INCHINO significava navigare in sicurezza evitando sollecitazioni allo scafo, danni all’equipaggio, alla nave e al carico.
Con il termine INCHINO, ci si riferiva anche all’usanza che i comandanti, quando sapevano di avere a bordo un membro dell’equipaggio di una località posta in prossimità della rotta, “tufavano”, cioè salutavano con il fischio (la sirena) le mogli e le famiglie di chi era a bordo.
Ma quale era la casa di questi marinai? Come facevano a riconoscere la propria? Ebbene, un’altra usanza (tutt’oggi esistente) di molte località disseminate lungo le coste italiane, era quella di intonacare le proprie abitazioni con colori vivaci e diversi tra loro, così da poter riconoscere la propria anche a distanza. Ma non fu il caso della Concordia. Quel naufragio fa pensare invece che le manovre furono svolte senza criterio, e la bella nave rimase ‘inchinata’ per la responsabilità di persone che le regole scelsero di raggirarle. (_Bitta scripsit XIII I MMXXII_)
Cieli sereni PG
Capodanno Berbero: buon 2976!
*Lunedì 12 gennaio 2026*✍️
*OGGI È IL CAPODANNO BERBERO, BUON 2976 !*
Il *12 gennaio* è il Capodanno Berbero (Amazigh) secondo un calendario che deriva dagli antichi cicli agrari della regione nordafricana che inizia nel 950 a.C., anno della salita al trono del faraone Sheshonq I, primo faraone di origine amazigh. Il capodanno è noto con il termine berbero *Yennayer* (ⵢⴻⵏⵏⴰⵢⴻⵔ), che propriamente indica il primo mese dell’anno (il nome deriva infatti da quello latino di _Ianuarius_ ).
*PERCHÈ IL 12 GENNAIO ?* Il calendario berbero è rimasto ancorato al calendario giuliano ma per tradizione gli amazigh continuano a festeggiare il capodanno con *11 giorni di ritardo* rispetto al calendario gregoriano (il 12 anzichè il 1° gennaio), senza tener conto dello spostamento tra i due calendari che si è accumulato nei secoli e che oggi è di 13 giorni.
Si festeggia in diverse zone del Maghreb e in molti paesi europei che ospitano le comunità berbere con spettacoli, balli tradizionali e degustazioni di street food passeggiando per i souk. Un tratto caratteristico di questa festività, che spesso si confonde con quella islamica dell’ _ashura_, è l’uso, in molte regioni, di invocazioni rituali con formule quali _bennayu_, _babiyyanu_, _bu-ini_ ecc., tutte espressioni che, secondo molti studiosi, potrebbero rappresentare la corruzione degli antichi auguri in latino _bonus annus/bonum annum_ Buon Yennayer _Asegwas ameggaz_
Cieli sereni e Buon *2976* ! PG
La (Super…) Luna piena del Lupo!
*Sabato 3 gennaio 2026*✍️
*LUNA PIENA DEL LUPO*
La prima Luna Piena del 2026 avrà luogo oggi *3 gennaio* alle 11:03 ora italiana. Questa Luna Piena è la prima *Superluna* dell’anno, verificandosi vicino alla data del PERIGEO (1° gennaio scorso), il punto dell’orbita lunare più vicino alla Terra. In Italia sarà visibile quando sorgerà questa sera intorno alle 17:00 risultando il 6% più grande e il 12% più luminosa rispetto a una Luna Piena media.
È definita *LUNA DEL LUPO* dai nativi americani che in questa stagione sentivano i lupi affamati ululare vicino ai loro accampamenti. In altre culture la luna piena di gennaio è chiamata in modo diverso secondo altre peculiarità del mese. Ecco alcuni esempi:
Cinese: Luna delle Vacanze Celtico: Luna tranquilla Nord-americano: Luna Vecchia Cherokee: Luna Fredda
Nell’ Emisfero Sud: Luna del Fieno, Luna del Cervo, Luna del Tuono o Luna della Prateria.
Infine, nella tradizione anglosassone, ritroviamo l’appellativo di _Luna dopo Yule_, il nome dato alla prima Luna Piena dopo il solstizio invernale.
*LA LEGGENDA* Una leggenda racconta che un giorno la Luna, scesa sulla Terra, mentre si trovava in un bosco, rimase impigliata ad un ramo. Un lupo la liberò e per tutta la notte la Luna e il lupo rimasero insieme raccontandosi mille storie. La Luna si innamorò di quell’animale, ma sapendo che doveva andarsene e presa dall’egoismo, rubò l’ombra al lupo per non dimenticare quell’ incontro. Da allora, il lupo ulula alla Luna perché vuole indietro la sua ombra.
*L’ULULATO* A parte la leggenda, l’ululato del lupo è un fenomeno molto curioso. Ogni lupo ha il suo ululato, unico e inimitabile, con cui comunica con gli altri esemplari del branco. Affinché si possa udire il più lontano possibile il lupo alza la testa e da qui è nata la credenza che i lupi ululino alla Luna. Inoltre l’ululato è una forma di controllo; se, ad esempio, si ritrovano lontani dal resto del branco, i lupi ululano per “rassicurarsi” a vicenda in vista di ricongiungersi.
*LUNE PIENE NEL 2026* Di solito un anno ha 12 Lune Piene (una al mese), ma *il 2026 ne avrà 13*! Quella in più è una _Luna Blu_, che si verificherà il 31 maggio. Quest’anno avremo *3 Superlune* (3 gennaio, 24 novembre e 24 dicembre), *2 Microlune* (29 giugno e 31 maggio), e *2 Lune Piene Eclissate* (3 marzo e 28 agosto).
Cieli sereni🐺 PG
La prima foto della Luna!
*Venerdì 2 gennaio 2026*✍️
*ACCADDE OGGI…* *…il 2 gennaio 1839*
*LA PRIMA FOTO DELLA LUNA*
Il *2 gennaio 1839* Louis Jacques Mandé Daguerre, un chimico e fisico francese, realizza la *prima fotografia della luna*. Quel giorno diviene una data storica per il mondo dell’astronomia.
L’immagine del satellite terrestre realizzata da Daguerre fu in realtà ottenuta utilizzando una lastra di rame su cui venne applicato uno strato di argento poi sensibilizzato alla luce tramite vapori di iodio. La lastra venne esposta per circa 10 minuti, ma lo sviluppo vero e proprio avvenne tramite vapori di mercurio a 60° C. Il fissaggio conclusivo fu ottenuto con una soluzione di iodio e argento. Questa tecnica, allora inedita, di fissaggio dell’immagine, prese proprio il nome dal suo inventore, ovvero la DAGHERROTIPIA.
CURIOSITÀ Purtroppo si sono perse le tracce del dagherrotipo originale, del quale si conoscono solo vaghe riproduzioni in bianconero (immagine). Così, alcuni storici considerano come prima fotografia scattata alla Luna, sempre in forma di dagherrotipo, quella di John William Draper (1811-1882), professore di chimica, ritrovata in una libreria di New York, alla fine degli anni Ottanta. (_Bitta scripsit II I MMXXIII_)
Cieli sereni PG
Capodanno in ritardo!!!
C’E’ CHI STA ANCORA FESTEGGIANDO !….
Oggi, 1° gennaio alle 13:00 (ora italiana), in mezzo al Pacifico, in un remoto isolotto, si festeggerà l’arrivo del 2026. Gli abitanti di BAKER ISLAND saranno gli ultimi a dare il benvenuto al nuovo anno.
Perchè questo ritardo? Data la rotazione della Terra, il passare dei giorni è scandito dal moto (apparente!) del Sole intorno al nostro pianeta. Si dice che è “mezzanotte” (opposto al ‘mezzogiorno’) quando il sole si trova esattamente dalla parte opposta di dove noi ci troviamo: si potrebbe anche dire quando è “mezzogiorno agli antipodi”. Questa situazione determina il cambio della data nel luogo a cui ci riferiamo. Ecco di seguito gli “orari di arrivo” dell’anno nuovo in alcune località:
Ieri 31 dicembre (a Roma) 11:00 Kiribati 12:00 Tonga e Nuova Zelanda 13:00 Russia Orientale 14:00 Sydney, Melbourne, Canberra 15:30 Adelaide e Darwin 16:00 Giappone, Corea del Sud, 19:30 India e Sri Lanka 20:00 Pakistan 20:30 Afghanistan 22:00 Ankara, Bagdad 23:00 Mosca
Oggi 1 gennaio (a Roma) 04:00 Brasile, Argentina 06:00 New York, Washington 09:00 Los Angeles, S. Francisco 12:00 Hawaii
CURIOSITÀ Baker Island è situata poco a nord dell’Equatore, circa 3100 km a sud-ovest di Honolulu, più o meno a metà strada tra le Hawaii e l’Australia. Lì e nell’altro isolotto posto a pochi chilometri (Howland), quando inizierà il conto alla rovescia, in qualche parte del mondo sarà già il …2 gennaio!🤔
Cieli sereni PG
Solstizio d’inverno
*Domenica 21 dicembre 2025*✍️
*IL GIORNO PIÙ CORTO (LA NOTTE PIÙ LUNGA) DELL’ANNO*
Oggi *domenica 21 dicembre* siamo arrivati al *SOLSTIZIO D’INVERNO* (dovremmo più propriamente chiamarlo ‘Solstizio di Dicembre’ dato che per metà del mondo adesso è estate !).
Il Sole, al mezzodì, ovvero nel suo punto più alto, si è trovato alla sua MINIMA ALTEZZA sull’orizzonte rispetto agli altri giorni e sta descrivendo in cielo l’arco diurno più corto dell’anno. Il Sole “indugerà” ancora per qualche giorno in questo suo minimo percorso e per questo si definisce Solstizio dal latino _”Sol”_ = Sole e _”sistere”_ = sostare.
Nel nostro emisfero il giorno del solstizio, che puó cadere il 21 o il 22 dicembre, è *il dì più corto dell’anno* (minimo intervallo di tempo tra alba e tramonto). Comunemente la nostra percezione della lunghezza delle giornate si basa sull’osservazione dell’anticipo (o ritardo) dell’ora del TRAMONTO del sole (di solito siamo tutti svegli e ne possiamo apprezzare la variazione), piuttosto che dell’anticipo (o ritardo) del SORGERE del sole (a quell’ora molti ancora dormono o non sono ancora usciti di casa). Siamo quindi più propensi a battezzare come il ‘giorno più corto’ quello in cui il sole tramonta prima invece di considerare, nelle 24 ore, il mimimo arco temporale di luce.
Oggi, 21 dicembre, Solstizio di dicembre, *NON* é il giorno dell’anno in cui il sole tramonta prima, ovvero, fa buio prima.
I più attenti avranno fatto caso che in questi giorni già si sta facendo buio più tardi dando l’impressione che le giornate si stiano allungando MA pochi avranno notato che l’alba, di giorno in giorno, sta ancora ritardando. Di fatto, l’accorciamento delle giornate non é determinato dalla contemporaneità tra i ritardi dell’alba e gli anticipi dei tramonti: in altre parole *non c’è coincidenza tra il giorno del massimo ritardo dell’alba, il giorno del massimo anticipo del tramonto e la data del dì più corto*.
Un esempio: A Roma (ad una latitudine di circa 42° Nord), in questo dicembre 2025, il massimo anticipo del tramonto (ore 16.39) si é avuto il *10 dicembre* scorso. Il massimo ritardo del sorgere (ore 07:38) si raggiungerà il prossimo *5 Gennaio* 2026. Il dì più corto è, appunto, oggi *21 dicembre* (9 ore e 8 minuti di soleggiamento).
*Perchè queste tre date non coincidono ?*
Ciò dipende da 2 cause:
*1^ Causa* La *variazione del moto orbitale della Terra* (_equazione del tempo_). La velocità della Terra lungo la sua orbita ellittica intorno al Sole presenta un punto più vicino alla nostra stella (Perielio) ed uno più lontano (Afelio). Il nostro pianeta, a dicembre, si trova (strano ma vero..) PIÙ VICINO al Sole (arriverà al Perielio il prossimo 3 gennaio) e, per la 2ª legge di Keplero, accelera il suo moto (il contrario avviene in prossimità dell’ Afelio). Conseguentemente accelera il moto apparente del Sole sullo sfondo della volta celeste trovandosi in una posizione “anticipata” rispetto al ‘sole medio’ (il sole ‘fittizio’ che ha un moto uniforme e che cadenza le ore, i minuti e i secondi ….dei nostri orologi). Ciò riduce, di fatto, giorno dopo giorno, il tempo in cui il Sole illumina la terra.
*2^ Causa* L’ *inclinazione dell’asse terrestre sull’orbita* (_variazione della declinazione del Sole_). Al solstizio la variazione della declinazione del sole fa sì che i giorni in cui il sole tramonta prima sono quelli della prima decade di dicembre.
CONCLUSIONE Il risultato della somma delle due cause sopra descritte, sempre per Roma, è stato e sarà:
– fino al *10 dicembre* è stato preponderante l’effetto della variazione negativa della declinazione (anticipa il tramonto e ritarda l’alba).
– dopo il *10 dicembre*, l’effetto della variazione di declinazione è stato superato dall’equazione del tempo (ritarda sia l’alba che il tramonto). Ciò avverrà fino al 5 gennaio.
– dopo il *5 gennaio* ritornerà preponderante l’effetto della declinazione. L’alba inizierà ad anticipare ed il tramonto continuerà a ritardare.
(_Bitta scripsit XXI XII MMXXII_)
Cieli sereni PG
22 dicembre: Primo giorno d’Inverno
*Lunedì 22 dicembre 2025*✍️
*Primo giorno d’inverno*
*Oggi 22 dicembre è il primo giorno d’ inverno*
Questo è vero secondo la definizione delle *stagioni astronomiche* che sono scandite da equinozi e solstizi cioè legate all’inclinazione dell’asse terrestre e al moto orbitale della Terra.
Si definiscono, invece, *stagioni meteorologiche* quelle che seguono il calendario dei mesi ‘pieni’ (esempio Dicembre Gennaio Febbraio per l’inverno).
Per l’ Emisfero Boreale le STAGIONI ASTRONOMICHE sono:
*Primavera*: 1 marzo – 31 maggio. *Estate*: 1 giugno – 31 agosto. *Autunno*: 1 settembre – 30 novembre. *Inverno*: 1 dicembre – 28/29 febbraio.
Le stagioni astronomiche variano leggermente ogni anno (come date esatte), mentre quelle meteorologiche sono fisse e ‘allineate’ ai mesi per semplificare i calcoli e le statistiche riflettendo i cicli climatici (Adattamento Climatico).
Cieli sereni PG
Amleto Cataldi, lo scultore dannato / bannato.
Amleto Cataldi è una di quelle figure che mandano in crisi la leggenda romantica dell’artista incompreso: in vita fu celebrato, richiesto da committenti pubblici e privati, protagonista di esposizioni internazionali, per poi scivolare quasi fuori dai manuali dopo la morte. [1][2] La sua storia parte da un banco di falegname napoletano e arriva alle grandi commissioni monumentali della Roma del primo Novecento, passando per premi, medaglie e persino gli elogi di Auguste Rodin. [1][2]
***
Leggenda vuole che alcuni grandi artisti, nel corso delle loro vite sofferte e vocate alla ricerca spasmodica delle loro espressioni ideali, abbiano sempre sdegnosamente rifiutato di accodarsi alle tendenze del momento o alle banali richieste di facoltosi committenti, rimanendo duri, puri e fedeli alle loro convinzioni. Vero, ma non è certo questo il caso di Amleto Cataldi. Come sono altrettanto lontane dal nostro scultore le vicende romantiche ed esistenziali di pittori come Van Gogh, trascurato/ignorato nel periodo di attività, per essere prima rivalutato e poi idolatrato da critica e pubblico dopo la sua dipartita.
Invece Amleto Cataldi, al pari del collega Gianlorenzo Bernini e come lui cresciuto nella bottega del padre, si mise in luce fin da giovanissimo vincendo premi e partecipando a concorsi nazionali e internazionali, fino ad arrivare agli elogi pubblici e parigini di un certo Auguste Rodin, che qualcosa, in termini di modellato, doveva certamente capire. [1][2] Nato a Napoli nel 1882, figlio di un intagliatore in legno, si trasferisce presto a Roma, dove comincia una carriera fulminea: nel giro di pochi anni passa da giovane promessa a nome fisso in Biennali, esposizioni internazionali e collezioni pubbliche. [1][3]
La sua attività è stata un susseguirsi ininterrotto di successi: commesse – pubbliche e private – esposizioni, biennali, fontane, monumenti, decorazioni per edifici istituzionali sempre più prestigiosi, fino ad arrivare al coronamento dello Stadio Nazionale di Marcello Piacentini con quattro gruppi di atleti in bronzo, davvero formidabili nella loro possente plasticità, anticipatrice di Botero. [1][4] Nel frattempo a Roma modella ritratti ufficiali, monumenti ai Caduti e figure femminili che oscillano tra grazia liberty e solidità classica, conquistando una presenza stabile nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna e in altri musei italiani. [1][5]
Nel giugno 1909 fu indetto un concorso pubblico per la decorazione scultorea delle pile e delle testate di un ponte dedicato a Vittorio Emanuele II, a rappresentare “le virtù del re”, che sarebbe stato inaugurato in occasione dell’Esposizione Universale del 1911, anno del cinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia. [6][7] Un ponte intitolato al primo Re d’Italia, costruito per una occasione eccezionale di rilevanza mondiale, quindi. Ma la commissione non si fece condizionare dalla giovane età e dalla relativa mancanza di notorietà del giovane autore: tra i vincitori c’è proprio Cataldi, al quale viene affidata una delle quattro Vittorie alate in bronzo. [1][7] Complimenti quindi alla Commissione, per aver individuato un talento di tale portata. E complimenti, naturalmente, al nostro Amleto, che realizzò una Vittoria alata in bronzo – l’unica con le braccia abbassate – tuttora “in situ”, elegante e misurata proprio dove sarebbe stato facile cedere alla retorica a braccia al cielo. [1][7]
Se alle Vittorie sul ponte si affiancano le danzatrici, le bagnanti, le portatrici d’acqua, si capisce quanto il corpo umano sia il vero centro di gravità della sua ricerca: il nudo femminile, in particolare, diventa per lui una palestra di stile dove sperimentare superfici morbide, torsioni misurate, una sensualità mai volgare, figlia tanto del classicismo greco quanto delle eleganze liberty. [1][3]
Sul fronte maschile domina l’atleta: arcieri, pugili, corridori e – soprattutto – i gruppi dello Stadio Nazionale, in cui la massa muscolare si addensa in volumi compatti, quasi “pieni d’aria”, che rendono naturale il parallelo con le forme generose che, molti decenni dopo, vedremo in Botero. [1][4]
Subito dopo questi magnifici lavori, Amleto incontrò la morte in età relativamente giovane (1930) e non sappiamo cos’altro avrebbe potuto produrre; di certo la scultura allora perse un vero maestro, sul quale sarebbe lecito rintracciare qualche notizia in più nei Musei e nelle pubblicazioni di Storia dell’Arte. [1][2] Purtroppo, tranne qualche sporadica eccezione, non è affatto così: tanto famoso in vita quanto oscurato post-mortem. “Colpevole” di aver attraversato splendidamente il periodo liberty, quello ancor più elegante della secessione romana e quello dell’arte di regime; “colpevole” di essere sempre rimasto un artista figurativo, disdegnando astrattismo e avanguardie di qualsiasi colore; “colpevole” – e questo, per certi critici da schieramento, è il vero efferato delitto – di essere stato un vero classicista, focalizzando la sua ricerca sulla bellezza del corpo umano, espressa con grazia femminile o potenza virile. [1][8]
La cosa curiosa è che, mentre i manuali lo snobbano, le sue opere continuano a parlare forte e chiaro nello spazio pubblico: le Vittorie sul ponte Vittorio Emanuele II, i monumenti ai Caduti, le figure femminili nei musei, fino al sorprendente Leonardo fluviale disteso come un dio del fiume su un isolotto della Loira ad Amboise. [1][5] E la galleria fotografica che accompagna queste righe – frutto di anni di sopralluoghi, prospettive cercate, luci colte al volo – permette forse più di qualsiasi pagina di manuale di cogliere la qualità “viva” del suo modellato… fidatevi dei vostri stessi occhi, anche la nostra galleria fotografica parla forte e chiaro.
*(E, dettaglio non irrilevante, molte piccole opere di Cataldi continuano a vivere anche in collezioni private di intenditori appassionati: un modo silenzioso ma tenace di tenerlo in circolazione, fuori dagli archivi e dentro le case.)*
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## Integrated English version
Legend has it that some great artists, throughout their tormented lives devoted to the obsessive pursuit of an ideal expression, stubbornly refused to follow fashions or bow to the whims of wealthy patrons, remaining loyal to their inner vision. True enough, but this is definitely not the case of Amleto Cataldi. Nor does his story resemble the romantic myth of painters like Van Gogh, ignored in their lifetime and then posthumously rediscovered, reassessed and finally idolised by critics and the public.
Amleto Cataldi, instead, much like his illustrious predecessor Gianlorenzo Bernini – and likewise trained in his father’s workshop – came to prominence at a very young age, winning prizes and entering national and international competitions, all the way to public praise in Paris from none other than Auguste Rodin, who certainly knew a thing or two about modelling. [1][2] Born in Naples in 1882, the son of a wood carver, he moved early to Rome, where his career took off at remarkable speed: within a few years he went from promising youngster to a familiar name at Biennali, international exhibitions and public collections. [1][3]
His activity was an uninterrupted sequence of successes: public and private commissions, exhibitions, biennials, fountains, monuments, decorative programs for increasingly prestigious institutional buildings, culminating in the great bronze athletic groups for Marcello Piacentini’s Stadio Nazionale. [1][4] In Rome he produced official portraits, war memorials and female figures that oscillate between liberty grace and classical solidity, securing a stable presence in the Galleria Nazionale d’Arte Moderna and other Italian museums. [1][5]
In June 1909 a public competition was launched for the sculptural decoration of the piers and ends of a new bridge dedicated to Vittorio Emanuele II, meant to represent “the king’s virtues” and to be inaugurated during the 1911 International Exposition, celebrating the fiftieth anniversary of Italian unification. [6][7] A bridge dedicated to the first King of Italy, built for a world‑class occasion: the perfect setting for pomp and rhetoric. Yet the jury did not let itself be intimidated by Cataldi’s youth and relatively limited fame, and awarded him one of the four bronze Winged Victories. [1][7] The result is that, still today, his Victory – the only one with lowered arms – stands “in situ” on Ponte Vittorio Emanuele II in Rome, a model of poised elegance where it would have been easy to fall into overblown triumphalism. [1][7]
If we place these Victories alongside his dancers, bathers and water carriers, it becomes clear that the human body is the true centre of gravity of his research: the female nude, in particular, is his favourite field of experimentation, where he refines soft surfaces, controlled torsions and a sensuality that is never vulgar, rooted both in Greek classicism and in liberty refinement. [1][3] On the male side, the athlete dominates: archers, boxers, runners and, above all, the groups for the Stadio Nazionale, where muscular mass condenses into compact, almost air‑filled volumes that make the comparison with later “full‑bodied” sculptural languages – such as Botero’s – feel surprisingly natural. [1][4]
Soon after these magnificent works, Cataldi’s life came to an end in Rome in 1930, at a relatively young age, and we can only imagine what further developments his art might have taken. [1][2] What is certain is that sculpture lost a true master, one who would fully deserve a more visible place in museums and art‑history textbooks. Unfortunately, with a few sporadic exceptions, this is not the case: hugely celebrated during his lifetime, he was largely overshadowed after his death – “guilty” of having brilliantly crossed the seasons of liberty, the Roman Secession and the art of the Fascist period; “guilty” of remaining obstinately figurative, ignoring abstraction and the avant‑gardes of any persuasion; “guilty”, above all, of being a genuine classicist, focusing his research on the beauty of the human body, whether in feminine grace or virile strength. [1][8]
The paradox is that, while handbooks tend to ignore him, his works keep speaking loudly in public space: the Victories on Ponte Vittorio Emanuele II, the war memorials, the female figures in museums, and even the surprising “fluvial Leonardo” reclining like a river god on a small island in the Loire at Amboise. [1][5] And the photographic gallery accompanying this text – the result of years of on‑site explorations, carefully chosen viewpoints and patiently captured light – probably does more than any textbook to convey the living quality of his modelling… so trust your own eyes, the images tell the story with great clarity.
*(And, not least, some of small works by Cataldi continue to live on in devoted private collections as well – a quiet but stubborn way of keeping him in circulation, not just in archives but in everyday rooms and lives.)*
Citazioni: [1] Amleto Cataldi – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Amleto_Cataldi [2] CATALDI, Amleto – Enciclopedia – Treccani https://www.treccani.it/enciclopedia/amleto-cataldi_(Dizionario-Biografico)/ [3] Cataldi Amleto – Dizionario d’Arte Sartori https://dizionariodartesartori.it/artisti/castaldi-amleto [4] Amleto Cataldi » Acquisto Arte https://www.acquistoarte.it/artista/amleto-cataldi/ [5] Monumento ai caduti – L’artista Amleto Cataldi http://icr.beniculturali.it/pagina.cfm?usz=1&uid=854&umn=851 [6] Vittorio Emanuele II Bridge: History and Architecture https://www.archeoroma.org/sites/vittorio-emanuele-ii-bridge/ [7] Ponte Vittorio Emanuele II https://turismoroma.it/de/node/1497 [8] Amleto Cataldi scultore nel “ventennio” – UNOeTRE.it https://www.unoetre.it/2024/07/11/amleto-cataldi-scultore-nel-ventennio/
(cliccare sulle immagini per vederle per intero ed ingrandite)
Aggiornamento (gennaio 2024)
I nostri accorati appelli sul recupero della figura di Cataldi sembrano non essere caduti nel nulla: il 23 ottobre 2023 si è svolta una giornata di studi “Cataldi classico alla Sapienza”. Di seguito i video documentari
…e un “bonus” :
Aggiornamento (11 gennaio 2024)
Mocha Dick!
*Giovedì 20 novembre 2025*✍️
*ACCADDE OGGI…* *…il 20 novembre 1820*
Il *20 novembre 1820*, la baleniera americana ESSEX, nell’inseguire un gruppo di capodogli a largo delle Isole Galápagos, viene affondata dall’attacco deliberato di un enorme esemplare.
*MOCHA DICK* Si trattava di un esemplare maschio già noto a chi navigava nelle acque vicino all’Isola Mocha, al largo del Cile meridionale. A differenza della maggior parte dei suoi simili, Mocha Dick era bianco (!) e lungo circa 21 metri. Tralasciando la rocambolesca storia dei sopravvissuti (_Bitta scripsit XX XI MMXXII_) su di lui l’esploratore Jeremiah N. Reynolds raccolse osservazioni dirette pubblicandole in un giornale con il titolo _Mocha Dick: or The White Whale of the Pacific: A Leaf from a Manuscript Journal_ (“Mocha Dick: o la balena bianca del Pacifico: un foglio da un giornale manoscritto”). Descrisse la balena come “un vecchio maschio bianco, di taglia e forza prodigiose… bianco come la lana” che riusciva a mandare in frantumi le imbarcazioni più piccole.
Molto probabilmente Mocha Dick fu avvistato e attaccato per la prima volta in una data precedente all’anno 1810. La sua sopravvivenza ai primi avvistamenti, insieme al suo aspetto insolito, lo rese rapidamente famoso tra i balenieri di Nantucket. Molti di loro tentarono di dargli la caccia dopo aver doppiato Capo Horn. Se non veniva infastidito aveva un comportamento docile e a volte nuotava anche al fianco delle navi, ma non appena veniva attaccato reagiva con ferocia e astuzia, motivo per cui era assai temuto dai ramponieri. Quando era particolarmente innervosito si tuffava in profondità e poi saltava fuori dall’acqua, a volte completamente.
Secondo alcuni resoconti Mocha Dick venne ucciso nel 1838 dopo essere sopravvissuto a molti scontri (almeno 100): quell’ultima volta era accorso in aiuto di una femmina che aveva visto uccidere il suo piccolo dalle baleniere. Fu rinvenuta una quantità impressionante di vecchi arpioni piantati nel suo corpo. Da lui vennero ricavati 100 barili d’olio ed una certa quantità di ambra grigia.
Fu l’ ispirazione per il famoso romanzo del 1851 *_Moby Dick_* di Herman Melville.
Cieli sereni PG
Il Canale di Corinto
Giovedì 9 ottobre 2025✍️
ACCADDE OGGI… …il 9 ottobre 2019
Il 9 ottobre 2019 la nave da crociera BRAEMAR, con a bordo 929 passeggeri, attraversa il Canale di Corinto, che separa la terraferma greca dal Peloponneso, conquistando così il primato della nave più grande ad averlo mai navigato. Un’impresa non da poco, quella del comandante, se si considera che la nave è larga 22,5 metri e lo stretto ne misura circa 25,6.
IL CANALE DI CORINTO
Quello di Corinto è un canale artificiale che collega il Golfo di Corinto con il mar Egeo. Venne costruito tra il 1881 ed il 1893, sebbene l’idea della creazione di un canale navigabile in quella zona risalga al VI secolo a. C. con il tiranno di Corinto Periandros. A quel tempo l’istmo veniva attraversato per mezzo del famoso diolko (in greco Δὶολκος), una via lastricata ricoperta di tavole di legno, unte di grasso, sulla quale le navi venivano ‘trainate’ da schiavi da una costa all’altra (7 km!), mentre le merci venivano trasportate con gli animali da soma. Periandros abbandonò l’idea di costruire il canale per non provocare gli Dei, in seguito alla profezia della sacerdotessa di Delphi, Pythia, che diceva ” Istmon de mi pirgoute mid’ oryssete. Zeus gar etike nisson i evuleto” : “Non costruire e non scavare l’Istmo. Giove pose l’isola dove voleva”. Probabilmente il motivo principale per cui Periandros abbandonò il progetto furono le oggettive difficoltà di realizzazione e l’ interesse di Corinto a mantenere il controllo del traffico marittimo commerciale intorno al Peloponneso.
Nonostante quell’antica profezia, il canale artificiale fu costruito secoli dopo, tra il 1882 e il 1893, creando così una scorciatoia tra il Golfo di Corinto e il Golfo Saronico. (Bitta tunc primum scripsit VIII X MMXXI)