Il dorso: storia, tecnica e filosofia di uno stile “di confine”
Prima di diventare uno stile agonistico, il dorso è stato per secoli la tecnica di sopravvivenza per eccellenza: chi si trovava in difficoltà in mare aperto, lontano dalla riva, sapeva che rovesciarsi supino significava guadagnare energie e tempo preziosi — vie respiratorie libere, minor affaticamento, la possibilità di orientarsi utilizzando il senso della vista invece di annaspare verso un orizzonte confuso. È da questa origine marina, più che sportiva, che vale la pena ripartire per raccontare la storia di questo stile natatorio “di confine“
Le origini: il “dorso a rana” come nuoto di salvamento
Nuotare sul dorso era, quindi, una attività utilitaristica. Rappresentava il modo più antico, naturale e istintivo per spostarsi in acqua o per riposare in galleggiamento supino, mantenendo le vie respiratorie libere, la possibiltà di poter comunicare a voce e conservare il contatto visivo con la riva, con le imbarcazioni o con l’orizzonte..
L’idea del nuoto come “salvavita” nel mondo occidentale, almeno da Virgilio in poi (basti pensare ai celebri versi dell’Eneide: “Rari nantes in gurgite vasto”), è rimasta viva nei secoli, fino ad arrivare al Rinascimento e alla pubblicazione del Colymbetes, il primo trattato moderno dedicato al nuoto.
Il primo trattato: Colymbetes, di Nicolaus Wynman, 1538
Il Colymbetes, sive de arte natandi, dialogus et festivus et iucundus lectu è stato scritto dall’umanista tedesco Nicolaus Wynman e pubblicato ad Augusta nel 1538. Il testo descrive in forma di dialogo le tecniche natatorie dell’epoca. Fino allora, il nuoto era spesso visto quasi con sospetto e comunque legato unicamente alla sopravvivenza. Il lavoro di Wynman ha contribuito a rivalutare l’attività natatoria anche come disciplina educativa, salutare e ricreativa.

Il libro (il cui titolo latino si traduce come “Il nuotatore, o l’arte del nuoto: un dialogo tanto festoso quanto piacevole da leggere”) è considerato una pietra miliare nella letteratura sportiva e acquatica.
L’opera è strutturata come un dialogo vivace tra due personaggi, Erotes e Colymbetes, che discutono i benefici fisici e morali del nuoto, quindi andando oltre il mero aspetto della sicurezza. Contiene le prime descrizioni pratiche per muoversi in acqua, ma non contiene illustrazioni o disegni tecnici al suo interno. Si tratta di un lavoro interamente testuale, composto da un fitto dialogo in caratteri tipografici dell’epoca (fraktur e caratteri latini).
Quando si parla del dorso, Nicolaus Wynman affronta il tema del galleggiamento e del movimento in posizione supina, descrivendo la tecnica di galleggiare e muoversi sulla schiena muovendo leggermente le mani sotto il pelo dell’acqua (una prima forma di “sculling”). Wyman, facendo parlare uno dei suoi personaggi – il Maestro Pampirus – ne sottolinea soprattutto l’aspetto tanto naturale quanto “spettacolare”, riportando a tal fine il curioso aneddoto del “finto morto” sul Danubio. Per spiegare quanto sia naturale il galleggiamento statico sul dorso, Pampirus racconta una sua divertente esperienza personale ambientata a Vienna:
- Racconta che amava tuffarsi nel fiume Danubio (e nel suo affluente Wienfluss) lasciandosi semplicemente trasportare dalla corrente in posizione supina.
- Poiché era completamente rilassato e manteneva solo il viso fuori dall’acqua, alcune lavandaie radunate sulla riva lo scorsero immobile sulla superfice del fiume.
- Convinte che si trattasse di un cadavere che galleggiava, le donne iniziarono a urlare disperate chiedendo aiuto per recuperare il corpo.
- Sentendo le grida, Pampirus fu colto da una tale crisi di risate che fece fatica a ricomporsi per non rovinare l’illusione e continuare lo scherzo.
Le prime illustrazioni: De Arte Natandi di Everard Digby, 1587
Le prime immagini storiche famose sul nuoto provengono invece dal trattato inglese De Arte Natandi di Everard Digby (pubblicato cinquant’anni dopo, nel 1587), che include xilografie dimostrative dei diversi stili.
In questo trattato, la nuotata supina veniva ampiamente consigliata, ma con una tecnica lontana da quella odierna
Le braccia eseguivano una trazione‑spinta simultanea sott’acqua, lungo i fianchi, mentre le gambe si muovevano con una spinta a forbice o con un calcio a rana. Era, a tutti gli effetti, una rana rovesciata.

N. Id qui sit? G. Ventre sinates, simul contrahens pedes, & contractos contrario modo ejiciens, poné etiam expansis manibus, aquas atrahe retocidens ac una supinus natans. Sic.
Che cos’è questo? — Sul ventre ti lasci andare, mentre insieme ritrai i piedi e, ritratti, li spingi in avanti nel modo opposto; allo stesso modo, con le braccia distese, richiami l’acqua all’indietro e, supino, nuoti. Così.


Il debutto olimpico, 1900 e il crawl capovolto di Hebner, 1912
Il debutto olimpico e la svolta del crawl capovolto (1900-1912)
Il dorso agonistico fece il suo esordio ai Giochi Olimpici di Parigi del 1900, sulla distanza dei 200 metri. Anche in quel contesto, la quasi totalità degli atleti utilizzava ancora la vecchia tecnica della rana invertita.
La rivoluzione arrivò nel 1912, ai Giochi di Stoccolma, grazie allo statunitense Harry Hebner. Hebner intuì che per aumentare la velocità occorreva applicare al dorso i principi che stavano decretando il successo del neonato crawl anteriore: recupero alternato delle braccia fuori dall’acqua e battuta di gambe continua sul piano verticale, ma invertita con il “calcio” propulsivo dal basso verso l’alto. Con questa intuizione conquistò l’oro nei 100 metri, mandando definitivamente in soffitta la tecnica tradizionale e segnando la nascita del dorso moderno.

Nella clip che segue (del 1933) estratta dal filmato didattico della British Pathé “Swimming Strokes – And How They Evolved, Arranged by W.J. Howcroft and demonstrated by Miss Kathleen Huxley“, Miss Huxley ci mostra in maniera esemplare la rana rovesciata sul dorso e, sdi seguito, la sua evoluzione nel “back-crawl”
Riportiamo di seguito le scritte che appaiono nella clip:
“In the same way the double-arm backstroke has developed…into the back-crawl. Here the legs work up and down, and do not impede, while the arms are actuated alternately“
È interessante notare, nella rana rovesciata di Miss Huxley, la netta separazione tra bracciata e gambata, intervallate da uno scivolamento accentuato ed elegante. Ancora più curioso è il recupero aereo della bracciata: a braccia tese nella rana rovesciata, mentre nel suo “dorso evoluto” il gomito si piega nella fase di recupero, restando aperto durante la fase propulsiva subacquea – esattamente il contrario di quanto avviene oggi.
L’evoluzione biomeccanica: dalla rigidità alla rollata (1930-1960)
Fino agli anni ’30 i dorsisti nuotavano mantenendo il corpo estremamente “piatto” sulla superficie. Le braccia, tese sott’acqua come remi, limitavano l’efficacia propulsiva alla sola fase centrale della bracciata, generando sbandamenti laterali e maggiore resistenza all’avanzamento.
L’introduzione della rollata cambiò radicalmente la biomeccanica: il tronco iniziò a ruotare sull’asse longitudinale a ogni bracciata. Questa oscillazione controllata permetteva alla spalla del braccio in recupero di uscire dall’acqua riducendo l’attrito, e alla mano in presa di affondare più agevolmente per fare leva sull’acqua ferma. Con l’avvento del gomito piegato australiano, la fase superficiale della nuotata raggiunse la configurazione biomeccanica attuale.
Roland Matthes: la forma ideale del dorso (1967-1974)
Su questo assetto stabilizzato si innesta l’espressione massima, tecnica ed estetica, dello stile classico: Roland Matthes. Nella storia del nuoto — non solo del dorso — non c’è mai stato un fuoriclasse capace di dominare la scena in modo così assoluto, rimanendo imbattuto per sette anni consecutivi.
Il campione di Erfurt aveva adattato la nuotata alle proprie caratteristiche fisiche: alto, longilineo, naturalmente leggero. Non cercava la potenza pura, ma la via della minima resistenza. Mentre gli avversari americani puntavano sulla forza muscolare, Matthes coltivava una sublime sensibilità acquatica.
Un’immagine proverbiale — attribuita a Gary Hall Senior, sebbene senza fonte scritta o certa — descrive la sua nuotata come talmente fluida da poter trasportare sul petto una coppa colma di champagne senza versarne una goccia.
Era la sintesi di uno stile elegante e dinamico al tempo stesso, sospeso tra acqua e aria.
Nei video d’epoca si assiste spesso a un paradosso visivo: Matthes scivola avanti con tale naturalezza che l’inquadratura televisiva finisce per “perdersi” gli avversari, evidenziando un vuoto imbarazzante tra lui e il resto del mondo. Matthes non è stato solo il più grande interprete dello stile: ne è stato l’incarnazione pura, la forma ideale, tuttora inavvicinabile.
Roland Matthes batte il record del Mondo dei 200 dorso nel 1972
La rivoluzione subacquea: il Dolphin Kick (Anni ’80)
L’ultima grande trasformazione del dorso agonistico e competitivo è avvenuta — paradossalmente — sott’acqua. Tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80, atleti come Jesse Vassallo, Daichi Suzuki e David Berkoff compresero che la posizione supina offriva un vantaggio enorme nelle fasi successive alla partenza e alla virata se abbinata a una potente battuta di gambe a delfino.
Nacque il celebre Berkoff Blastoff, un’immersione totale che permetteva all’atleta di rimanere sott’acqua fino a 35 metri su una vasca da 50, sfruttando l’assenza di onde superficiali. Poiché le gare rischiavano di trasformarsi in prove di apnea, dopo i 2mbGiochi di Seoul 1988 la FINA introdusse un limite di 10 metri per la fase subacquea, portato poi a 15 metri nel 1991 — soglia tuttora in vigore.
Ancora oggi, il kick subacqueo è il momento più veloce e adrenalinico della gara. Però, a dirla tutta, è una tecnica più vicina allo stile a delfino o all’apnea competitiva che al “dorso puro”, che desideriamo approfondire in questo articolo, evidenziandone gli aspetti filosofici, psicologici e pedagogici.
Nella clip che segue sono messe a confronto sincronico le finali olimpiche dei 100 dorso femminili, a distanza di 96 anni: Amsterdam 1928 e Parigi 2024. Mentre la nuotata in superficie è rimasta sostanzialmente la stessa, la differenza più evidente è l’implementazione della fase subacquea.
Filosofia e pedagogia della linea di galleggiamento
Analizzato da un punto di vista antropologico e pedagogico, il dorso – intendiamo quello “classico”, non competitivo, “da passeggio”, si rivela uno stile unico. Se nel crawl l’aria si cerca ruotando il capo, e nella rana o nel delfino bisogna emergere ritmicamente, il dorso abita la linea di galleggiamento in modo permanente.
Non a caso è tra i primi stili che si insegnano dopo l’ambientamento: offre al principiante il privilegio di mantenere un contatto visivo e uditivo continuo con l’istruttore — un vero faro nella nebbia della nuova dimensione liquida — e permette una respirazione spontanea, quasi “terrestre”. Sul piano della sicurezza, la posizione supina educa alla calma e all’autoprotezione: insegna che in caso di affaticamento o disorientamento è sempre possibile rallentare, galleggiare e recuperare il controllo senza cambiare assetto. La stessa logica di sopravvivenza, come ricordato in apertura, da cui tutto ha avuto origine.
La doppia consapevolezza – aumentata – e il paradosso sensoriale
Tuttavia, ciò che si semplifica sul piano respiratorio si complica su quello percettivo. Il dorso offre la libertà del terrestre, ma esige l’orientamento del navigatore; concede il cielo e sottrae l’orizzonte.
Avanzando all’indietro senza poter controllare la traiettoria con gli occhi, il nuotatore deve rinunciare al controllo visivo cui si va incontro e affidarsi a una complessa integrazione sensoriale: memoria del corpo, propriocezione, visione periferica, variazioni di assetto e di equilibrio.
Sappiamo che ogni nuotata consapevole si fonda essenzialmente su una dual awareness: una doppia consapevolezza del proprio corpo e del fluido, attraverso un feedback costante e immediato. Il dorso è il banco di prova più puro di questa frontiera: il corpo è sostenuto dalla spinta di Archimede, mentre la vista è guidata dalla luce che attraversa lo spazio “asciutto”. Le sollecitazioni tattili sono differenziate: si è immersi nel liquido per buona parte del corpo, ma l’altra parte, nello stesso momento, si lascia accarezzare dall’aria e dalla luce.
La navigazione umana
Nel dorso, infatti, non si entra completamente nell’acqua: si abita stabilmente il suo confine. È una forma di navigazione astronomica elementare: come i marinai dell’antichità che rinunciavano a vedere la meta per orientarsi leggendo la mappa del cielo, il dorsista mantiene la rotta non inseguendo un punto davanti a sé, ma preservando la continuità del proprio allineamento interno.
Quando il gesto si stabilizza, l’ansia dell’avanzare “al buio” scompare. Il soffitto o il cielo smettono di essere qualcosa da fissare e diventano uno sfondo indifferente, mentre il corpo scopre strumenti di navigazione interni che la vista, nella vita quotidiana, tende a soffocare.
Questo equilibrio dinamico tra aria e acqua trova la sua declinazione più intima lontano dalle corsie cronometrate.
Frammenti di una notte siciliana
Luglio 1985, costa orientale della Sicilia. Una notte di luna piena, il mare caldo e un cielo incredibilmente stellato. Durante un bagno di mezzanotte, senza quasi pensarci, ci ritrovammo tutti a galleggiare a stella e poi a scivolare lentamente supini per poter guardare all’insù.
E mentre si nuotava così, leggeri, le dimensioni dell’aria e dell’acqua sembravano perdere i loro confini netti. Parlavamo, indicando le costellazioni, l’ombra imponente del vulcano e le luci delle lampare al largo, senza neanche lo sforzo di doverle cercare.
Noi, con il respiro libero, la bocca aperta alla meraviglia e alle esclamazioni di stupore, la mente presente, eravamo sospesi – e felici.
Nuotando a dorso.











