La Valigia.

di Valeria Frascatore_

Guardo la valigia. 

Non sono mai stata brava a organizzare gli spazi. I pieni e i vuoti, soprattutto. Amo le cose fatte alla rinfusa. 

Ci sto dentro, nel groviglio: occuparmi della matassa dei pensieri è il mio catalogo di viaggio da spulciare.

Consapevolezza di un andare che resti e restituisca il senso dello spostamento dal proprio baricentro.

Intendo provarci.

Sperimentare. 

Parto, sì. Perché il pensiero ha bisogno di estensione verso la chiarezza, come il passo si allunga naturalmente in direzione di spazi ampi. E sgombri.

Libertà da ingombri. Dicono sia un obiettivo eleggibile per chi vuole scrivere una storia che non obbedisca a logiche precostituite.

Non riesco a pensarmi confinata in un’idea lineare: cammino a zig-zag per il mondo e vivo di equilibrismi appesi a un filo di voce.

Il megafono lo lascio agli specialisti del rumore. Preferisco che sia un serrato bisbiglio a preannunciare il mio arrivo.

Quante volte, sull’orlo del baratro, gridare e ridere a precipizio mi ha salvato la vita, permettendomi di silenziare il frastuono delle allusioni insensate.

Ho imparato ad amarlo, il silenzio. Riempiendolo di tremiti e di vibrazioni che mi arrivano forti, quando mi capitano sfioramenti di pelle. Di quelli che producono energie indefinibili con il metro umano.

Io spezzo i discorsi con le mani quando non riesco a prendere a morsi la durezza della vita, interrompo la catena dell’ovvio e mi perdo alla ricerca di curiosi indizi, disseminati tra gli scomparti.

Sto mezza aperta e mezza chiusa, abbarbicata a una cerniera rotta da cui sbucano sbuffi e saluti. 

Il bagaglio è ancora lì. Sbilenco, più di sempre.

Ostaggio di chiaroscuri, nel livido ombreggiare di una tenda scossa dal vento che ne camuffa le pieghe: pronta  per affrontare il cammino io non lo sono stata mai. 

Ma arriva un momento in cui rispondere a un’esigenza diventa imperativo categorico, è vera e propria terapia per l’anima. Aria buona per rinfocolare il cervello.

Coltivo il desiderio di capi leggeri, di indossare morbidamente le inquietudini. Me le lascio scivolare addosso senza imporre alcuna destinazione: seta per il cuore, velluto per la mente, broccato per il corpo. 

Rotola dal comodino una biglia di vetro colorato. Si strazia su e giù per il pavimento, inciampando in me e nella mia indecisione. È alla deriva, in un mare di destinazioni possibili.

Ne osservo il moto convulso e ascolto il fruscio che genera il suo sfregamento sul parquet. Mi imbambolo mentre pesco dai cassetti e frugo alla ricerca di frammenti, di ricordi da trascinare via.

Mi chino a raccogliere la biglia e la faccio ruotare sul palmo della mano: il rumore è diverso. Sono cambiati i pensieri. Io non sono più io.

Mi frugo nelle tasche piene di ipotesi ardite: so che sarò altro da me, al rientro. Un percorso mi aspetta mentre rifletto su come aspettarlo.

Non temo il vicolo cieco, lungo il quale si cammina a passo d’uomo: mi fa più paura l’autostrada della bestialità dalla vista perfetta, tripla chance di corsia dove se non sorpassi e vai a velocità costante, rischi di bruciare il motore o di rimanere asfaltato.

Penso che se dovesse ospitarmi un treno, lo spingerò via dal binario morto, se sarà un aereo volerà anche con un’ala sola e a piedi camminerò con una scarpa sì e una no: un viaggio viaggia da sé, anche così. 

Non serve pianificare, serve volere fortemente uno slittamento di asticella in alto. Una lieve traslazione di parabola verso un esito dai contorni più definiti.

Ho deciso che i tabù sono fatti per essere infranti e anche noi siamo fatti per disintegrarci tra amori folli e legami ruvidi, figli di bagagli semi disfatti.

Stropicciati, ci sparpagliamo nell’aria quando il vento vuole disperderci e ci ricomponiamo magicamente come puzzle perfetti quando, placato il suo impeto, finalmente la natura si riposa. 

Nella mia valigia ho chiuso il disagio della fissità di uno schema, un’educazione fredda e rigida come il marmo di questo pavimento che, ormai, ondeggia sotto i miei piedi portandomi dritta al mare, tra flutti e spruzzi da cui ho capito che è inutile ripararsi.

Mi mancherà tutto di questi luoghi, mi mancherà chi mi ha fatto compagnia abitandoli con me, mi mancherà la me che li ha vissuti col desiderio di renderli animati e parlanti. I luoghi siamo noi, permeati di luce e di emozioni vive e vere, che li attraversiamo rendendoli indimenticabili per la mente e per l’anima.

Sto fissando la valigia. La guardo prendere forma e plasmarsi, rinnovata nel turgore. Il tessuto è finalmente teso, senza grinze e pieghe: tutto ha una collocazione e anche i pieni fanno pace coi vuoti.

Ho scoperto che non ho un biglietto. Ho solo un invito a raggiungere il molo. E un disegno. Raffigura una imbarcazione a vela, candida come il cielo, quando si addensa di nuvole che precedono la tempesta. Ha un timone di legno, imponente e lucido. Dicono che la barca sia affidata a una donna esperta ma volubile che non ama i tentennamenti. Chi decide di salpare non ha modo di cambiare idea. Si affida. Come, a volte, capita anche nella vita.

Mi sono affidata tanto nella vita. Ho assecondato, ho accontentato ed elargito senza mai tenere niente per me. Il mio cuore lo sa e ha pagato più volte dazio per questo.

Ora basta. Ora c’è una nave che salpa. E io ho la valigia giusta per questo viaggio. E sono la donna giusta per affrontarlo con la consapevolezza della fruttuosità e dell’arricchimento che da tale esperienza mi deriverà.

Porto con me un taccuino, una penna e il mio pc. Poche cose che significano tanto, tutto per me.

Parto per un viaggio lungo come il mio bisogno di ritrovarmi, dentro e fuori.

Ne parlerò, ne scriverò, lo racconterò senza filtri.

E so che sarà bellissimo.


Valeria Frascatore_

Ho 47 anni. Coniugata, due figli. Sono un ex avvocato civilista, da sempre appassionata di scrittura. Sono autodidatta, non avendo mai seguito alcun corso specifico sulla materia. Il mio interesse é assolutamente innato, complici – forse – il piacere per le letture, la curiosità e la particolare proprietà di linguaggio che,sin dall’infanzia, hanno caratterizzato il mio percorso di vita. Ho da poco pubblicato il mio primo romanzo breve dal titolo:Il social-consiglio in outfit da Bianconiglio. Per me è assolutamente terapeutico alimentare la passione per tutto ciò che riguarda il mondo della scrittura. Trovo affascinante l’arte della parola (scritta e parlata) e la considero una chiave di comunicazione fondamentale di cui non bisognerebbe mai perdere di vista il significato, profondo e speciale. Credo fortemente nell’impatto emotivo dello scrivere che mi consente di mettermi in ascolto di me stessa e relazionarmi con gli altri in una modalità che ha davvero un non so che di magico.




L’AMOREVOLE CAREZZA DELLA PIENA COMPRENSIONE

Photo by Gregory Acs

di Valeria Frascatore_

E’ già da un po’ che siedo su questo divano:è pacioccosamente morbido e io ci sono affondata, abbandonandomi a una posa rilassante tra enormi cuscini, disposti a corolla intorno a me.

A testa in giù e con le gambe all’aria, giusto per rimodulare il senso delle proporzioni e conferire dignità superiore a tutto quello che, compresi i miei arti, è collocato in una dimensione di piena inferiorità.

Come calice di quella corolla, accolgo pensieri, sensazioni, fardelli che dondolano, cullati dalla lieve brezza che filtra dalla finestra spalancata sul cielo di un anonimo e banale mansardato urbano. Li abbraccio e mi abbraccio, aspettando l’arrivo di un’inattesa impollinazione che faccia sussultare il fiore, chiamandolo a nuova vita.

Un raggio di sole, impavido, battagliando con il plumbeo ardore di un cielo ancora tipicamente invernale, raggiunge la stanza posandomisi sulla caviglia nuda e svela la mia abitudine di gironzolare per lo più scalza, con i pantaloni leggermente scostati dalla parte terminale della gamba. Reagisco così io, opponendo un senso di libertà al rigore della temperatura come alla rigidità in generale, la mia…quella altrui: combatto gli assalti del giudizio e mi lascio fissare da mille occhi incuriositi dalla posa che, in questo momento, ho assunto.

Mi metto a braccia conserte, come sempre quando sto per cominciare a parlare e devo raccogliere le idee: mi rivolgo al mio interlocutore che, avidamente, mi gironzola intorno, nel tentativo di partecipare al banchetto e di assaggiare a morsi le diverse, succulente pietanze disposte tutt’intorno.

Penso improvvisamente alle mie caviglie e all’idea che anche quelle possano essere addentate, nella confusione mangereccia, divoratrice di anime e di identità.

In questa vorace dimensione di appetiti umani, la mia fame di attenzione vaga, confusa, da una parte all’altra della stanza e zampetta tra gli arredi prima di scivolare,crepitando, tra le fiamme della legna che arde nel caminetto.

Sono esattamente al centro di un vortice d’aria in cui si incontrano due mondi: il vento proveniente dall’esterno e il tepore del fuoco acceso. Si congiungono,come amanti resi impazienti da un desiderio ingestibile,e in mezzo ci sono io a fare da conduttore di elettricità, in una atmosfera che si fa sempre più trascinante.

Le mie confessioni ora si fanno più spontanee e serrate, prendono il ritmo della carnalità del congiungersi senza troppi ragionamenti all’uditorio.

Ho gli occhi chiusi e distinguo soltanto profumi: sono invoglianti, ma il pensiero che mi distolgano dal fiume di parole che sto per pronunciare mi sprona a dar loro voce, senza più indugio.

Parole scontate, banali e istintivamente semplici si liberano: mi ascolto nel pronunciarle e mi agito in maniera convulsa per acciuffarle a mani nude e ricacciarle indietro, convinta che siano quelle sbagliate. Figlie di un fraintendimento, mi svolazzano intorno prendendosi gioco di me in un folle e frastornante maramao. Le prendo a cuscinate e la corolla del fiore si spampana.

I petali, sparpagliatisi tra le pieghe del candido divano, disegnano una mappa. Spalanco gli occhi e la osservo, quasi a cercare risposte degne di ascolto e di fiducia. La direzione…cerco solo la direzione…della piena comprensione e ora mi proteggo il viso con le mani.

Se riceverò una carezza o uno schiaffo lo ignoro. Ma temo allo stesso modo ambedue le prospettive. Quegli occhi famelici vogliono che io mi riveli, vogliono sapere di più e frugano alla ricerca di tutto quello che sono convinti gli stia dolosamente negando.

Sulla mappa leggo parole d’afflizione amorosa che vagano tra i petali della corolla ricomponendone il disegno naturale, la finestra si spalanca e la luce si sposta sul mio viso che non è più protetto, esaltandone i lineamenti corrucciati dall’imbarazzo.

Vorrei unirmi al banchetto divoratore di emozioni e prendere a morsi i cibi invoglianti, far rumore, dare fastidio, ronzare all’infinito nelle orecchie degli astanti, come un qualsiasi insetto scocciante.

Punzecchiare qua e là, assaggiare e volar via quasi senza posarmi. Non si può. Non è la cosa giusta per me. Essere parte attiva di questo baccanale è il messaggio veicolato dalla mappa. Non si sono proprio accorti di me, non mi stavano guardando…avrei potuto trascorrere ore qui sdraiata,nella più totale indifferenza.

C’è una solitudine schermata, incompresa che mi fa parlare e mi abilita ai ceffoni. La creo, la costruisco, c’è anche ora…qui…su questo divano,dove la nudità dell’anima,che andrebbe accarezzata,viene umiliata e derisa.

Gli occhi di chi la giudica sono sempre limpidi e spietati, i miei sono imploranti e velati di inquietudine.

Parlaci di te, parlaci di questa personalità tormentata e indegna di carezze. Scrivi dei tuoi cedimenti, delle tue cadute e di quando ti nascondi dietro a una metafora come un animale in fuga si rifugia tra i cespugli del bosco intricato di congetture e arditi costrutti mentali.

Vuoi scappare, vuoi sottrarti anche stavolta?E dove fuggirai senza aver rivelato pressochè nulla di te?

Guardati, affrontala questa realtà, fatti violenza e accettati, con tutti i tuoi limiti e i tuoi disagi. Smetti di osservarla la mappa,perché ti sta depistando:strappala,anzi,e gettala tra le fiamme del camino, in modo che alimenti altro da te.

Mi sono alzata dal divano, con uno scatto felino e furioso, ho afferrato il cappotto e sono scesa in strada. Non sopportavo più la pressione. La avvertivo sulla pelle, incalzante come quelle voci che mi inducevano a strapparmi via la maschera.

Nel percorrere a piedi la rampa di scale pregustavo una breve fuga, un momento di riappacificazione da un tormento interiore fattosi troppo lungo e snervante.

La piazza sotto casa era stranamente affollata: si stava svolgendo uno spettacolo di sbandieratori. L’atmosfera era quella della festa, quella di cui magari,a volte, neppure ci si accorge,quando si è in preda a un incessante rimuginio di pensieri.

Nell’aria si sollevavano, a ritmo del suono dei tamburi, tessuti di ogni foggia e colore:mi sono confusa in quel crogiolo di umanità festante e,mentre ero con il naso all’insù, ho improvvisamente scorto in lontananza un volto amico che stava con il naso all’insù come me.

Un incrocio di sguardi di pochi secondi, a distanza,e senza neppure gesticolare.

Un’intesa intensa, nata da un sorriso schietto e immediato, che è arrivato a illuminarci il volto mentre il cielo si abbandonava, lasciandosi solcare da un tripudio di bandiere svolazzanti, distese, come i lineamenti dei nostri volti, esposti al vento della piazza gremita.

Nel dispiegarci reciprocamente attraverso quei sorrisi, finalmente l’ho sentita scorrermi sul viso, quell’amorevole carezza di una comprensione piena.

E’ arrivata nel frullio della stoffa di una bandiera volata più in alto delle altre, in un punto del cielo in cui il giudizio, l’equivoco e la distorsione non possono arrivare. Dove solo un gesto genuinamente gentile scioglie i volti contratti dall’alterigia e dalla paura di comprendersi.

E’ stato allora che ho capito che davanti a una carezza si resta, non si fugge.


Valeria Frascatore_

Ho 47 anni. Coniugata, due figli. Sono un ex avvocato civilista, da sempre appassionata di scrittura. Sono autodidatta, non avendo mai seguito alcun corso specifico sulla materia. Il mio interesse é assolutamente innato, complici – forse – il piacere per le letture, la curiosità e la particolare proprietà di linguaggio che,sin dall’infanzia, hanno caratterizzato il mio percorso di vita. Ho da poco pubblicato il mio primo romanzo breve dal titolo:Il social-consiglio in outfit da Bianconiglio. Per me è assolutamente terapeutico alimentare la passione per tutto ciò che riguarda il mondo della scrittura. Trovo affascinante l’arte della parola (scritta e parlata) e la considero una chiave di comunicazione fondamentale di cui non bisognerebbe mai perdere di vista il significato, profondo e speciale. Credo fortemente nell’impatto emotivo dello scrivere che mi consente di mettermi in ascolto di me stessa e relazionarmi con gli altri in una modalità che ha davvero un non so che di magico.




Siamo fatti di luce e di ombre.

Foto dell’Autore.

di Valeria Frascatore_

Una voce affatturante mi ha chiamato e ora permea la mia decisione di far ritorno al faro.

L’ho evocata e, dunque, la seguo lungo un sentiero di acciottolato stabile che rende saldo il pensiero come il passo e che, ben presto, mi conduce a una gittata di cemento ingannevole, come quella voce, che, da suadente che era, d’improvviso si fa tenebrosamente perniciosa. L’ultimo tratto è sterrato, sa di dissuasione o comunque di messa alla prova. Non so se il senso sia rotolare a precipizio o muoversi con saggia circospezione, ma l’andatura si fa lenta e pesante,mentre la voce si ode sempre più flebilmente,come un eco disperso dal vento.

Il promontorio è desolatamente vuoto, sferzato dalle procelle della vita, la vegetazione è brulla, arsa dalle mareggiate invernali. Sale che cicatrizza le fenditure della roccia come si fa con le ferite.

E’ quasi l’ora del tramonto: tutto è fermo, come in un ineluttabile frame scorporato.

Mi guardo intorno, alzo gli occhi e la vedo:lassù, eterea e inibente,occupa la sommità del faro.

Era sua la voce quella che mi ha condotto qui.

Gli sguardi si incrociano, sfidanti e selvatici, implacabili scuotono l’inconsistente struttura metallica che vibra maledettamente ad ogni occhiata.

Il faro è dismesso:noi no. Il duello è infuriante e sprigiona elettricità che sembra turbinare in spire nella mia direzione, attraverso i pioli delle scale di accesso alla luce rotante.

Non c’è dialogo, né comunicazione verbale alcuna ma la gestualità è incontrovertibilmente tesa al confronto.

Il Sole rende incandescente il cielo e il suo bagliore, proiettato sulle vetrate del faro, quasi mi acceca. Sospendo i pensieri ma non mi muovo, socchiudo le palpebre, sperando di ritrovarla nella sua posizione originaria, una volta riaperti gli occhi.

Mi guardo intorno e non c’è, non la vedo più, il tramonto incombe e la terra sussulta sotto i miei piedi. Nel silenzio persistente, il mio grido furibondo si libera e mi solleva vorticosamente nell’aria, proiettandomi in cima al faro.

La prospettiva di un gemellaggio celeste esorcizza la condanna alla fosca irrequietudine di una schermaglia terrena che chiede con prepotenza di essere composta.

Ora sono io che invoco il suo nome e, d’un tratto, la ritrovo seduta accanto a me:distoglie lo sguardo…ha l’aria di una viaggiatrice sconnessa ma conserva un tratto flessuosamente regale.

Le nostre menti sono altrove, ma comunicano persino nella solitudine della lanterna spenta di un faro inattivo.

Legami alienanti trovano conforto nell’instabilità di un luogo alienato e infondono reciproca remissività ai nostri sguardi, non più torvi: interrogativi, forse, curiosi ma sereni.

Le tendo la mano ma avverto tensione:ci temiamo e non abbassiamo le difese. Ha il viso stravolto, lo sguardo metallico e gli occhi gonfi di pianto…lo percepisco ma non riesco a sostenerne la vista. Sono visibilmente scossa anch’io.

Quando la scia del Sole tramontato in mare raggiunge lo specchio d’acqua sotto i nostri piedi, con un filo di voce le dico:”Sono venuta a prenderti. Vieni via con me!”.

La osservo con minuziosa attenzione stavolta, si alza in piedi e, quasi fluttuando verso il precipizio sottostante, si volta furtivamente nella mia direzione per poi lasciarsi cadere nel vuoto. La sua corporeità si sparpaglia come polvere dorata ricadendo delicatamente a pelo d’acqua e confondendosi con la scia del tramonto.

Due delfini, assecondando la corrente, la guidano verso un punto di consunzione, impossibile da determinare a vista.

Sul mio viso solcato da lacrime cocenti più del Sole è rimasto impresso il ricordo di quello spazio vuoto, compagno di brevi scambi sulla sommità del faro.

Chi era, Lei?

La vera e sola me o un’altra me?L’abbaglio di un Sole ingannatore o il sogno furtivo di una alleanza nata da una guerra?

Non lo so, ma da quel giorno ho preso il suo posto al faro e attendo, con cieca ostinazione, di poterne udire ancora una volta la voce, di ricongiungermi a lei e di proseguire un dialogo scandito dall’intermittenza della luce rotante attraverso la quale sarebbe bello entrare e uscire dalle vite altrui senza far rumore.

Intermittenti ma presenti, proprio come i fari. In fondo siamo fatti di luce e di ombre. Tutto quello che il futuro riserva, solo il faro può saperlo:resta annoverato tra i suoi più insondabili segreti.


Valeria Frascatore_

Ho 47 anni. Coniugata, due figli. Sono un ex avvocato civilista, da sempre appassionata di scrittura. Sono autodidatta, non avendo mai seguito alcun corso specifico sulla materia. Il mio interesse é assolutamente innato, complici – forse – il piacere per le letture, la curiosità e la particolare proprietà di linguaggio che,sin dall’infanzia, hanno caratterizzato il mio percorso di vita. Ho da poco pubblicato il mio primo romanzo breve dal titolo:Il social-consiglio in outfit da Bianconiglio. Per me è assolutamente terapeutico alimentare la passione per tutto ciò che riguarda il mondo della scrittura. Trovo affascinante l’arte della parola (scritta e parlata) e la considero una chiave di comunicazione fondamentale di cui non bisognerebbe mai perdere di vista il significato, profondo e speciale. Credo fortemente nell’impatto emotivo dello scrivere che mi consente di mettermi in ascolto di me stessa e relazionarmi con gli altri in una modalità che ha davvero un non so che di magico.