Dal “quinto stile” ad Aquawareness: la ricerca della sicurezza e l’esplorazione delle libertà in acqua

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Dopo aver seguito quattro scie distinte del nuoto — il crawl della velocità e dell’efficienza, la rana dell’adattamento silenzioso, il dorso del confine e della doppia consapevolezza, il delfino dell’onda integrata — arriviamo al punto in cui le rotte storiche  tracciate convergono e, apparentemente, si dissolvono.


Le nuotate che abbiamo raccontato sono solo le quattro codificate dai comitati olimpici; ma quelle alternative possibili sono infinite, e tutte condividono lo stesso DNA: il fondamento di tutte — la capacità di muoversi in sicurezza in acqua, che evolvendosi diventa libertà abitativa dell’elemento liquido.


Oltre le nuotate agonistiche c’è di più. Molto di più. Un insieme illimitato di possibilità di vivere l’acqua. Potremmo chiamarlo “quinto stile”, o “stile a piacere”.

Di cosa si tratta? Non si tratta più di eseguire correttamente una tecnica diversa, ma di tornare alla sorgente: a quel rapporto originario, primordiale, tra corpo e acqua da cui ogni stile “classico” è nato come risposta storica e individuale a regolamenti, vincoli e libertà interpretative.


Il quinto stile è la possibilità di inventarsi, nel momento, un gesto nuovo, personale, necessario. È sicurezza che diventa libertà, e libertà che diventa creatività.
Come ci si arriva? Destrutturando le abilità e gli schemi motori complessi, lasciando andare per un istante le tecniche codificate e tornando alle esperienze acquatiche più elementari e al contempo essenziali. Significa recuperare l’attenzione verso il proprio corpo e, contemporaneamente, verso l’acqua, per attivare con l’elemento liquido una relazione  relazione fondata su una consapevolezza doppia,del proprio corpo attraverso l’acqua – e dell’acqua attraverso il proprio corpo.

Una relazione che non può che essere intima, insostituibile, non delegabile.

L’acqua è infatti uguale per tutti, ma noi siamo tutti diversi: ciascuno porta con sé una storia, una cultura, una complessione fisica, una sensibilità — tutte, inoltre,  in continuo mutamento nel tempo. Il rapporto con l’acqua ci riporta necessariamente al momento presente, perché la dual awareness non può prescindere dall’istante dell’esperienza.


È solo grazie a questa attivazione della consapevolezza che si può costruire quella indispensabile sfera di competenze acquatiche di base — che potremmo chiamare basic swimming — prima di poter costruire qualsiasi stile, codificato o meno.

A questo approccio personale, libero e consapevole all’acqua, è stato dato, oltre venti anni fa, il nome aquawareness. Non è un metodo né un protocollo, non è codificabile, né brevettabile o certificabile. Eppure si pratica in tutto il mondo, ogni qualvolta un essere umano si rapporta con l’acqua per imparare qualcosa di nuovo dall’acqua stessa, scoprendo nuove possibilità o prendendo coscienza di inaspettati limiti

In questo stato, il nuotatore non “fa”  Aquawareness: semplicemente ha un atteggiamento Aquawareness.

Da lì può scegliere, in ogni vasca o in mare aperto, di esprimersi attraverso qualsiasi forma — o attraverso nessuna.
Nel crawl abbiamo imparato a guardare avanti e a muoverci velocemente; nella rana a spostarci con economia, silenzio e discrezione; nel dorso a fidarci del cielo e dell’allineamento interno; nel delfino a diventare onda. Nella libertà in acqua impariamo a passare fluidamente da uno all’altro, a mescolarli, a inventarne di nuovi, a non averne bisogno. Il corpo non esegue più uno stile: è stile, momento per momento.
È il ritorno al gioco primordiale del bambino nell’acqua, vissuto però con la consapevolezza dell’adulto. È galleggiare, scivolare, rotolare, ondulare, fermarsi, accelerare senza nome e senza sforzo. È sentire che l’acqua non è più un ambiente esterno, ma un partner ideale e sensibile per il proprio corpo.


Un ritorno alle origini prenatali? Si chiude un cerchio? In un certo senso. Ma solo apparentemente. In realtà si apre, trasformandosi in spirale. Ogni ritorno alla sorgente non è una ripetizione, ma un approfondimento. Ogni volta che ci immergiamo consapevolmente nell’acqua, il rapporto si arricchisce, si espande, genera nuove possibilità di movimento, di presenza, di gioia. E di maggior sicurezza.


Con un atteggiamento Aquawareness,  sospesi tra aria e acqua, possiamo finalmente nuotare non per eseguire una tecnica, o arrivare da qualche parte, oppure per ridurre i tempi di percorrenza: ma per essere pienamente consapevoli di dove già siamo — e per sorprendersi, ogni volta, che c’è ancora tanto da scoprire.

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