Dorso — il confine abitabile tra aria e acqua

Nel crawl l’aria si cerca ruotando il capo; nella rana e nel delfino, per respirare,  si deve emergere regolarmente e ritmicamente dopo ogni fase subacquea.

L’unico stile natatorio che abita costantemente il confine tra due dimensioni — aria e acqua — è spesso, e non a caso, il primo dei quattro stili olimpici che viene insegnato ai principianti nelle scuole nuoto, subito dopo il periodo propedeutico di ambientamento: il dorso.

Perché?

Perché nuotando a dorso si riesce a mantenere un contatto visivo ed uditivo quasi continuo con l’istruttore, che nelle fasi di apprendimento, dai principianti che non sono ancora completamente autosufficienti viene percepito come molto più di un educatore: è il faro nella nebbia, il guru che inizia l’allievo ad una nuova dimensione.

E anche perché nel dorso si può respirare quasi “come a terra”:
Non è necessario sincronizzare con precisione inspirazione ed espirazione con il ritmo della nuotata, come accade nello stile libero o nella farfalla. Il volto rimane libero, la bocca e il naso fuori dall’acqua, il respiro può ritrovare una continuità spontanea. Per chi inizia, questo significa eliminare una delle principali fonti di stress: il rapporto con l’aria.

Un grosso problema in meno.

Ma come spesso accade in acqua, ciò che viene semplificato da una parte si complica dall’altra.
Perché il dorso, mentre libera il respiro, mette in discussione quasi tutto il resto.
Sei rivolto verso il cielo ma ti muovi nell’acqua.
Avanzi senza vedere la direzione.
Nuoti all’indietro.
Non puoi controllare continuamente la traiettoria con gli occhi; devi iniziare ad affidarti ad altri sistemi di orientamento: alla memoria del corpo, alla propriocezione, alle variazioni di pressione sull’acqua, alla visione periferica, ai riferimenti luminosi, alla continuità del gesto.
Il dorso diventa così uno stile sorprendentemente interno;

In qualche modo è lo stile più “meditativo” in assoluto — paradossalmente proprio perché hai il viso all’aria aperta e il cielo sopra, ma sei costretto a rinunciare al controllo visivo della traiettoria.
Il nuotatore scopre che orientarsi non significa necessariamente guardare.
Scopre che il corpo possiede strumenti di navigazione che normalmente il dominio della vista tiene in secondo piano.
Per questo il dorso può essere considerato, forse più di ogni altro stile, una forma di fiducia nell’acqua.
Non nel senso romantico dell’abbandono, ma nel senso molto concreto di lasciare che il sistema percettivo si allarghi.
Smettere di dirigere ogni movimento e iniziare ad ascoltare.

Il paradosso del dorso

Ed è qui che compare il suo paradosso.
Il dorso offre il privilegio respiratorio del terrestre, ma chiede l’orientamento del navigatore.
Ti concede il cielo e ti sottrae l’orizzonte.
Ti lascia libero il volto ma ti costringe a rinunciare al controllo visivo.
È probabilmente lo stile che più esplicitamente mostra una caratteristica comune a tutta l’esperienza acquatica:
in acqua non vinci aumentando il controllo.
Funzioni meglio quando distribuisci il controllo.
Il dorso sembra semplice perché si respira facilmente; in realtà richiede una sofisticata integrazione sensoriale.
Un po’ come il delfino.
Il delfino, visto da fuori, appare potenza, energia, perfino aggressività del gesto.
Poi entri in acqua e scopri che senza ascolto, sensibilità e modulazione si blocca tutto.
Il dorso produce il paradosso speculare: appare rilassato, quasi passivo, ma richiede una raffinatissima costruzione dello spazio interiore.

La dual awareness

Essenzialmente, ogni nuotata – agonistica o meno, codificata o spontanea, ortodossa, canonica o creativa etc,  si costruisce sulla doppia consapevolezza: in acqua, e dell’acqua. La dual awareness.

Bisogna conoscere l’acqua attraverso il proprio corpo – il proprio, non quello altrui – e simmetricamente, comprendere come funziona in nostro corpo immerso, grazie al puntuale ed inesorabile feedback acquatico.

E il dorso potrebbe essere il banco di prova più puro della dual awareness.
Sei immerso in acqua ma respiri liberamente aria.
Hai il corpo sostenuto dall’acqua ma il volto aperto al cielo.
Ricevi informazioni dal basso  e dall’alto contemporaneamente, ma di tipo diverso. Ti spinge Archimede ma gli stimoli visivi sono di tipo terrestre, e c’entrano ben poco con la tua traiettoria e con il tuo procedere

Nessuno dei due mondi viene abbandonato completamente.
Forse per questo il dorso produce spesso una sensazione particolare: non quella di entrare nell’acqua, ma quella di abitare il confine.
Non più terrestre.
Non ancora acquatico.
Oppure entrambe le cose insieme.
Ed è forse proprio qui che il dorso smette di essere semplicemente uno stile natatorio e diventa un vero laboratorio di consapevolezza: un esercizio di fiducia, orientamento e presenza , immersi in due elementi contemporaneamente.

La navigazione umana

il dorso come  “astronomia elementare” — l’ unico stile in cui il nuotatore impara a orientarsi non guardando davanti ma leggendo il soffitto, la luce, il ritmo, quasi come un navigatore antico che usa il cielo per muoversi. 

Il dorso è l’unico stile in cui il riferimento naturale non è davanti a te ma sopra di te.

Per millenni, in mare aperto, orientarsi ha significato proprio questo: rinunciare a vedere la meta e imparare a leggere il cielo.
Un naufrago che nuota di notte non può controllare continuamente la direzione con lo sguardo immerso nell’acqua; se ha abbastanza calma e condizioni favorevoli, cerca riferimenti esterni stabili — stelle, luna, costa, vento, onde. Non guarda “dove va”: mantiene una relazione con qualcosa che resta fermo mentre lui si muove.
Il dorso è quasi una miniatura addomesticata di quella condizione.

Il dorso come navigazione celeste

Nel dorso il corpo galleggia nel mondo liquido, ma l’orientamento arriva dal mondo aereo.
Lo sguardo si apre verso l’alto.
La traiettoria non si costruisce inseguendo un punto davanti al volto, ma mantenendo una continuità di assetto.
È una navigazione per allineamento più che per inseguimento.
Un po’ come i navigatori antichi: non puntavano continuamente il porto — spesso invisibile — ma,seguendo la rotta,  custodivano una direzione.
In questo senso il dorso potrebbe essere descritto come lo stile dell’orizzonte assente.
E quando l’orizzonte sparisce, per mantenere la rotta emergono altri strumenti:
il ritmo;
la simmetria;
la memoria del gesto;
il senso della rotazione;
la percezione della deriva;
i riferimenti luminosi.

Nel dorso il nuotatore scopre una cosa antica quanto il mare: non sempre ci si orienta guardando dove si va. A volte ci si orienta mantenendo una relazione con ciò che resta fermo mentre noi ci muoviamo. E con il controllo del proprio assetto e delle proprie azioni.

Sulla terra orientarsi significa quasi sempre: guardare → decidere → muoversi.
Nel dorso la sequenza si altera:

sentire → mantenere → scoprire di essere già in direzione.
Forse è anche per questo che molti principianti all’inizio lo trovano stranamente inquietante. Non per la fatica — spesso minore rispetto ad altri stili — ma perché viene chiesto qualcosa di poco allenato nella vita quotidiana: continuare ad avanzare senza verifica continua.
E quando il gesto si stabilizza succede una cosa curiosa: il cielo smette di essere “quello che guardi” e diventa uno sfondo stabile; il corpo smette di chiedere conferme e inizia a fidarsi delle informazioni che arrivano dall’acqua.

E forse il dorso occupa una posizione speciale tra gli stili proprio perché arriva presto nella didattica ma introduce un tema molto maturo: la fiducia operativa.
Non passività.
Non lasciarsi andare.
Piuttosto quella condizione in cui il corpo smette di chiedere continuamente: “ci sono ancora?” e comincia a dire: “sì, ci sono — continua.”

Il riferimento ai naufraghi e alle stelle non è fuori luogo;,  nel dorso c’è qualcosa di antico: galleggiare, respirare, guardare il cielo e continuare a muoversi.

Una forma di navigazione umana.

Non una navigazione da pesce.

I pesci sono completamente dentro il loro elemento: vedono, respirano, si orientano nell’acqua senza frattura.
Noi no.
Noi, quando entriamo in acqua, restiamo creature di confine.
Respiriamo aria. Cerchiamo luce. Cerchiamo riferimenti. Portiamo sopra di noi il cielo.
Forse il dorso rende visibile questa condizione più di tutti gli altri stili.
Nel crawl giri il capo per cercare aria.
Nella rana emergi e rientri.
Nel delfino alterni immersione ed emersione.
Nel dorso invece il patto è diverso: il volto non lascia mai il mondo dell’aria, mentre il resto del corpo vive nel mondo dell’acqua.
È quasi una dichiarazione:
non devo diventare completamente acquatico per stare bene in acqua.
Posso anche restare un pò terrestre.

L’obiettivo è trovare una forma umana di abitare l’acqua.
Una forma che non neghi il nostro limite ma ne faccia una risorsa.
Respirare aria non è una debolezza. Avere bisogno di orientamento non è una debolezza.
Sono queste le condizioni che rendono possibile il nostro modo di nuotare.

Nota di chiusura

Ricordo un episodio, reale, che per me è rimasto una sorta di rivelazione silenziosa del dorso.
Notte di luna piena, luglio 1985. Costa orientale della Sicilia. Festa di laurea di un amico, in una casa affacciata sul mare. Il cielo era incredibilmente stellato, la luna quasi irreale per intensità e presenza.
A un certo punto si decide di fare il bagno di mezzanotte.
Entriamo in acqua.
Il mare è calmo, sorprendentemente caldo. E accade qualcosa di semplice e insieme difficile da dimenticare: senza quasi pensarci, tutti iniziamo a galleggiare “a stella”, come piccole isole sospese, e poi a nuotare a dorso.
E mentre si nuota così, in quella sospensione notturna, succede anche un’altra cosa: si parla. Si parla tra di noi, si commentano le costellazioni, si indica il cielo senza doverlo cercare. Il dorso, in qualche modo, lo permette: non richiede silenzio né sforzo, lascia il respiro libero e il volto aperto.
Mare, cielo, luna e stelle non sono più elementi separati. Non c’è più sopra e sotto in senso netto. C’è una continuità.
E noi, lì, felici, sospesi.
Nuotando a dorso.




Pigafetta Day

Giovedì 9 luglio 2026✍️

Nave Vespucci è in rotta verso Boston

9 LUGLIO
PIGAFETTA DAY

Come ogni 9 luglio, anche oggi si celebra il Pigafetta Day per ricordare il famoso “giorno perduto” annotato nel diario di bordo dal navigatore vicentino Antonio Lombardo, detto Pigafetta, durante la prima circumnavigazione del globo.

Questa data commemora lo stupore dell’esploratore, che si accorse, al rientro in Spagna, dopo quasi 3 anni di navigazione, di essere rimasto indietro di un giorno rispetto al resto del mondo; un’intuizione fondamentale che ha contribuito alla scoperta della linea del cambio di data e allo studio dei fusi orari.

IL GIORNO “PERDUTO”

Il 9 luglio del 1522 Pigafetta, sbarcando dopo tutto quel tempo, si rese conto, dai primi scambi di parole, di aver “perso un giorno”, trovandosi sorprendentemente al 10 luglio (giovedì) ovvero 1 giorno dopo rispetto alla data (mercoledì 9 luglio) che lui aveva scrupolosamente annotato sul suo diario di bordo.

Ecco come lo racconta:

“Commettessimo a li nostri del battello, quando andarono in terra, [che] domandassero che giorno era: me dissero come era a li portoghesi giove”. [giovedì]

“Se meravigliassemo molto perché era mercore [mercoledì] a noi;
e non sapevamo come avessimo errato: per ogni giorno, io, per essere stato sempre sano, aveva scritto senza nissuna intermissione”.

L’esploratore trovò la spiegazione del fatto: stava nella rotazione della Terra intorno al Sole e della Terra su se stessa.
I pochi reduci della spedizione avevano infatti calcolato i giorni rispetto alla circumnavigazione del globo, compiuta verso ovest nella stessa direzione del Sole. La Terra, però, ruotando sul proprio asse verso est, aveva fatto accumulare, ogni giorno, un po’ di ritardo alla nave.
In conclusione il Sole era “transitato” sulla nave una volta in meno rispetto a quante volte era transitato sopra il porto di partenza.

Oggi, quando una nave compie una navigazione intorno al mondo verso Ovest, si spostano gli orologi di bordo indietro di un’ora ad ogni fuso orario attraversato (circa 15° di longitudine) e si ‘salta’ un giorno nell’attraversamento dell’antimeridiano di Greenwich.
Se non si operasse così, al ritorno della nave, i calendari di bordo segnerebbero un giorno in meno rispetto ai calendari di coloro rimasti a terra. Proprio come accadde a Pigafetta!

CURIOSITÀ
Questa esperienza ha gettato le basi per elaborare i fusi orari e facilitare viaggi e comunicazioni del mondo globalizzato, oltre ad affascinare vari autori, come nel caso di Jules Verne e del suo celebre romanzo Il Giro del Mondo in 80 giorni: fatto invece verso est (incontro al Sole), il protagonista della storia, il gentleman inglese Phileas Fogg, inconsapevolmente, “guadagna” un giorno al termine del suo viaggio e, scoprendolo in extremis, risulterà vincitore della scommessa.
( Bitta scripsit VI IX MMXXIV )

Cieli sereni
PG




Nessun dorme?

*NESSUN DORME ?*

Oggi, *mercoledì 8 luglio*, intorno alle 13:40 (ora italiana), la quasi totalità della popolazione umana sulla Terra è stata esposta, *nello stesso momento*, ai raggi solari: questo grazie alla particolare posizione del nostro pianeta rispetto al Sole (Vedi figura da _timeanddate_).

🌞 = Posizione del Sole
⚪ = Posizione della Luna

È una circostanza che si verifica annualmente in questa data: non è quindi particolarmente insolito o speciale, ma è comunque poco conosciuto.
A quell’ora il *99%* delle persone sulla Terra (circa *8 miliardi* di individui) ha ricevuto la luce solare, anche se non tutti sono stati illuminati allo stesso modo: nei paesi più a oriente come il Giappone c’è stata solamente la debole luce del crepuscolo dopo il tramonto, mentre molto più a ovest come in California lo stesso fenomeno si è verificato con il tenue bagliore dell’alba. Per tutto ciò che rimane in mezzo, come il resto delle Americhe, l’Europa, l’Africa e una parte importante dell’Asia, c’è stata piena luce. Le uniche terre emerse che sono rimaste al buio sono state la Nuova Zelanda, l’Australia e le altre isole dell’oceano Pacifico.

Il comandante Bitta ha realizzato che, secondo le normali abitudini di vita, quello e stato l’unico momento nel quale quasi tutto il genere umano…NON STAVA DORMENDO ! 🥹

(_Bitta tunc primum scripsit VIII VII MMXXII_)

Cieli sereni
PG




Aquawareness – in few words

Aquawareness is a somatic and holistic discipline centered on mindful, conscious movement in water.
Unlike many holistic aquatic practices that rely on esoteric or energetic concepts like “chakras” or “subtle energies,” Aquawareness is firmly grounded in classical physics, fluid dynamics, and empirical experience. It translates the laws of Archimedes, Newton, and Bernoulli into a direct, physical dialogue between the human body and the aquatic medium.
## Core Principles
* **Dual Awareness:** The practice emphasizes a split yet unified attention—simultaneously maintaining deep internal awareness of one’s own body mechanics (proprioception) and external awareness of the water’s resistance, temperature, and support.
* **The Physics of Movement:** Rather than fighting the water, the practitioner learns to utilize hydrostatic pressure, buoyancy, and drag to find effortless efficiency in motion. It is an exploration of how the body handles gravity’s absence and fluid resistance’s presence.
* **Somatic Integration:** Drawing structural parallels to advanced somatic methods like the Feldenkrais Method, it uses gentle, intentional aquatic movements to reorganize neuromuscular habits, improve posture, and cultivate a deeper mind-body connection.
Ultimately, water is treated not just as a medium for exercise, but as an extraordinary educational tool that mirrors back how we move, where we hold tension, and how we can find balance through fluid mechanics and clear, grounded awareness.

Giancarlo De Leo




CURAÇAO!

Domenica 14 giugno 2026✍️

Dove è CURAÇAO ?

Curaçao è un arcipelago di 2 isole (una é minuscola!) del Mar dei Caraibi.
Situato al largo della costa nord-occidentale del Venezuela, ha una superficie di 440 km² e conta circa 186.000 abitanti (come la città di Taranto).

LE ISOLE ABC
Con questo acronimo si intendono le tre isole di Aruba (A) 🇦🇼, Bonaire (B) e Curaçao (C) 🇨🇼 che fanno parte del Regno dei Paesi Bassi 🇳🇱 sotto il nome ufficiale di Dutch Caribbean (Caraibi Olandesi), mentre un tempo si chiamavano Antille Olandesi.
(Bitta scripsit V IX MMXXIII)

LA BANDIERA DI CURAÇAO 🇨🇼
È stata adottata ufficialmente nel 1984.
Secondo il suo creatore, il designer M. den Dulk, il blu simboleggia il cielo (la parte alta) ed il mare (la fascia bassa) mentre il giallo rappresenta il sole che bacia le isole. Le due stelle rappresentano le due isole di Curaçao (la più grande) e Klein Curaçao (la più piccola).
Le cinque punte delle stelle simboleggiano i cinque continenti dai quali proviene la popolazione delle isole, mentre il loro colore bianco rappresenta la felicità degli abitanti.

CURIOSITÀ ⚽
La nazionale di calcio di Curaçao sta partecipando per la prima volta a un campionato del mondo.
È il Paese più piccolo, sia per superficie che popolazione, ad essersi mai qualificato ad un mondiale.

Cieli sereni
PG




La Grande Barriera Corallina

*Giovedì 11 giugno 2026*✍️

*ACCADDE OGGI…*
*…l’ 11 giugno 1770*

*James Cook scopre “incidentalmente” la Grande Barriera Corallina*

Nel febbraio del 1768 la Royal Society, l’importante organizzazione scientifica inglese da poco istituita, aveva fatto finanziare al re Giorgio III una spedizione scientifica nell’Oceano Pacifico. Lo scopo era quello di studiare il passaggio di Venere davanti al Sole e da questo poter misurare l’effettiva distanza dalla Terra al Sole. ( _Bitta scripsit VI VI MMXXVI_ )
La missione avrebbe avuto un ulteriore scopo: individuare quella _Terra Australis_ che si vagheggiava fosse da qualche parte nel Pacifico meridionale.
Il comando della nave la _HMS Endeavour_ fu affidato al tenente di vascello James Cook.
Così, il 19 aprile del 1770, Cook raggiunse, primo europeo, la costa orientale dell’Australia, approdando sulla riva di quella che oggi è conosciuta come Botany Bay presso Sydney. La spedizione proseguì poi verso nord lungo la costa orientale australiana.

Ed è qui che l’ *11 giugno 1770*, navigando al largo dell’attuale Queensland, l’Endeavour finì incagliata sulla *Grande Barriera Corallina*, la barriera di corallo più grande del pianeta: un sistema di oltre 2.900 barriere singole e di 900 isole con un estensione di 2.300 km e una superficie di circa 344.400 km² che è *piú grande (113%) del territorio dell’ITALIA !* (Vedi riquadro in scala).
In quel tratto di mare era passato due anni prima Louis Antoine de Bougainville, il primo Francese a circumnavigare il globo, ma la sua missione di tipo commerciale non gli permise di studiare a fondo quella che oggi è considerata una delle… 7 meraviglie del mondo!
(_Bitta scripsit XI VI MMXXIV_)

Cieli sereni
PG




Sant’Antonio da Padova

*Sabato 13 giugno 2026*✍️

_Nave Vespucci sta navigando nell’ Atlantico verso Baltimora (USA)_

Nel giorno di oggi di 2 anni fa la nostra nave stava navigando nel Pacifico verso Puerto Vallarta (Messico). 🇲🇽

Oggi *13 giugno* si celebra *Sant’Antonio di Padova* (Lisbona, c. 1195 – Padova, 13 giugno 1231), sacerdote e dottore della Chiesa, patrono del Brasile 🇧🇷 e del Portogallo 🇵🇹

*Quale Sant’Antonio ?*
Succede spesso di confondere i due santi omonimi: quello odierno di Padova e quello eremita del deserto, protettore degli animali ricordato, invece, il 17 gennaio.
Nelle rappresentazioni di questi due santi è chiara la distinzione: quello di Padova porta solitamente i gigli della prudenza, della purezza, della lotta contro il male e il Bambino Gesù che gli fu messo tra le braccia dalla Vergine Maria in una notte di preghiera.

L’Antonio degli animali è invece accompagnato da molti attributi: il porcellino, il fuoco, il bastone a tau con la campanella, il libro della Regola, a volte il rosario o il crocifisso, sempre la lunga barba bianca in riferimento alla sua longevità come eremita.

*Sant’Antonio di Padova* è protettore di: animali, bambini, cavalli, *marinai*, nativi americani, oggetti smarriti, oppressi, pescatori, poveri, viaggiatori.
È il patrono di *Napoli, Venezia, Padova e Anzio* oltre a tante altre località italiane.

*IL MIRACOLO DI S. ANTONIO*

Il *miracolo della predica ai pesci* è uno degli episodi più celebri della vita di Sant’Antonio da Padova. Avvenne a Rimini, città in cui il Santo si era recato per predicare. Poiché gli abitanti (allora influenzati da gruppi di eretici) rifiutavano di ascoltarlo e lo deridevano, Antonio decise di rivolgersi alla natura.
Camminando fino alla riva del mare, esclamò: _”Poiché voi vi dimostrate indegni della Parola del Signore, ecco, io mi rivolgerò ai pesci”._
(_Bitta tunc primum scripsit XIII VI MMXX_)

Cieli Sereni e..
…AUGURI ad Antonio, Antonia, Antonietta, Antonello, Antonella, Antonino, Antonina.

PG

[Nell’immagine l’ affresco che narra, in termini pittorici, il miracolo di “S. Antonio che predica ai pesci” nella Basilica dedicata a Sant’Antonio a Padova].




Festa della Marina Militare!

*Mercoledì 10 giugno 2026*✍️

*10 giugno*
*Festa della Marina Militare*

Il *10 giugno 1918*, durante la 1^ Guerra Mondiale si svolse la coraggiosa impresa di due piccoli mezzi navali della Marina Militare che ottennero un risultato di grande rilevanza, sia sotto il profilo tattico sia sul piano emotivo.
L’azione avvenne nei pressi dell’isola di PREMUDA, una piccola isola, oggi territorio croato, situata nel mare Adriatico a sud di Lussino e appartenente al territorio di Zara.

I due MAS (Motoscafo Armato Silurante) “15” e “21” al comando, rispettivamente, del Capitano di Corvetta *Luigi RIZZO* e del Guardiamarina di complemento *Giuseppe AONZO*, attaccarono una potente formazione navale austriaca affondando la corazzata “Szent Istvan” (Santo Stefano).
In quell’ultimo anno di guerra l’ “impresa di Premuda” compiuta da quei pochi marinai italiani fu così notevole nel rinvigorire lo spirito dei soldati sul fronte terrestre e della intera popolazione tanto da risultare cruciale per la vittoria finale.

Cieli sereni
W la Marina ⚓
PG




Giornata Internazionale degli Oceani

*Lunedì 8 giugno 2026*✍️

*8 GIUGNO*
*Giornata Internazionale degli Oceani*

L’ *8 giugno 1992* in Brasile, a Rio de Janeiro, si svolse il Forum Globale sul tema.
Fu un evento parallelo alla Conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo (UNCED) che offrì alla società civile l’opportunità di esprimere le proprie opinioni sulle questioni ambientali.

A partire da quell’ evento la data è fissata annualmente come occasione per riflettere sul ruolo importantissimo dell’oceano per la nostra vita come quello di produrre gran parte dell’ossigeno che respiriamo e di essere una fonte di alimentazione e salute per tutti.

Leggendo qua e là…

*ALCUNI FATTI SUGLI OCEANI*

Negli oceani vivono 10 miliardi di tonnellate di pesci ! È quanto riportato in uno studio pubblicato sulla rivista Nature.
La maggior parte di questi vive tra i 200 e 1000 metri di profondità.

Sui fondali oceanici non nuotano solo pesci e altri animali, ma transitano anche molti dei contatti social: il 97% del traffico web mondiale, infatti, passa su cavi sottomarini corazzati. Il primo di questi, da un capo all’altro dell’Oceano Atlantico, fu posato nel lontano 1858.

L’Oceano Pacifico è punteggiato da circa 25000 isole (più di tutti gli altri oceani messi insieme), tra cui una… di plastica. Si tratta di un gigantesco accumulo di spazzatura galleggiante, creato dalle correnti oceaniche, che si estende per 1,6 milioni di km² (5 volte l’Italia!)

Negli oceani si formano vortici simili a quelli che si forma quando si toglie il tappo alla vasca da bagno. Nel 2011, nell’Oceano Atlantico, sono stati avvistati due vortici di circa 400 chilometri di diametro. La loro origine non è mai stata chiarita completamente.

A dispetto del nome, datogli da Ferdinando Magellano nel 1520 quando lo attraversò trovandolo molto tranquillo, il Pacifico è un oceano burrascoso e dove accadono frequentemente degli uragani. Nel 2007, al largo di Taiwan, è stata misurata l’onda oceanica più alta mai vista: *32,3 metri*, come un palazzo di 11 piani !

Si chiama “circolazione termoalina” ed è il rimescolamento continuo delle masse d’acqua che dalla superficie scorrono verso le profondità degli oceani. Nell’Atlantico, dove l’acqua si rinnova costantemente è più attiva. Sul fondo del Pacifico, invece, l’acqua può essere lì da oltre 2mila anni e per questo è detta _acqua fossile_.

I primi a raggiungere l’abisso più profondo del pianeta (la Fossa delle Marianne, a circa 10.994 metri sotto il livello del Pacifico) furono, nel 1960, dei marinai americani.
Scesero a bordo di una sfera dotata di un enorme serbatoio di benzina, che servì come galleggiante per la risalita.

Sul fondo degli oceani si registra la maggiore quantità di eruzioni vulcaniche: oltre il 75% del totale. L’attività è particolarmente intensa nella cosiddetta “cintura di fuoco”, una fascia lunga 40000 chilometri ai margini del Pacifico e caratterizzata da frequenti terremoti.
(_Bitta scripsit VIII VI MMXXI_)

Cieli sereni
PG




Aquawareness and Vipassana

**Aquawareness and Vipassana share deep roots in mindful observation and non-judgmental awareness but differ significantly in context, practice, and application.**

### Core Similarities

– **Mindfulness and Insight (Vipassanā)**: Both emphasize “seeing things as they really are” through direct, objective observation of phenomena. Aquawareness explicitly draws from Vipassana’s foundations (*satipaṭṭhāna* — the four foundations of mindfulness: body, sensations, mind, and mental objects). It adapts “pure attention” (receptive, interference-free observation) and “clear vision” (lucid action based on observations).
– **Non-judgmental Equanimity**: Practitioners in both observe sensations (pleasant, unpleasant, neutral) without reactivity, attachment, or aversion. This cultivates presence, impermanence (*anicca*), and deeper self-understanding.
– **Body and Sensation Focus**: Vipassana often uses body scanning or breath awareness. Aquawareness extends this to full-body proprioception, interoception, and hydro-sensory feedback (buoyancy, resistance, pressure).
– **Holistic Benefits**: Both aim at mental clarity, emotional regulation, stress reduction, and personal growth through embodied awareness.

### Key Differences
– **Environment and Modality**:
  – **Vipassana**: Primarily a seated, static, land-based (or walking) meditation. It often occurs in silence, with minimal external stimuli, in retreats or daily practice. The focus is inward introspection on breath, bodily sensations, thoughts, and mental states.
  – **Aquawareness**: Dynamic, movement-oriented, and fully aquatic. Water becomes an “active partner” providing continuous tactile, hydrostatic, and hydrodynamic feedback. Practices include floating, gliding, slow propulsion, breath awareness in buoyancy, and playful exploration (e.g., fetal positions, somersaults). It integrates physical activity with meditation rather than separating them.

– **Object of Observation**:
  – **Vipassana**: Internal phenomena (breath at the nostrils/abdomen, body sensations arising and passing). The goal is insight into the three characteristics of existence: impermanence, suffering, and no-self.
  – **Aquawareness**: Dual awareness — *in* the water (body sensations, movements) *and of* the water (its responses, support, resistance). It leverages Archimedes’ principle, fluid dynamics, and sensory interplay for immediate, real-time feedback loops. This makes impermanence tangible through shifting currents, buoyancy changes, etc.

– **Approach to Movement and Passivity**:
  – Vipassana traditionally minimizes gross movement (though walking meditation exists) to sharpen concentration.
  – Aquawareness starts with **passivity** (trusting buoyancy, “doing nothing”) before moving to aware action. It deconstructs swimming techniques through exploration rather than rote instruction, blending mindfulness with skill-building and water safety.

– **Origins and Structure**:
  – **Vipassana**: Ancient Buddhist tradition (Theravada), systematized over 2,500 years, often taught in intensive 10-day retreats with strict codes (silence, precepts, etc.).
  – **Aquawareness**: Modern synthesis by Giancarlo De Leo, rooted in his swimming background, childhood play, classical physics, and selective Eastern influences (Vipassana, Zen, Taoism). It is non-dogmatic, experiential, and accessible without retreats — integrated into swimming or recreational water time.

– **Goals**:
  – Vipassana: Liberation from suffering through profound insight into the nature of mind and reality.
  – Aquawareness: Enhanced body-water dialogue, better swimming mastery, safety, relaxation, and holistic well-being. Spiritual/insight aspects support these but are not the sole end.

### Complementary Aspects
Aquawareness can be seen as a **moving, embodied adaptation** of Vipassana principles to the aquatic medium — “Vipassana’s observational mindfulness in aquatic form.” It makes abstract insights more visceral through water’s constant, gentle “massage” and feedback. Practitioners report flow states, primal reconnection (echoing amniotic fluid), and practical benefits like improved technique via awareness rather than force.

Vipassana provides a rigorous, time-tested framework for mental purification that Aquawareness incorporates selectively without requiring full doctrinal commitment.

In summary, **Vipassana is a foundational insight practice centered on stillness and inner observation**, while **Aquawareness is a practical, water-native extension that applies similar awareness to dynamic, sensory-rich movement**. They can complement each other: Vipassana sharpens the mental tool; Aquawareness applies it in a uniquely supportive environment.

For primary sources, check De Leo’s writings on aquawareness.net or fuorimag.it (e.g., the dedicated comparison pieces). Let me know if you’d like excerpts from a specific paper, technique examples, or further comparisons!

By Grok