Leonardo da Vinci’s Spatial Grammar – oltre la maglia quadrata
Posizionamento dell’opera nella storiografia su Leonardo
Il corpus di Giancarlo De Leo (Leonardo’s Spatial Grammar, 2026) si colloca in modo esplicito e polemico all’interno della tradizione critica dedicata alla prospettiva leonardesca, con l’obiettivo dichiarato di decostruire quello che l’autore definisce il “mito” dell’applicazione standardizzata della prospettiva albertiana a maglia quadrata.
Contesto critico di riferimento
Nella storiografia tradizionale (e ancora dominante in molti studi recenti) si tende a partire dal presupposto che Leonardo, formatosi nella Firenze albertiana e brunelleschiana, adotti come base operativa la griglia a quadrati della prospettiva centrale codificata da Leon Battista Alberti. Le eventuali “anomalie”, “deformazioni” o “approssimazioni” rilevate nei dipinti vengono di solito interpretate come:
- scelte deliberate di carattere anamorfico o narrativo (Carlo Pedretti, Antonio Natali);
- correzioni esecutive o variazioni di progetto (Roberto Bellucci sull’underdrawing);
- oppure, in alcuni casi, come veri e propri errori o licenze rispetto al canone albertiano.
Un esempio particolarmente rilevante, citato più volte nel corpus, è lo studio di Matthew Landrus (2007) sulle proporzioni dell’Ultima Cena, che assume la maglia quadrata come assioma e produce, secondo De Leo, dilatazioni progressive e incoerenze dimensionali analoghe a quelle già riscontrate nell’Adorazione dei Magi.
Collocazione del corpus di De Leo
L’autore si inserisce in continuità con la tradizione di analisi metrica e proporzionale (in particolare con il lavoro di Franca Manenti Valli del 2012 sull’Annunciazione), ma ne sposta radicalmente l’oggetto:
- da un’analisi bidimensionale delle proporzioni della superficie pittorica e delle consonanze armoniche albertiane/fibonacciane,
- a una ricostruzione tridimensionale dello spazio costruibile e abitabile, condotta mediante retro-ingegneria CAD.
Il punto di rottura metodologico è chiaro:
«Il vero punto di rottura di questo corpus rispetto alla critica d’arte tradizionale risiede nel rigore del metodo di indagine».
De Leo rifiuta sia le letture esoteriche o simboliche non falsificabili, sia l’accettazione acritica della griglia quadrata. Propone invece un metodo empirico fondato sul «banale aristotelico»: partire esclusivamente da ciò che è visibile e misurabile nell’opera (mattonelle, bugne, cassettoni, arazzi, gradini come “righelli inseriti”), ricostruire lo spazio in CAD e verificare quale sistema modulare (in particolare la griglia 4:3 ancorata al braccio fiorentino) elimina le deformazioni anziché generarle.
In questo senso il corpus si presenta come:
- Critica interna alla tradizione prospettica albertiana applicata a Leonardo;
- Complementare (non alternativo) agli studi proporzionali sul piano della superficie (Manenti Valli);
- Polemico nei confronti delle ricostruzioni che, partendo dalla maglia quadrata, finiscono per attribuire a Leonardo errori o “licenze” che, secondo l’autore, derivano piuttosto da un’ipotesi di lettura inadeguata.
Sintesi del posizionamento
De Leo non nega l’importanza di Alberti né la formazione fiorentina di Leonardo. Sostiene piuttosto che Leonardo abbia progressivamente trasformato e superato la griglia albertiana, elaborando una grammatica spaziale metrico-modulare, ritmica e stereometrica (dal prototipo della “geometria inserita” nell’Annunciazione alla “polifonia” del Cenacolo), verificabile empiricamente e strutturata sulle misure umane.
In breve: il corpus si colloca come un intervento revisionista metodologicamente rigoroso all’interno della storiografia prospettica leonardesca, che intende sostituire un paradigma assiomatico (maglia quadrata) con un paradigma empirico-falsificabile fondato sulla retro-ingegneria CAD e sulla misurabilità diretta dell’opera.