Come un delfino

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Abstract


Lo stile a delfino è spesso considerato il più faticoso e tecnicamente complesso del nuoto competitivo, ma nasconde una profondità che va oltre la semplice biomeccanica. Questo articolo esplora il delfino come linguaggio corporeo antico, fondato su un’onda continua che percorre l’intero corpo: dalla testa alle punte dei piedi, senza segmenti che lavorano isolatamente.
Partendo dalla storia evolutiva dello stile (dalla rana alla farfalla) e dalla sua fisica ondulatoria, l’analisi mostra come il delfino richieda non solo forza, ma soprattutto sensibilità e capacità di ascoltare l’acqua.
Il movimento correttamente eseguito nasce dal capo, si propaga lungo la colonna vertebrale e si manifesta come una sinusoide ininterrotta, in cui rigidità e flessibilità, spinta e abbandono, si bilanciano in un’armonia yin–yang dinamica.
Attraverso esercizi immaginativi (come quello della “coda di corda”) e un lavoro specifico sulla fase subacquea, il nuotatore può trasformare il delfino da “stile difficile” a pratica di consapevolezza: un modo per nuotare non contro l’acqua, ma con essa.
In questa ottica, il delfino diventa una metafora di come muoversi nella vita: non opporsi alle correnti, ma accordarvisi, coordinando forza e ascolto, e ritrovando nel gesto acquatico una forma di presenza e integrazione corpo–mente–acqua.

Articolo

Vi siete mai chiesti perché i pesci hanno la pinna caudale in posizione verticale e i mammiferi marini la hanno in posizione orizzontale? A uno sguardo superficiale potrebbe sembrare un dettaglio puramente anatomico, ma in realtà ha molto a che fare con il modo in cui respirano. I pesci oscillano la coda lateralmente in continuità con l’assetto del loro scheletro, ma anche perché questo tipo di propagazione dell’onda facilita il passaggio dell’acqua attraverso le branchie, organizzate sui lati del capo. I mammiferi marini, al contrario, devono emergere per respirare: la loro colonna vertebrale si flette soprattutto sul piano verticale e l’oscillazione su‑giù della pinna caudale è funzionale a un avanzamento che prevede, ciclicamente, il ritorno in superficie per prendere aria. In questo semplice dettaglio anatomico e respiratorio è già scritta, in filigrana, la storia dello stile a delfino: il tentativo, tutto umano, di imitare la potenza fluida ed elegante dei mammiferi marini con un corpo che è nato per camminare, ma che può anche saper nuotare….come un delfino!

Il paradosso del delfino: quando la potenza nasce dall’ascolto


Tra tutti gli stili del nuoto moderno, il delfino è forse quello che inganna di più lo spettatore. Dalla tribuna di una piscina olimpica, appare come pura dimostrazione di forza esplosiva: braccia che emergono e fendono l’acqua simultaneamente, un’onda che attraversa il corpo dalla testa ai piedi, l’esplosione di schiuma ad ogni immersione ed a ogni gambata. Una danza energica, potente che sembra quasi maltrattare l’elemento liquido.


Eppure, chi ha davvero imparato a nuotare a delfino sa che questa lettura è profondamente ingannevole. Dietro quella spettacolarità esteriore si nasconde il più intimo dei dialoghi tra corpo e acqua.

Il delfino non si nuota “contro” l’acqua, né semplicemente “attraverso” l’acqua: si nuota con l’acqua, in una conversazione, quasi una danza, continua fatta di penetrazioni, rilasci, scambi di ruolo, attese in scivolamento e accelerazioni.


La nuotata a delfino funziona solo quando il nuotatore comprende che il suo corpo deve rimanere flessibile, continuo, capace di modificare la propria forma in sincronia perfetta con i flussi che genera e subisce.

Un’ondulazione troppo “progettata”, articolata, meccanica, spezzata; un colpo di gambe anticipato o ritardato – anche solo di una frazione di secondo – una trazione di braccia che non coglie il momento giusto: e l’intero movimento collassa, perde la coordinazione, l’eleganza, la traiettoria sinusoidale, trasformandosi in fatica goffa, pesante e inefficace.

Il delfino perdona poco o niente, perché richiede qualcosa che va oltre la tecnica – richiede sensibilità, la capacità di sentire l’acqua e di risponderle con un corpo che “sa” quando farsi concavo o convesso; quando rimanere rigido e quando flessibile; quando tirare, o spingere, e quando scivolare, in profondità o tornando in superficie.

Dalla rana alla farfalla: un’evoluzione “anfibia”

Per capire la storia del delfino bisogna tornare alla rana (link articolo)

https://www.ocean4future.org/savetheocean/archives/62955

madre di tutti gli stili moderni.

Per secoli, la nuotata di riferimento è quella “anfibia”: testa fuori, bracciata poco incisiva, gambe protagoniste assolute, come raccontavano i manuali ottocenteschi che vedevano nella rana lo stile più naturale, elegante ed efficace. Gli inglesi, che per primi codificarono una didattica sistematica del nuoto, guardavano alla rana come a un modello quasi intoccabile, imitato osservando le vere rane dentro tinozze a bordo vasca, per copiare la caratteristica azione “a elica” delle zampe. Lo stile era ancora profondamente terrestre: al corpo veniva chiesto soprattutto di non affondare e di mantenere il “portamento” più che di dialogare con l’acqua.

E nella rana “signorile”, quella da “nuotatina”, il portamento  effettivamente, è manifesto: testa sempre fuori dall’acqua, gambata seguita da una breve scivolata con le braccia in avanti, seguita da una bracciata subacquea in sola fase di trazione con richiamo dei gomiti e unione delle mani davanti al petto…e proprio qui, nella fase chiamata di “recupero” cominciano i problemi! Perché, a quel punto, per preparare la fase propulsiva della trazione, si è costretti  necessariamente a compiere una azione frenante. La massa d’acqua che si sposta in avanti quando allunghiamo le braccia, infatti, ci “restituisce il favore” spingendoci indietro, inesorabilmente, secondo la legge di Newton.

È proprio in questo contesto che, tra le due guerre mondiali, cominciano a comparire nuotatori che, partendo dalla rana, proprio per evitare il “rimbalzo” all’indietro,  sperimentano un recupero delle braccia fuori dall’acqua. Le gambe rimangono a rana, ma le braccia iniziano a disegnare un arco potente in avanti, staccandosi dalla superficie come le ali di una creatura che tenta un decollo. Nella finale dei 200 metri rana alle Olimpiadi di Berlino del 1936, questo nuovo movimento — che inizialmente rimane formalmente “rana” — appare in maniera clamorosa e inaugura, di fatto, la stagione dello stile “a farfalla”

La nascita del delfino come stile autonomo comincia da lì… Ma, all’inizio, farfalla e rana coesistono in una sorta di zona grigia regolamentare: le braccia volano fuori dall’acqua, ma le gambe rimangono a rana.

È una nuotata potentissima, ma anche poco naturale e molto dispendiosa: la simultaneità di una azione delle braccia così propulsiva con una gambata molto divaricata e quindi poco idrodinamica, crea una sorta di conflitto interno nel gesto: come, in automobile, poter disporre di un motore di grossa cilindrata, ma con il freno a mano sempre tirato.

Quando le federazioni internazionali stabiliscono la distinzione formale tra rana e farfalla, e quest’ultima evolve definitivamente nel delfino come oggi lo intendiamo, la “firma” dello stile non è più soltanto nella bracciata simmetrica ma nel modo in cui il corpo intero si organizza in un movimento ondulatorio.

Vero è, d’altra parte, che lo stile a rana è l’unico tra i quattro “olimpici” dove propulsione delle gambe ha una importanza pari a quella delle braccia; negli altri (crawl, dorso e appunto delfino) la percentuale del contributo degli arti superiori è nettamente superiore: ma nel caso della ibrida “farfalla”, con una maggiore velocità comunque assicurata dalla bracciata, la spinta degli arti inferiori a rana diventa irrilevante… al contrario, l’attrito resistente dovuto all’apertura delle gambe risulta invece determinante, ma in senso negativo: di fatto è un piccolo paracadute frenante.

Per alcuni anni, intorno agli anni trenta del secolo scorso, si sperimenta, si prova, ci si adatta; allenatori e nuotatori cercano una coordinazione più fluida, meno  “strappata”, di assumere una forma sempre più scorrevole e meno resistente all’avanzamento.

Probabilmente, qualcuno di questi pionieri deve aver compreso, forse incosciamente,  la necessità di abbandonare del tutto l’eredità “anfibia” e di ispirarsi direttamente ai cetacei, alla loro forma idrodinamica e alla loro ondulazione dorso ventrale.

La svolta arriva quando la gambata a rana viene progressivamente prima annullata (semplicemente “lasciando andare” le gambe unite) e poi sostituita da una sorta di frustata,  un colpo di coda elastico,  che,  assecondando  naturalmente  la curvatura della spina dorsale, parte dal bacino, attraversa le cosce e si concentra nelle caviglie, evocando più la coda di un mammifero marino che le zampe di un anfibio.

E’ davvero una “questione di feeling” …con l’acqua (esterocezione) e con se stessi (propriocezione).  Ma non basta il feeling. È anche una questione di timing. Come nelle arti marziali più raffinate, come il Judo e il jujitsu, per sfruttare a proprio vantaggio l’energia dell’avversario non basta il movimento giusto, se non viene applicato al momento giusto. Con un vantaggio aggiuntivo non da poco: L’acqua, se la si conosce bene, smette di essere un avversario e si trasforma nel più affidabile dei partner…quello che ti fornisce sempre la risposta attesa, quella giusta e che non tradisce mai. Trasparente, in tutti i sensi.

L’onda del corpo comincia così a diventare protagonista. In parallelo, la subacquea dopo la partenza e le virate si allunga sempre di più, fino a trasformarsi nella vera frontiera dello stile: là dove la regolamentazione pone un limite di metri, gli atleti e i tecnici vedono un laboratorio di sperimentazione sul rapporto tra forma del corpo, resistenza dell’acqua e continuità dell’onda.

La nuotata diventa un gesto che comincia nel capo, non nelle estremità.

L’onda nel corpo: imparare a “dimenticarsi” delle articolazioni

Se si osserva un delfino in mare aperto, colpisce il fatto che non si vedono segmenti che lavorano separatamente: ciò che si percepisce è una continuità, un’unica curva che si flette e si distende.

Per un nuotatore umano il passaggio fondamentale, dal punto di vista della consapevolezza, è esattamente questo: smettere di pensare il corpo come un assemblaggio di segmenti rigidi — spalle, gomiti, anche, ginocchia — e cominciare a sentirsi come una canna flessibile, elastica, senza spigolosità.

Nelle prime fasi didattiche del delfino è utile quasi “dimenticare” la tecnica nel senso tradizionale del termine, e concentrarsi invece sulle sensazioni di continuità: non braccia che tirano, tronco che si piega e gambe che spingono, ma un’onda che nasce nella posizione del capo, si propaga alla colonna, arriva al bacino e termina nei nei piedi. Più il nuotatore abbandona l’idea di comandare pezzi di corpo separati e più l’acqua restituisce una risposta morbida e coerente. Il compito della didattica, in questo, non è tanto introdurre geometrie articolari, quanto guidare l’esperienza di una forma che cambia senza spezzarsi mai.

L’elemento chiave è il capo, che nel delfino lento di apprendimento non è un blocco rigido ma il timone sensibile dell’onda. Una minima inclinazione in avanti favorisce l’inizio della discesa, una leggera risalita prepara il ritorno verso la superficie. Il resto del corpo segue, con un ritardo fluido, come la coda di una canna scossa delicatamente dal vento: non si tratta di “costruire” l’ondulazione, ma di lasciarla accadere, evitando di bloccare o spezzare il movimento con irrigidimenti inutili.

La fase subacquea: il cuore silenzioso dello stile

La fase subacquea del delfino è il suo cuore, non solo in senso tecnico ma anche percettivo. Lontano dalla superficie, senza il rumore del respiro né la frammentazione visiva del bordo vasca, il nuotatore può percepire con maggiore chiarezza la continuità tra ciò che il corpo fa e ciò che l’acqua restituisce. Negli esercizi propedeutici al delfino lento di apprendimento, ogni ciclo subacqueo può essere vissuto come una piccola immersione meditativa: scivolamento, piccola discesa dell’onda, frustata morbida dei piedi, ritorno in superficie.

In questa fase, tronco e gambe seguono naturalmente le convessità e le concavità della parte anteriore del corpo. Il petto che scende crea una curva concava davanti e una convessità lungo la schiena; quando il petto risale, le polarità si invertono. L’acqua reagisce continuamente a questi cambiamenti di forma,  favorendo la discesa del corpo o sostenendone la riemersione. L’abilità del nuotatore sta nel non opporsi a queste sollecitazioni, ma nel lasciarsi guidare: più il corpo diventa simile a un tubo flessibile, meno l’onda si disperde in turbolenze e resistenze inutili.Da questa prospettiva, la tecnica non è un insieme di punti da controllare, ma una grammatica di trasformazioni di forma. L’attenzione si sposta dal “cosa devo muovere adesso” al “che curva sto disegnando nel mio corpo e nell’acqua in questo momento”. È un cambiamento di sguardo sottile, ma decisivo, che apre la strada a una nuotata più economica, più armoniosa e, soprattutto, più consapevole.

L’armonia yin‑yang del delfino

È nella fase lenta dell’apprendimento del delfino, quando si comincia a esplorare l’ondulazione scivolata, che la nuotata rivela forse più chiaramente la sua natura yin‑yang. La testa guida, le braccia accompagnano, e il resto del corpo “ascolta” la risposta dell’acqua. Nella fase subacquea, il cuore dello stile, il tronco e le gambe non forzano la direzione, ma si lasciano modellare dalle convessità e concavità della parte anteriore del corpo, adattandosi alla reazione del fluido, che a sua volta si riorganizza intorno a ogni minima variazione di forma.Quando le mani e le braccia scendono a cuneo, la porzione anteriore del corpo è, per così dire, yang: attiva, penetrante; l’acqua, in quel momento, è yin, si lascia attraversare e accogliere. Ma lungo la colonna vertebrale, nello stesso istante, l’intensità di yang si attenua progressivamente, fino a diventare yin nella punta dei piedi, che si fanno riportare verso l’alto dall’acqua divenuta yang, sostenente. Raggiunta la massima profondità, all’istante infinitesimo in cui comincia la risalita, i ruoli si invertono: le mani e le braccia tornano yin, si lasciano condurre verso la superficie dall’acqua yang, mentre la colonna si organizza di nuovo, si fa via via più compatta, fino a concentrarsi in uno yang deciso nei piedi che spingono verso il basso un’acqua tornata yin.In questa alternanza continua, senza strappi, tra attivo e ricettivo, tra spinta e abbandono, il delfino smette di essere solo uno stile regolamentato e diventa una pratica di consapevolezza. Il nuotatore che riesce a “dimenticare” le proprie articolazioni, a non pensarsi più come un insieme di segmenti rigidi ma come una canna flessibile che trasmette l’onda dall’estremità del capo alla punta dei piedi, scopre che ogni gesto efficace in acqua nasce dall’equilibrio dinamico di opposti che non si annullano, ma si generano a vicenda. In quell’istante, la pinna caudale orizzontale dei mammiferi marini non è più solo un dato anatomico: diventa la metafora vivente di un modo diverso di abitare l’acqua, e forse anche se stessi.

Se si osserva un delfino in mare aperto, colpisce il fatto che non si vedono segmenti che lavorano separatamente: ciò che si percepisce è una continuità, un’unica curva che si flette e si distende. Per un nuotatore umano il passaggio fondamentale, dal punto di vista della consapevolezza, è esattamente questo: smettere di pensare il corpo come un assemblaggio di segmenti rigidi — spalle, gomiti, anche, ginocchia — e cominciare a sentirsi come una canna flessibile, elastica, senza spigolosità.

Nelle prime fasi didattiche del delfino è utile quasi “dimenticare” la tecnica nel senso tradizionale del termine, e concentrarsi invece sulle sensazioni di continuità: la sinusoide non nasce davvero nel tronco, ma molto più avanti, dall’estensione delle braccia e dalla posizione del capo. Sono le mani, le braccia distese e la nuca a disegnare la prima curva, e tutto il resto del corpo la segue con un ritardo fluido. A livelli di sensibilità più fini, è persino possibile percepire che l’onda può essere guidata dalle dita: una variazione impercettibile dell’angolo di una mano — o addirittura di un solo dito — è sufficiente a modificare la direzione e la qualità dell’ondulazione che poi percorre la colonna fino ai piedi.

Una coda di corda

Scena realmente accaduta nei primi anni Ottanta, piscina pensile del Foro Italico, Roma. È in corso un esperimento didattico “piagetiano‑montessoriano” che coinvolge un piccolo gruppo di bambini di sette anni, al loro primo vero incontro sistematico con l’acqua. Nel secondo semestre, dopo una fase di ambientamento “allungata, allargata, approfondita”, come veniva definita allora, il lavoro in vasca si trasferisce per qualche minuto sul bordo, durante un breve momento di confronto collettivo in accappatoio.

La domanda è semplice solo in apparenza: “Perché, secondo voi, l’ondulazione comincia dalle mani e dalla testa e non dalle gambe?”. Il silenzio che segue non è di imbarazzo, ma di concentrazione. Poi Chiara (di nome e di fatto) prende la parola e offre una risposta che non ha bisogno di essere corretta, solo custodita: “Perché quando giochiamo con la corda e voglio disegnare nell’aria un serpente, devo prenderla per un capo; se la prendo a metà, non funziona”.

In quella immagine infantile c’è, in nuce, tutta la logica profonda del delfino: l’onda nasce dove il corpo incontra per primo l’acqua, alle estremità più distanti e sensibili, e solo se la “corda” del corpo rimane continua e flessibile l’ondulazione può viaggiare senza spezzarsi fino ai piedi. È la stessa intuizione che guida il nuotatore adulto quando impara a sentire il proprio corpo non più come un assemblaggio di segmenti rigidi, ma come una frusta elastica che trasmette, dall’estremità delle dita alla punta delle dita dei piedi, il passaggio di un’unica, ininterrotta sinusoide.

Foto di apertura: Alfredo Dorata, 1980. Circolo Tennis Belle Arti, Roma. Un giovane istruttore chiede a un amico di fotografarlo nell’istante esatto in cui la testa entra in acqua prima delle mani. Voleva vedere da fuori ciò che sentiva da dentro. Tempismo,  luce e pellicola hanno fatto il resto — e un cappuccino inavvertitamente rovesciato sulla stampa, ha aggiunto un tocco di bokeh.

Versione corretta






COME UN DELFINO
(versione identica ma corretta)

Abstract

Lo stile a delfino è spesso considerato il più faticoso e tecnicamente complesso del nuoto competitivo, ma nasconde una profondità che va oltre la semplice biomeccanica. Questo articolo esplora il delfino come linguaggio corporeo antico, fondato su un’onda continua che percorre l’intero corpo: dalla testa alle punte dei piedi, senza segmenti che lavorano isolatamente. 
Partendo dalla storia evolutiva dello stile (dalla rana alla farfalla) e dalla sua fisica ondulatoria, l’analisi mostra come il delfino richieda non solo forza, ma soprattutto sensibilità e capacità di ascoltare l’acqua. 
Il movimento correttamente eseguito nasce dal capo, si propaga lungo la colonna vertebrale e si manifesta come una sinusoide ininterrotta, in cui rigidità e flessibilità, spinta e abbandono si bilanciano in un’armonia yin–yang dinamica. 
Attraverso esercizi immaginativi (come quello della “coda di corda”) e un lavoro specifico sulla fase subacquea, il nuotatore può trasformare il delfino da “stile difficile” a pratica di consapevolezza: un modo per nuotare non contro l’acqua, ma con essa. 
In questa ottica, il delfino diventa una metafora di come muoversi nella vita: non opporsi alle correnti, ma accordarvisi, coordinando forza e ascolto, e ritrovando nel gesto acquatico una forma di presenza e integrazione corpo–mente–acqua.



Articolo

Vi siete mai chiesti perché i pesci hanno la pinna caudale in posizione verticale e i mammiferi marini l’hanno in posizione orizzontale? A uno sguardo superficiale potrebbe sembrare un dettaglio puramente anatomico, ma in realtà ha molto a che fare con il modo in cui respirano. I pesci oscillano la coda lateralmente in continuità con l’assetto del loro scheletro, ma anche perché questo tipo di propagazione dell’onda facilita il passaggio dell’acqua attraverso le branchie, organizzate sui lati del capo. I mammiferi marini, al contrario, devono emergere per respirare: la loro colonna vertebrale si flette soprattutto sul piano verticale e l’oscillazione su‑giù della pinna caudale è funzionale a un avanzamento che prevede, ciclicamente, il ritorno in superficie per prendere aria. 
In questo semplice dettaglio anatomico e respiratorio è già scritta, in filigrana, la storia dello stile a delfino: il tentativo, tutto umano, di imitare la potenza fluida ed elegante dei mammiferi marini con un corpo che è nato per camminare, ma che può anche saper nuotare… come un delfino!



Il paradosso del delfino: quando la potenza nasce dall’ascolto

Tra tutti gli stili del nuoto moderno, il delfino è forse quello che inganna di più lo spettatore. Dalla tribuna di una piscina olimpica appare come pura dimostrazione di forza esplosiva: braccia che emergono e fendono l’acqua simultaneamente, un’onda che attraversa il corpo dalla testa ai piedi, l’esplosione di schiuma a ogni immersione e a ogni gambata. Una danza energica e potente, che sembra quasi maltrattare l’elemento liquido.

Eppure, chi ha davvero imparato a nuotare a delfino sa che questa lettura è profondamente ingannevole. Dietro quella spettacolarità esteriore si nasconde il più intimo dei dialoghi tra corpo e acqua.

Il delfino non si nuota “contro” l’acqua, né semplicemente “attraverso” l’acqua: si nuota con l’acqua, in una conversazione, quasi una danza, continua fatta di penetrazioni, rilasci, scambi di ruolo, attese in scivolamento e accelerazioni.

La nuotata a delfino funziona solo quando il nuotatore comprende che il suo corpo deve rimanere flessibile, continuo, capace di modificare la propria forma in sincronia perfetta con i flussi che genera e subisce.

Un’ondulazione troppo progettata, articolata, meccanica, spezzata; un colpo di gambe anticipato o ritardato – anche solo di una frazione di secondo – una trazione di braccia che non coglie il momento giusto: e l’intero movimento collassa, perde la coordinazione, l’eleganza, la traiettoria sinusoidale, trasformandosi in fatica goffa, pesante e inefficace.

Il delfino perdona poco o niente, perché richiede qualcosa che va oltre la tecnica: richiede sensibilità, la capacità di sentire l’acqua e di risponderle con un corpo che “sa” quando farsi concavo o convesso; quando rimanere rigido e quando flessibile; quando tirare o spingere, e quando scivolare, in profondità o tornando in superficie.



Dalla rana alla farfalla: un’evoluzione “anfibia”

Per capire la storia del delfino bisogna tornare alla rana, madre di tutti gli stili moderni.

Per secoli, la nuotata di riferimento è quella “anfibia”: testa fuori, bracciata poco incisiva, gambe protagoniste assolute, come raccontavano i manuali ottocenteschi che vedevano nella rana lo stile più naturale, elegante ed efficace. Gli inglesi, che per primi codificarono una didattica sistematica del nuoto, guardavano alla rana come a un modello quasi intoccabile, imitato osservando le vere rane dentro tinozze a bordo vasca, per copiare la caratteristica azione “a elica” delle zampe. Lo stile era ancora profondamente terrestre: al corpo veniva chiesto soprattutto di non affondare e di mantenere il “portamento” più che di dialogare con l’acqua.

E nella rana “signorile”, quella da “nuotatina”, il portamento è effettivamente manifesto: testa sempre fuori dall’acqua, gambata seguita da una breve scivolata con le braccia in avanti, seguita da una bracciata subacquea in sola fase di trazione con richiamo dei gomiti e unione delle mani davanti al petto… e proprio qui, nella fase chiamata di “recupero”, cominciano i problemi! Perché, a quel punto, per preparare la fase propulsiva della trazione, si è costretti necessariamente a compiere un’azione frenante. La massa d’acqua che si sposta in avanti quando allunghiamo le braccia, infatti, ci “restituisce il favore” spingendoci indietro, inesorabilmente, secondo la legge di Newton.

È proprio in questo contesto che, tra le due guerre mondiali, cominciano a comparire nuotatori che, partendo dalla rana, proprio per evitare il “rimbalzo” all’indietro, sperimentano un recupero delle braccia fuori dall’acqua. Le gambe rimangono a rana, ma le braccia iniziano a disegnare un arco potente in avanti, staccandosi dalla superficie come le ali di una creatura che tenta un decollo. Nella finale dei 200 metri rana alle Olimpiadi di Berlino del 1936, questo nuovo movimento — che inizialmente rimane formalmente “rana” — appare in maniera clamorosa e inaugura, di fatto, la stagione dello stile “a farfalla”.

La nascita del delfino come stile autonomo comincia da lì… Ma, all’inizio, farfalla e rana coesistono in una sorta di zona grigia regolamentare: le braccia volano fuori dall’acqua, ma le gambe rimangono a rana.

È una nuotata potentissima, ma anche poco naturale e molto dispendiosa: la simultaneità di un’azione delle braccia così propulsiva con una gambata molto divaricata e quindi poco idrodinamica crea una sorta di conflitto interno nel gesto: come, in automobile, poter disporre di un motore di grossa cilindrata ma con il freno a mano sempre tirato.

Quando le federazioni internazionali stabiliscono la distinzione formale tra rana e farfalla, e quest’ultima evolve definitivamente nel delfino come oggi lo intendiamo, la “firma” dello stile non è più soltanto nella bracciata simmetrica ma nel modo in cui il corpo intero si organizza in un movimento ondulatorio.

Vero è, d’altra parte, che lo stile a rana è l’unico tra i quattro “olimpici” dove la propulsione delle gambe ha un’importanza pari a quella delle braccia; negli altri (crawl, dorso e appunto delfino) la percentuale del contributo degli arti superiori è nettamente superiore. Ma nel caso della ibrida “farfalla”, con una maggiore velocità comunque assicurata dalla bracciata, la spinta degli arti inferiori a rana diventa irrilevante… al contrario, l’attrito resistente dovuto all’apertura delle gambe risulta invece determinante, ma in senso negativo: di fatto è un piccolo paracadute frenante.

Per alcuni anni, intorno agli anni Trenta del secolo scorso, si sperimenta, si prova, ci si adatta; allenatori e nuotatori cercano una coordinazione più fluida, meno “strappata”, di assumere una forma sempre più scorrevole e meno resistente all’avanzamento.

Probabilmente, qualcuno di questi pionieri deve aver compreso, forse inconsciamente, la necessità di abbandonare del tutto l’eredità “anfibia” e di ispirarsi direttamente ai cetacei, alla loro forma idrodinamica e alla loro ondulazione dorso‑ventrale.

La svolta arriva quando la gambata a rana viene progressivamente annullata (lasciando semplicemente andare le gambe unite) e poi sostituita da una sorta di frustata, un colpo di coda elastico che, assecondando naturalmente la curvatura della spina dorsale, parte dal bacino, attraversa le cosce e si concentra nelle caviglie, evocando più la coda di un mammifero marino che le zampe di un anfibio.

È davvero una questione di feeling… con l’acqua (esterocezione) e con se stessi (propriocezione). Ma non basta il feeling. È anche una questione di timing. Come nelle arti marziali più raffinate, come il judo e il jujitsu, per sfruttare a proprio vantaggio l’energia dell’avversario non basta il movimento giusto, se non viene applicato al momento giusto. Con un vantaggio aggiuntivo non da poco: l’acqua, se la si conosce bene, smette di essere un avversario e si trasforma nel più affidabile dei partner… quello che ti fornisce sempre la risposta attesa, quella giusta e che non tradisce mai. Trasparente, in tutti i sensi.

L’onda del corpo comincia così a diventare protagonista. In parallelo, la subacquea dopo la partenza e le virate si allunga sempre di più, fino a trasformarsi nella vera frontiera dello stile: là dove la regolamentazione pone un limite di metri, gli atleti e i tecnici vedono un laboratorio di sperimentazione sul rapporto tra forma del corpo, resistenza dell’acqua e continuità dell’onda.

La nuotata diventa un gesto che comincia nel capo, non nelle estremità.



L’onda nel corpo: imparare a “dimenticarsi” delle articolazioni

Se si osserva un delfino in mare aperto, colpisce il fatto che non si vedono segmenti che lavorano separatamente: ciò che si percepisce è una continuità, un’unica curva che si flette e si distende.

Per un nuotatore umano il passaggio fondamentale, dal punto di vista della consapevolezza, è esattamente questo: smettere di pensare il corpo come un assemblaggio di segmenti rigidi — spalle, gomiti, anche, ginocchia — e cominciare a sentirsi come una canna flessibile, elastica, senza spigolosità.

Nelle prime fasi didattiche del delfino è utile quasi “dimenticare” la tecnica nel senso tradizionale del termine, e concentrarsi invece sulle sensazioni di continuità: non braccia che tirano, tronco che si piega e gambe che spingono, ma un’onda che nasce nella posizione del capo, si propaga alla colonna, arriva al bacino e termina nei piedi. Più il nuotatore abbandona l’idea di comandare pezzi di corpo separati e più l’acqua restituisce una risposta morbida e coerente. Il compito della didattica, in questo, non è tanto introdurre geometrie articolari, quanto guidare l’esperienza di una forma che cambia senza spezzarsi mai.

L’elemento chiave è il capo, che nel delfino lento di apprendimento non è un blocco rigido ma il timone sensibile dell’onda. Una minima inclinazione in avanti favorisce l’inizio della discesa, una leggera risalita prepara il ritorno verso la superficie. Il resto del corpo segue, con un ritardo fluido, come la coda di una canna scossa delicatamente dal vento: non si tratta di “costruire” l’ondulazione, ma di lasciarla accadere, evitando di bloccare o spezzare il movimento con irrigidimenti inutili.



La fase subacquea: il cuore silenzioso dello stile

La fase subacquea del delfino è il suo cuore, non solo in senso tecnico ma anche percettivo. Lontano dalla superficie, senza il rumore del respiro né la frammentazione visiva del bordo vasca, il nuotatore può percepire con maggiore chiarezza la continuità tra ciò che il corpo fa e ciò che l’acqua restituisce. Negli esercizi propedeutici al delfino lento di apprendimento, ogni ciclo subacqueo può essere vissuto come una piccola immersione meditativa: scivolamento, piccola discesa dell’onda, frustata morbida dei piedi, ritorno in superficie.

In questa fase, tronco e gambe seguono naturalmente le convessità e le concavità della parte anteriore del corpo. Il petto che scende crea una curva concava davanti e una convessità lungo la schiena; quando il petto risale, le polarità si invertono. L’acqua reagisce continuamente a questi cambiamenti di forma, favorendo la discesa del corpo o sostenendone la riemersione. L’abilità del nuotatore sta nel non opporsi a queste sollecitazioni, ma nel lasciarsi guidare: più il corpo diventa simile a un tubo flessibile, meno l’onda si disperde in turbolenze e resistenze inutili.

Da questa prospettiva, la tecnica non è un insieme di punti da controllare, ma una grammatica di trasformazioni di forma. L’attenzione si sposta dal “cosa devo muovere adesso” al “che curva sto disegnando nel mio corpo e nell’acqua in questo momento”. È un cambiamento di sguardo sottile, ma decisivo, che apre la strada a una nuotata più economica, più armoniosa e, soprattutto, più consapevole.



L’armonia yin‑yang del delfino

È nella fase lenta dell’apprendimento del delfino, quando si comincia a esplorare l’ondulazione scivolata, che la nuotata rivela forse più chiaramente la sua natura yin‑yang. La testa guida, le braccia accompagnano, e il resto del corpo “ascolta” la risposta dell’acqua.

Nella fase subacquea, il cuore dello stile, il tronco e le gambe non forzano la direzione, ma si lasciano modellare dalle convessità e concavità della parte anteriore del corpo, adattandosi alla reazione del fluido, che a sua volta si riorganizza intorno a ogni minima variazione di forma.

Quando le mani e le braccia scendono a cuneo, la porzione anteriore del corpo è, per così dire, yang: attiva, penetrante; l’acqua, in quel momento, è yin, si lascia attraversare e accogliere. Ma lungo la colonna vertebrale, nello stesso istante, l’intensità di yang si attenua progressivamente, fino a diventare yin nella punta dei piedi, che si fanno riportare verso l’alto dall’acqua divenuta yang, sostenente.

Raggiunta la massima profondità, all’istante infinitesimo in cui comincia la risalita, i ruoli si invertono: le mani e le braccia tornano yin, si lasciano condurre verso la superficie dall’acqua yang, mentre la colonna si organizza di nuovo, si fa via via più compatta, fino a concentrarsi in uno yang deciso nei piedi che spingono verso il basso un’acqua tornata yin.

In questa alternanza continua, senza strappi, tra attivo e ricettivo, tra spinta e abbandono, il delfino smette di essere solo uno stile regolamentato e diventa una pratica di consapevolezza.




Il nuotatore che riesce a “dimenticare” le proprie articolazioni, a non pensarsi più come un insieme di segmenti rigidi ma come una canna flessibile che trasmette l’onda dall’estremità del capo alla punta dei piedi, scopre che ogni gesto efficace in acqua nasce dall’equilibrio dinamico di opposti che non si annullano, ma si generano a vicenda. In quell’istante, la pinna caudale orizzontale dei mammiferi marini non è più solo un dato anatomico: diventa la metafora vivente di un modo diverso di abitare l’acqua, e forse anche se stessi.



Una coda di corda

Scena realmente accaduta nei primi anni Ottanta, piscina pensile del Foro Italico, Roma. È in corso un esperimento didattico “piagetiano‑montessoriano” che coinvolge un piccolo gruppo di bambini di sette anni, al loro primo vero incontro sistematico con l’acqua. Nel secondo semestre, dopo una fase di ambientamento “allungata, allargata, approfondita”, come veniva definita allora, il lavoro in vasca si trasferisce per qualche minuto sul bordo, durante un breve momento di confronto collettivo in accappatoio.

La domanda è semplice solo in apparenza: «Perché, secondo voi, l’ondulazione comincia dalle mani e dalla testa e non dalle gambe?». Il silenzio che segue non è di imbarazzo, ma di concentrazione. Poi Chiara (di nome e di fatto) prende la parola e offre una risposta che non ha bisogno di essere corretta, solo custodita: «Perché quando giochiamo con la corda e voglio disegnare nell’aria un serpente, devo prenderla per un capo; se la prendo a metà, non funziona».

In quell’immagine infantile c’è, in nuce, tutta la logica profonda del delfino: l’onda nasce dove il corpo incontra per primo l’acqua, alle estremità più distanti e sensibili, e solo se la “corda” del corpo rimane continua e flessibile l’ondulazione può viaggiare senza spezzarsi fino ai piedi. È la stessa intuizione che guida il nuotatore adulto quando impara a sentire il proprio corpo non più come un assemblaggio di segmenti rigidi, ma come una frusta elastica che trasmette, dall’estremità delle dita alla punta delle dita dei piedi, il passaggio di un’unica, ininterrotta sinusoide.


Foto di apertura: Alfredo Dorata, 1980. Circolo Tennis Belle Arti, Roma. Un giovane istruttore chiede a un amico di fotografarlo nell’istante esatto in cui la testa entra in acqua prima delle mani. Voleva vedere da fuori ciò che sentiva da dentro. Tempismo, luce e pellicola hanno fatto il resto — e un cappuccino inavvertitamente rovesciato sulla stampa ha aggiunto un tocco di bokeh.

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